la guerra delle parole

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p. 1 L'UNITA’ 26.05.2004
LA GUERRA DELLE PAROLE
Fabio Mussi
Bisognerebbe promuovere un “Comitato antisovversione linguistica” (CAL). Siamo vittime di un'azione sovversiva, che ha ribaltato i significati. Le parole suonano alla rovescia. Sentiamo la televisione, leggiamo il giornale, partecipiamo a conversazioni che, senza apparente violenza, ci espropriano del senso. E così naufraghiamo dolcemente nel mare di un linguaggio sottosopra. È l'ora di ripristinare la legalità dei segni.
Perché. Perché chi fa la guerra, o vi partecipa, è uno “responsabile”, e chi vi si oppone è “estremista”? Perché stare con Bush è da “riformisti”, e stare con il pacifismo è da “radicali”? Perché restare a tutti i costi in Iraq è da “moderati”, e venir via quando c'è guerra è un “cedimento alla piazza”? Perché il pacifismo è sempre “iper”, “ultra”, “super”, e il militarismo, no? Perché l'avventurismo bellico vien detto “di governo “, e la ragionevolezza pacifista “di opposizione”? Non c'è neanche la scusa delle autorappresentazioni ideologiche. I neoconservatori americani non indossano alcuna maschera: si presentano come radicali, si dicono rivoluzionari, usano immagini e concetti estremi. Si vantano di violare le leggi internazionali. Se devono trovare uno slogan per una guerra, scrivono' “Shock and Awe”, colpisci e terrorizza. Quentin Tarantino è molto felice di aver premiato a Cannes “Fahrenheit 9/Il”, ma i governanti presi di mira da Michael Moore sembrano pescare proprio nell'immaginario di Pulp Fiction e di Kill Bill. Seguono perciò ammazzamenti e torture. Ma se il centrosinistra italiano vota per il ritiro dei soldati, un esercito di commentatori grida che è stato “tradito il riformismo”. Specialisti sono i “terzisti”. Una brigata molto potente e compatta, che agisce secondo uno standard scientifico. Stanno in Tv e sui giornali. La regola è questa: date due posizioni qualunque, quella giusta è una terza. Comunque, tutto ciò che sta a sinistra della via di mezzo, è “radicale ed estremista”. In questa fase – non so se sia un effetto collaterale – i terzisti si dichiarano implacabilmente “riformisti”. “Riformismo” è una bella parola, a patto che entri in azione il CAL per sovvertire la sovversione linguistica cui essa, vittima delle circostanze, è quotidianamente sottoposta. Ma non è vero quel che per lo più si dice. Non è vero che è “riformista” adeguarsi a quelli che comandano. Non è vero che è “riformista” dialogare con Berlusconi, e “radicale” metterglisi contro a brutto muso. Non è vero che è “riformista” condividere le ragioni per cui è necessario tenere bassi i salari e precario il lavoro, e “radicale” pretendere che i salari aumentino e il lavoro sia sicuro. Non è vero che sia “riformista” ridurre le tasse e lo Stato sociale, e “radicale” pretendere che anche i ricchi siano leali con la Repubblica e vengano garantiti i diritti dei più. Non è vero che sia “riformista” concentrare il potere e le decisioni, e “radicale” promuovere la democrazia partecipata. Non è vero che sia “riformista” favorire dall'alto la circolazione delle èlites, e “radicale” sollevare i movimenti dal basso. Ci dev'essere stata qualche manina, nella classificazione delle specie politiche, e delle relative parole, che ha creato un gran disordine. Si rischia di non capire più nulla. Bisognerebbe accingersi ad un grande lavoro sulle parole, per ripristinare una legge e un'ordine dei significati. Per un'ecologia del linguaggio politico. Bisognerebbe proprio imporsi una disciplina. Così, se il “terzista” di turno inquisisce: “dove è finito il partito riformista?” a nessuno scapperebbe più di rispondere: “Abbiamo votato per il ritiro dei soldati, ma il progetto riformista è vivo”. Proprio quel “ma” è il buco nero, e di lì può accadere che non esca più luce. C'è poco da fare. L'egemonia si specchia nel linguaggio. In un libro prezioso (“La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo”, uscito nel 1947), Victor Klemperer studia il destino di un participio passato: “Aufgezogen”. Tratto da un verbo di scarso uso (Aufziehen: metter su, allestire … ), la parola assunse il più vasto significato di “organizzare/organizzato”. Dopo il '33, in Germania, non solo le masse venivano “organizzate” dal partito nazionalsocialista, ma l'artigiano “organizzava” un mobile e le casalinghe “organizzavano” la cena. Tutto era, alla fine, “Aufgezogen”, organizzato. Scrive Klemperer: “Chiedevo se si trovasse del buon sapone e mi rispondevano: “comprare, no, si deve “organizzarlo”. (…) Le persone che parlavano del loro organizzare privato non avevano la minima intenzione di compiere un'azione discutibile. No, “organizzare” era una parola “perbene”, in gran voga ovunque, la ovvia definizione di un'azione divenuta ovvia… Continuo a scrivere: era … era … Ma chi è che ieri ha detto: “Devo organizzarmi un po' di tabacco?” Ho paura di essere stato io”. Temo che se si accetta, o si subisce il fatto che ad ogni posizione e idea meditata, ragionevole, moderata, venga affibbiato il prefissolsuffisso/aggettivo che denota l'estremismo e il radicalismo, se accettiamo che i significati vengano rovesciati, ci troveremo in un labirinto di minacciose parole vuote. Il nostro cervello sarà “aufgezogen”. Organizzato, ma non da noi stessi. E “riformismo” (parola da salvare) sbatterà come una finestra aperta nell'uragano dell'ideologia. Sì. Per una politica che riconcili le parole con il loro significato, penso a questo punto che occorra fondare davvero il “Comitato antisovversione linguistica” (CAL).
Fabio Mussi
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