La Gran Bretagna in Europa deve uscire dall’ambiguità

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Nel suo bilancio del 31 dicembre ipotizza con rammarico l'eventuale uscita della Gran Bretagna dall'Ue come male minore rispetto al male maggiore dell'incepparsi del progresso comunitario per l'ostruzionismo inglese. Degli anni passati al Quirinale ho ancora vivo il ricordo del forte impegno del presidente Saragat per l'ingresso della Gran Bretagna nella Comunità europea. Saragat era convinto che la partecipazione di una democrazia matura come quella inglese avrebbe rafforzato lo sviluppo politico ed economico europeo. E un'ottica ancora valida anche alla luce del convulso ampliamento della Organizzazione. Sarebbe inoltre improvvido perdere il contributo di Londra con le sue proiezioni mondiali alle possibili iniziative comunitarie nelle crisi internazionali a cominciare dal Mediterraneo. Sono criticabili le pretese inglesi, si faccia ogni sforzo per superarle, ma l'abbandono dell'Ue anche per l'effetto trainante sarebbe il male maggiore.
Francesco Mezzalama – Roma

Caro Mezzalama, credo che Giuseppe Saragat desiderasse l'ingresso della Gran Bretagna nella Comunità europea per due motivi: un grande rispetto per le sue tradizioni democratiche e la speranza che la sua presenza sarebbe stata un contrappeso, soprattutto per il rapporto con gli Stati Uniti, alle ambizioni egemoniche della Francia gollista. Non prestò sufficiente attenzione al fatto che il governo britannico aveva chiesto l'adesione alla Cee soltanto dopo avere constatato il fallimento dell'Efta (la zona europea di libero scambio) e l'effetto positivo del Mercato comune sulle economie del continente. Non si accorse che la Gran Bretagna non avrebbe mai rinunciato né alla speranza di un rapporto speciale con gli Stati Uniti, né a quella di utilizzare il Commonwealth per la conservazione del suo ruolo mondiale. Da allora la posizione della Gran Bretagna è stata impeccabilmente coerente. Ogniqualvolta i suoi partner europei hanno cercato di fare un altro passo sulla strada dell`integrazione, Londra si è servita della sua presenza nella Comunità per frenare e dirottare. Ha preteso un trattamento privilegiato nell'ambito della politica agricola comune. Si è opposta, finché ha potuto, all'Atto Unico europeo, da cui sarebbe nata l'Unione economica e monetaria. Ha firmato il Trattato di Maastricht, ma ha chiesto e ottenuto il diritto di non partecipare («opt out») alla moneta unica. Non ha aderito al Trattato di Schengen. Non ha accettato il mandato di cattura europeo. Non ha accettato neppure l'ora legale europea. E ha sempre cercato di abbreviare i tempi dell'allargamento nella speranza che l'ingresso nell`Unione dei Paesi dell'Est avrebbe spento gli ardori federalisti del nucleo originale. Alla Gran Bretagna interessa soprattutto il Mercato unico. Il resto, per quanto la concerne, deve essere «optional», vale a dire facoltativo. Tutti, a Bruxelles, ne sono consapevoli, ma parecchi europei, fra cui Mario Monti, pensavano che la Gran Bretagna fosse un partner liberale e liberista a cui era meglio non rinunciare. Le vicende economiche e finanziarie degli ultimi anni hanno modificato il quadro. Quando ci siamo accorti che la crisi richiedeva nuove istituzioni unitarie e «più Europa», la Gran Bretagna si è opposta a tutto ciò che avrebbe intaccato il ruolo della City nel mondo, limitato i poteri della Banca d'Inghilterra e del governo. Tiene al Mercato Unico ed è disposta a collaborare per evitare il collasso dell'eurozona. Ma non firma il Patto di bilancio e dice no alla Tobin Tax. Sono notevolmente aumentate, quindi, le occasioni in cui la Gran Bretagna, se restasse nell`Unione, cercherebbe anzitutto di frenare, diluire, snaturare, e si varrebbe infine della possibilità di «opt out». Questa politica rafforzerebbe gli umori euroscettici di altri membri dell`Unione europea e ritarderebbe la nascita delle nuove istituzioni comuni. Molti inglesi, d'altro canto, vogliono che il loro Paese esca dall'Ue e chiedono un referendum. Se servirà a togliere di mezzo le ambiguità che pesano sulla politica europea della Gran Bretagna, il referendum conviene anche a noi.
Sergio Romano

Corriere della Sera – 07/01/2013




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