La giornata della memoria: l’Olocausto del popolo rom.

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LA GIORNATA DELLA MEMORIA.

Santino Spinelli racconta l’Olocausto del popolo rom.

Un tour in Sardegna del musicista, voce di una cultura ancora discriminata. Oggi appuntamento a Porto Torres, poi tappe a Sassari e ad Alghero.

di Anna Sanna.

Porrajmos, il «divoramento». È il nome dato allo sterminio di Rom e Sinti durante il nazismo. Cinquecentomila persone perseguitate, deportate e massacrate nel cuore dell’Europa. Un genocidio programmato per distruggere un intero popolo, la sua cultura e la sua lingua. Come per gli ebrei è stata la Shoa. Ma della «grande morte» dei Rom si è persa la memoria, e ancora oggi una delle minoranze più grandi del Vecchio Continente è oggetto di pregiudizi e discriminazione. Ricordare è importante, così come restituire a tutti i roma la propria identità di popolo, al di là degli stereotipi.

Antiche migrazioni

Per questo l’Asce, l’associazione sarda contro l’emarginazione, in occasione della Giornata della memoria ha organizzato un serie di eventi in collaborazione con i Comuni di Alghero e Porto Torres e diverse scuole della Provincia. Al centro degli appuntamenti in programma da ieri a venerdì, la conoscenza reciproca attraverso la musica di Alexian Santino Spinelli, rom italiano e ambasciatore della cultura romanì nel mondo.
Musicista e compositore, poeta e saggista, Spinelli appartiene alla più antica comunità rom arrivata in Italia nel XV secolo. Ha due lauree – una in Lingue e Letterature Straniere Moderne e l’altra in Musicologia, entrambe all’Università di Bologna – e insegna Lingue e processi interculturali all’Università di Chieti. Il primo appuntamento con lo spettacolo “Romano drom (La strada dei Rom )” è stato ieri sera alle 21 ad Alghero nella sede del dipartimento di Architettura, design e urbanistica.

Le musiche d’Europa

«La cultura e la musica rom derivano dall’India, come tutta la popolazione – spiega Spinelli – Attraverso la Persia, l’Armenia e l’impero bizantino i rom sono arrivati in Europa portando la loro musica e i loro strumenti, come il cymbalom, a corde, e la zurna a fiato, da cui poi sono derivati il clavicembalo, la ciaramella e l’oboe». Questa musica è poi confluita nel patrimonio europeo, generando stili musicali diversi. Il flamenco in Spagna, la Czardas e il Verbunkos in Ungheria e la musica balcanica. «Pochi sanno che i rom hanno influenzato anche il jazz grazie a Django Reinhardt, precursore del Jazz Manouche – continua l’artista – E poi ci sono i grandi compositori, Listz, Brahms, Schubert e più tardi Dvorak, Mussorskj, Ravel, Debussy, Bartok, Stravinskj, e oggi Goran Bregovic, che hanno attinto a piene mani dalla tradizione musicale romanì».

Il “divoramento”

Senza però il riconoscimento ai rom di questo grande apporto alla cultura musicale europea. Ignorato come lo fu lo sterminio settant’anni fa. «Ci sono tre modi diversi per definirlo a seconda dei gruppi etnici: Porrajmos significa “divoramento” mentre Samurdaripen significa “il grande genocidio” e Baro Romano Meripe significa “la grande morte di tutti”. A differenza degli ebrei, per i rom non c’è stato nessun tipo di risarcimento né umano né sociale. Nessun rom fu chiamato a Norimberga per denunciare e accusare i propri carnefici. Anche il ricordo è stato cancellato perché ancora oggi c’è una precisa volontà di discriminare i rom. Per questo ricordare questo genocidio dimenticato fa onore al popolo sardo». Nel tour in Sardegna, Alexian – accompagnato dal figlio Gennaro – porterà la sua musica soprattutto nelle scuole. Con lui anche gli alunni della scuola media di Porto Torres che proporranno lo spettacolo teatrale “Rom, figli del vento”, allestito dall’insegnante Celestina Masia. Dopo la data di ieri, il tour proseguirà oggi a Porto Torres nella sala Filippo Canu con due spettacoli (alle 11 e alle 18.30). Giovedì sarà il turno di Sassari (alle 10 nella Scuola primaria di via Cilea, alle 18.30 nell’Aula magna del Liceo scientifico “Spano”, in collaborazione con il Liceo musicale “Azuni” e l’Itas “Salvator Ruju”), per chiudere venerdì ancora ad Alghero alle 9.30 all’Auditorium del Liceo Scientifico “Fermi”.

Dialogo tra culture

«L’esperimento che faremo in Sardegna è di far cantare gli spettatori in lingua romanì per creare uno scambio effettivo, non soltanto conoscenza ma anche vivere un’altra cultura, cosa che con la musica è possibile. Supereremo barriere linguistiche e razziali per dimostrare al mondo che esiste un solo genere, quello umano, con tante culture tutte meritevoli dello stesso rispetto». E la cultura sarda e quella Rom, secondo Spinelli, hanno tante cose in comune. L’ospitalità innanzitutto e poi la musicalità, di grande valore per entrambi i popoli: «Da musicologo adoro la musica sarda. Maria Carta, i tenores di Bitti, mi piace molto Elena Ledda che è una bravissima artista. Sono anche amico dei Tazenda, sono stati ospiti al mio festival e abbiamo cantato un brano mezzo rom e mezzo sardo. Quello con i sardi sarà un incontro profondo all’insegna dell’amicizia e del rispetto reciproco».

Contro i pregiudizi

Anche per superare, attraverso la conoscenza, il pregiudizio e la diffidenza che circondano il popolo rom: «Nei confronti dei rom è in atto una discriminazione palese dei diritti umani fondamentali. I campi rom sono forme di segregazione razziale, non di espressione culturale. I rom non sono nomadi per cultura, non lo sono mai stati – dice Spinelli – C’è stata una mobilità coatta figlia delle discriminazioni e delle persecuzioni, e questo è stato scambiato per nomadismo. In Italia i rom sono stati sfruttati anche economicamente per arricchire politici corrotti e associazioni di pseudo volontariato». Il riferimento è all’inchiesta Mafia Capitale e all’imposizione del sistema dei campi rom: «Sono trent’anni che denuncio questa situazione attraverso i miei concerti e i miei libri – continua – Sono stato anche minacciato perché andavo a toccare interessi mafiosi. L’ho fatto per la mia gente e per favorire i miei concittadini italiani perché il danno è per l’intera società».

Un nuovo cammino

Unico modo per uscirne, dice il musicista, è una volontà politica reale, non decisioni ad effetto o peggio affermazioni xenofobe e razziste: «Quello che vediamo oggi a me sembra la stessa connivenza del periodo nazifascista quando venivano deportati gli ebrei, i portatori di handicap, i rom, i testimoni di Geova – conclude – Dov’è la società civile, dove sono gli intellettuali italiani che si ribellano a questa ingiustizia? Per questo sono felice di essere stato invitato in Sardegna dagli amici dell’Asce. C’è necessità di intraprendere un nuovo cammino comune per un rapporto diverso che non sia più basato sulla discriminazione e sull’emarginazione».
(Da lanuovasardegna.gelocal.it, 21/1/2015).

 




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