La galassia parla italiano

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26 ottobre 2009
| ranato tortarolo

OGGI al Premio Pio Manzù riceverà la medaglia della presidenza del Consiglio dei ministri per l’impegno nell’innovazione del media system. Il 5 novembre guiderà la corazzata degli Mtv Europe Music Awards a Berlino. Per Antonio Campo Dall’Orto, creatore di Mtv in Italia, l’esistenza è un moto perpetuo. Da quando è responsabile per tutto il mondo, tranne gli Stati Uniti, dei contenuti che fioccano 24 ore al giorno, dal Giappone al nord Europa, passando per Cina e Africa, in programmi che radunano sotto le insegne di Mtv i linguaggi di milioni di giovani, questo veneto di Conegliano, 44 anni, può dirsi soddisfatto. Per la prima volta un team internazionale parla solo italiano.La musica è ancora un collante per il pubblico più giovane?

«Sì, rimane quello più importante per esprimere emozioni. I ragazzi si scambiano più musica che in passato e questo è un modo per trasferire sentimenti. Con l’i-Pod e le altre piattaforme digitali il rapporto di ciascuno di noi con la musica è più intimo».

Lo è anche in eventi come quello di Berlino insieme a Robbie Williams. Jay-Z e Katy Perry?

«In quel caso è significativo convogliare l’attenzione di tante persone, tutte insieme, in un solo spettacolo. Ma ci vuole equilibrio fra eventi ed episodi più specifici, per aree geografiche. C’è un programma molto simbolico nel nostro palinsesto, “World stage” al venerdì, in cui mandiamo in onda contemporaneamente in tutto il mondo lo stesso artista, può essere americano come africano o cinese. Infinitamente grande e infinitamente piccolo possono convivere».

E gli italiani come c’entrano?

«Abbiamo avuto una possibilità. Il fatto che sia responsabile di tutti i contenuti di Mtv mi ha permesso di creare un team tutto italiano per produrre show, come quello di Berlino o Atene, e programmi. Per paradosso, in un periodo in cui sembra più difficile lavorare sul mercato italiano è nata l’opzione straniera».

Perché è difficile lavorare qui?

«Perché è una realtà asfittica, dove la creatività viene limitata, anche se per soldi investiti è una delle aree più ricche. Le risorse non mancano, ma vengono usate per idee che si somigliano da una rete all’altra. Succede anche in Francia e Spagna, ma qui ci sono pochi editori. E, soprattutto sulla tv terrestre, Rai e Mediaset sono troppo simili sul piano creativo».

La generazione più giovane, che solo un anno fa sembrava insensibile alla realtà, sta cambiando?

«Abbiamo qualche segnale, siamo ancora all’inizio. Gli americani la chiamano “millennium generation”, nata a cavallo del millennio. Lì c’è la sensazione che già nella fase iniziale dell’adolescenza sia interessata un po’ meno all’individualismo, anche se visibilità e popolarità sono ancora la chiave, e abbia più interesse per la collettività. La scorsa stagione il programma di maggior successo di Mtv America, che noi lanceremo a novembre, è stato “Sixteen and pregnant” dove si parla di sei ragazze incinta a sedici anni. Sono in difficoltà ma vogliono proseguire la gravidanza».

E i network come rispondono?

«Dopo due puntate è stato chiuso “The Beautiful Life”, che pure doveva essere il programma di punta della stagione perché parlava del meglio della vita. Sono piccoli segnali di qualcosa che un anno fa nessuno avrebbe mai pensato potesse accadere. Che una serie patinata avrebbe chiuso per mancanza di autenticità e che invece un reality sarebbe stato il successo di Mtv. Evidentemente le generazioni con le quali ci relazioniamo rispondono a stimoli diversi».

E in Italia non succede?

«Qui i segnali di discontinuità non sono ancora così forti. In passato abbiamo cercato di stimolare la creatività, i comportamenti quotidiani, l’atteggiamento verso il consumo. Il risultato? I nostri programmi di maggior successo sono “I soliti idioti”, divertente ma non banale, e “Il testimone” condotto da Pif su temi anche scomodi come la mafia. Questo ci ha fatto riflettere: il divertimento è ancora importante ma sta assumendo forme diverse. Sarà solo il tempo a dirci quanto le generazioni ci stiano seguendo. L’unica grande differenza è che la società americana è molto più dinamica, la nostra invece molto ferma. Là nemmeno la crisi ferma la volontà popolare, anzi sono in grado di eleggere un presidente nero. Qui puoi aspirare a diventare qualcuno solo se sei figlio di un medico o di un avvocato. Invece dobbiamo trasmettere che il futuro è nelle nostre mani . È molto dura ma non significa che non dobbiamo provarci».

Quindi cosa dice al pubblico?

«La mia convinzione è che ci siano cose legate al proprio tempo e altre che devono essere integrate al di là del tempo che si vive. Il nostro successo è l’identità, certi cromosomi che abbiamo nel dna. E la musica è l’elemento più importante. Tre anni fa non avevamo “World stage”, non avevamo artisti che venivano agli Europe Music Awards come quest’anno. Gli altri media si stanno allontanando dalla musica perché non è più sostenibile economicamente. Noi no. Poi ci sono i valori di fondo, le campagne sociali, i linguaggi che danno una forma a questa identità, che a sua volta cambia secondo le generazioni».

Vuol dire che l’innovazione non è solo tecnologica?

«Esattamente. Non si può dire che il futuro sarà nei cellulari, ma chiedersi cosa ci si metterà, quali contenuti. Oggi i ragazzi fanno tre cose nello stesso tempo: hanno un i-Ppod, un telefonino, una consolle. È inevitabile che le loro vite siano cosi frammentate. Una ricerca su ragazzi fra 12 e 24 anni ha messo insieme tutte le loro attività in un giorno solare. Alla fine il tempo delle loro attività quotidiana, compreso il sonno, è arrivato a 29 ore e trenta minuti. Nel momento in cui navighi su Facebook, usi il cellulare, guardi la televisione, amplifichi le relazioni con i social network».

Quindi la frattura con il mondo adulto sarà più evidente?

«Fino a un certo punto. Ad esempio, ho scelto di avere un dialogo con la Comunità europea: per incidere sul sociale non basta manifestare in piazza o su Internet, ma capire che occorre arrivare a certi centri direzionali. Più riesco a creare quel link per cambiare il mondo, tanto meglio è».

tortarolo@ilsecoloxix.it

http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/cultura/2009/10/26/AMu4I72C-italiano_galassia_parla.shtml

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