La favola dell’ indoeuropeo

Posted on in Politica e lingue 4 vedi

Il filologo Giovanni Semerano smaschera la “favola dell’indoeuropeo”

Sargon, re della battaglia e padre di tutte le lingue

di Enrico Gatta

Gli Indoeuropei: chi erano costoro? E’ cognizione diffusa – perché così insegnano i libri scolastici, opere di divulgazione e anche testi accademici – che quei popoli misteriosi provenienti dall’Asia siano quelli ai quali l’Occidente deve la lingua delle origini. E dunque la civiltà. Ma più le ricerche vanno avanti, sul piano archeologico così come sul piano linguistico, più gli “Indoeuropei” paiono fantasmi. A lungo si è creduto di poterne individuare le avanguardie – “le avanguardie bionde” si diceva – negli Hittiti. Ma poi si è scoperto che la lingua hittita attinse le sue voci dalle lingue del Vicino Oriente. La bussola della ricerca ha puntato dunque il suo ago in tutt’altra direzione: non in India, ma verso la Mesopotamia, verso la terra che oggi chiamiamo Iraq e che millenni orsono è stata culla delle grandi civiltà numeriche.

Grande paladino di questo ribaltamento di prospettiva storica è il filologo Giovanni Semerano, che per cinquant’anni ha scavato nell’etimologia del greco, del latino, del sanscrito, ed ha individuato la lingua madre dell’Occidente non nel fantomatico indoeuropeo ma nell’accadico-sumero. La sua monumentale opera, “Le origini della cultura europea”, è stata pubblicata tra il 1984 e il 1994 da Olschki, accolta con straordinario interesse nel mondo intellettuale (da Elémire Zolla a Massimo Cacciari, da Umberto Galimberti a Emanuele Severino, da Luciano Canfora a Franco Cardini) ma anche con malcelata sordità in alcuni ambienti accademici. Ed è per questo che, a novantaquattro anni appena compiuti, Semerano non rinuncia a dare battaglia. Lo incontriamo al tavolo di lavoro, nel luminoso studio della sua casa fiorentina, circondato da trattati di linguistica, testi di archeologia, dizionari etimologici nelle più diverse lingue. Tra le mani ha il suo ultimo “pamphlet”, un libricino edito da Bruno Mondatori, a cura di Maria Felicia Iarossi, nel quale con estrema lucidità e semplicità ha sintetizzato i risultati delle sue ricerche. Il titolo, “La favola dell’indoeuropeo”, non dà adito a dubbi.

Professore, perché quella dell’indoeuropeo è una favola?

“Mi riferisco al comparativista tedesco August Schleicher, il quale racconta la favola della pecora e i cavalli in un presunto indoeuropeo… Vorrei ricordare che l’indoeuropeo è una lingua interamente ricostruita, non ne possediamo alcun testo”.

Vuol dire che la linguistica storica si è sviluppata tutta all’interno di una semplice ipotesi?

“Atteniamoci scientificamente alle testimonianze storiche: in nessuna lingua dei popoli antichissimi che si muovono attorno al nostro continente esiste traccia del presunto indoeuropeo. Quelle che ci è dato di incontrare sono invece le lingue di Sumer, di Akkad, di Babilonia, di quelle civiltà della Mesopotamia che sono state la culla delle arti, delle scienze, del diritto”.

Come avvenne che le culture fiorite nell’antica Mesopotamia si svilupparono poi nel Mediterraneo?

“Esiste un personaggio storico: Sargon il Grande, fondatore della dinastia di Akkad nel terzo millennio avanti Cristo. Le sue spedizioni vittoriose lo portarono a ‘lavare le armi nel Mare Superiore’, cioè fino al Mediterraneo”. “In una stele antichissima – prosegue Semerano – Sargon, il Re della Battaglia, racconta di essere nato da una sacerdotessa, che lo mise in una cesta sigillata. “Mi depose sul Fiume che non mi sommerse – racconta il re – e fui fluitato a casa dell’innaffiatore Aqqi”. Tutto ciò anticipa di quasi due millenni la storia di Romolo e Remo, nati da una sacerdotessa, depositati in una cesta sul fiume e giunti a casa del pastore Faustolo. Ecco una evidente influenza del mondo orientale su quello occidentale”.

Professore, il fatto che lei trovi le origini della cultura europea nelle antiche lingue mesopotamiche anziché nell’indoeuropeo, e prima ancora nel sanscrito, è un ribaltamento drastico di prospettiva. Che cosa cambia sul piano dei significati? Potrebbe fare alcuni esempi? Che cosa significano certe parole spiegate in base al sanscrito oppure in base alle radici accadiche?

“Ad esempio per il latino “opus” (lavoro, opera) si rimanda al vedico “àpah” che significa in particolare “azione religiosa”. “Opus” ha l’antecedente in accadico “uppusu”, “epesu” “fare, agire, compiere”. Ancora: per il latino “culina”, il dizionario etimologico Ernout-Meillet scrive che deriva da “culus”, “perché nelle osterie latine c’erano tante latrine”. Scopriamo così quale latitanza ha la verità scientifica se l’origine delle voci non si appoggia alle fonti luminose del Vicino Oriente. In accadico “qullu, “qalu” significano ‘cuocere e perciò ‘culina’ è allo stesso livello semantico di ‘cucina’; ‘qalu’ è la base di ‘calor’, ‘caldo, calore ’ ”.

Professor Semerano, la ‘scomodità’ di dover cambiare così radicalmente l’universo dei significati, mandando a rotoli due secoli di filologia basata sul sanscrito, può spiegare una certa riluttanza del mondo accademico ad accogliere i suoi contributi?

“La sordità delle accademie poggia sulla fede data alle dichiarazioni di Sir William Jones nel 1786 e a quanti dopo di lui hanno tentato di dimostrare una parentela linguistica tra sanscrito e lingue europee. Ma la storia sa che Seneca nella “Consolazione ad Elvia” fa una domanda di cui non ignorava la risposta: “Come mai gli Indi e i Persiani parlano macedone?” ”.

Come mai, professore?

“Perché il macedone fu diffuso in Persia e in India da Alessandro Magno e del suo largo seguito. E non ci sono dubbi sul fatto che il macedone discenda da fonti mesopotamiche”.

Il professor Semerano apre ancora il suo libretto, lo sfoglia, mostra, arrivando al cuore della sapienza indiana, come perfino i Veda debbano il loro nome al più antico accadico. Poi si accarezza la sciarpa bianca di cachemire e fa lui una domanda: “Ma lei lo sa – chiede – quale città Alessandro Magno, il discepolo di Aristotele, scelse come capitale del suo impero?”.

No, professore, non lo so.

“Scelse Babilonia”.

La città della matematica e dell’astronomia, la culla del diritto dove Hammurabi dettò il suo codice…

“Giusto. Nessun altro popolo celebrò con parole altrettanto vibranti il fascino della propria scrittura e chiamò le costellazioni ‘scrittura dei cieli’”.

(Da La Nazione, 17/3/2005).

[addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.