La domanda d’obbligo è "Do you speak globish?"

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La domanda d’obbligo è “Do you speak globish?”
Dal supplemento Affari e finanza di lunedì 9 maggio

Grazie a Internet è stato di fatto realizzato l’esperanto globale: la nuova lingua del web è in realtà abbastanza diversa dall’inglese perché vi rientrano molti vocaboli presi da tutto il mondo e soprattutto tantissimi nuovi: ora è uscito anche il primo ‘vocabolario’

ANDREA RUSTICHELLI

È possibile delimitare una lingua autosufficiente, magari con soli 1500 vocaboli, apponendovi tanto di trademark? Succede anche questo, nell’epoca di Internet: ma non è una riedizione dell’esperanto, l’idioma artificiale inventato alla fine dell’Ottocento dal medico polacco L.L. Zamenhof, destinato a rimanere confinato tra i sogni ingialliti della biblioteca occidentale. Nel «villaggio globale», come lo chiamava Marshall McLuhan, progettare una lingua a tavolino per il presunto bene dell’umanità appare un esercizio sterile. Perché, a ben vedere, la lingua globale già c’è: è il «globish» (contrazione di global english), il meticcio per eccellenza, frutto spontaneo del bazar linguistico del Pianeta, umile sfida a Babele.
Non ha natali nobili, né padri letterari: felicemente estraneo all’idea di purezza, il globish è il prodotto contaminato dell’incessante appropriazione dell’inglese da parte di chi british non è e non sarà mai. Il globish, in fondo, è la lingua madre di chi è orfano della propria: nell’era delle grandi migrazioni e della delocalizzazione. Nell’era della Rete. Lo ha capito bene JeanPaul Nerrière, autore francese del libro Dont’t speak english, parlez Globish, tra poco disponibile anche in italiano. «Il punto interessante è che con 1500 parole puoi dire ogni cosa, la gente in ogni angolo del mondo parlerà mediante lo stesso e limitato vocabolario», dice. Egli è stato a lungo dirigente dell’IBM, maturando in quel contesto internazionale la sua vocazione pedagogica, che potrebbe rivelarsi anche un buon affare, con tanto di corsi e programmi di insegnamento on line.
Forte di un sito internet (www.jpnglobish.com) con tutti i ragguagli del caso, l’intuizione di Nerrière è stata quella di circoscrivere i vocaboli a suo avviso fondamentali e di dare esplicita dignità a una prassi ormai incontenibile, sposata da miliardi di persone: ciò che i puristi chiamerebbero broken english, inglese rozzo o scorretto. Ma la lingua è un organismo vivo e imprevedibile. Più che un’astrazione logica, «il linguaggio è una forma di vita», come ha insegnato il filosofo Ludwig Wittgenstein, mettendo in evidenza il suo carattere spurio, di impasto permeato da usi e costumi. Lo sa molto bene la «generazione Internet», le cui abitudini linguistiche sono modellate dai nuovi media: dalla Playstation al VoIP (il telefono on line). Il globish, in fondo, è un ulteriore corollario del celeberrimo «il mezzo è il messaggio», per citare ancora McLuhan. Il suo allievo Derrick de Kerckhove ha mostrato come un fulcro della globalizzazione sia lo sviluppo di ciò che egli chiama «intelligenza connettiva», cioè il pensare con e attraverso la Rete, il pensare interattivo: e tale «connettività», all’interno di una community ormai tanto trasversale, non può che aprire modi di parlare inediti. Le tecnologie della comunicazione producono linguaggio: tanto il mezzo, quanto il messaggio. Il globish, o come altro lo si voglia chiamare, suggella tale sintesi.
Brutale semplificazione del nostro patrimonio umanistico, col rischio di un’egemonia culturale in stile corporation? Non necessariamente; è bene, anzi, cogliere le opportunità. Il progetto di Nicholas Negroponte, esponente di spicco del Mit, è un esempio. Presentato a gennaio al Forum Economico di Davos, esso consiste nel produrre dei computer portatili per i paesi del terzo mondo, al costo di 100 dollari a pezzo. Un piano che sta riscotendo l’approvazione dei produttori e dei governi, pensato per combattere il cosiddetto digital divide. L’inevitabile diffusione del globish, in tal caso, più che imperialismo linguistico sarà parte integrante del processo di emancipazione tecnologica, così importante per lo sviluppo delle società più povere. Ciascuno, poi, potrà continuare a parlare la propria lingua di origine. Lo stesso Nerrière rassicura i suoi concittadini, spaventati dall’anglofonia e da Google: «col globish stiamo salvando il francese dall’essere ucciso dall’inglese», afferma. Ma difficilmente le lingue nazionali potranno arroccarsi ancora entro l’idea di una presunta purezza, che neppure la nostra Accademia della Crusca, ormai pienamente informatizzata, difende più. A conti fatti, tale idea di stampo etnico ha prodotto più disastri che benefici.

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swolski
swolski

<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><SPAN class=titolo>La domanda d’obbligo è "Do you speak globish?"<BR><EM>Dal supplemento Affari e finanza di lunedì 9 maggio<BR></EM></SPAN><BR><SPAN class=txt12>Grazie a Internet è stato di fatto realizzato l’esperanto globale: la nuova lingua del web è in realtà abbastanza diversa dall’inglese perché vi rientrano molti vocaboli presi da tutto il mondo e soprattutto tantissimi nuovi: ora è uscito anche il primo ‘vocabolario’<BR></SPAN><BR><SPAN class=txt10><I>ANDREA RUSTICHELLI<BR></I></SPAN><BR><P class=txt12>È possibile delimitare una lingua autosufficiente, magari con soli 1500 vocaboli, apponendovi tanto di trademark? Succede anche questo, nell’epoca di Internet: ma non è una riedizione dell’esperanto, l’idioma artificiale inventato alla fine dell’Ottocento dal medico polacco L.L. Zamenhof, destinato a rimanere confinato tra i sogni ingialliti della biblioteca occidentale. Nel «villaggio globale», come lo chiamava Marshall McLuhan, progettare una lingua a tavolino per il presunto bene dell’umanità appare un esercizio sterile. Perché, a ben vedere, la lingua globale già c’è: è il «globish» (contrazione di global english), il meticcio per eccellenza, frutto spontaneo del bazar linguistico del Pianeta, umile sfida a Babele.<BR>Non ha natali nobili, né padri letterari: felicemente estraneo all’idea di purezza, il globish è il prodotto contaminato dell’incessante appropriazione dell’inglese da parte di chi british non è e non sarà mai. Il globish, in fondo, è la lingua madre di chi è orfano della propria: nell’era delle grandi migrazioni e della delocalizzazione. Nell’era della Rete. Lo ha capito bene JeanPaul Nerrière, autore francese del libro Dont’t speak english, parlez Globish, tra poco disponibile anche in italiano. «Il punto interessante è che con 1500 parole puoi dire ogni cosa, la gente in ogni angolo del mondo parlerà mediante lo stesso e limitato vocabolario», dice. Egli è stato a lungo dirigente dell’IBM, maturando in quel contesto internazionale la sua vocazione pedagogica, che potrebbe rivelarsi anche un buon affare, con tanto di corsi e programmi di insegnamento on line.<BR>Forte di un sito internet (www.jpnglobish.com) con tutti i ragguagli del caso, l’intuizione di Nerrière è stata quella di circoscrivere i vocaboli a suo avviso fondamentali e di dare esplicita dignità a una prassi ormai incontenibile, sposata da miliardi di persone: ciò che i puristi chiamerebbero broken english, inglese rozzo o scorretto. Ma la lingua è un organismo vivo e imprevedibile. Più che un’astrazione logica, «il linguaggio è una forma di vita», come ha insegnato il filosofo Ludwig Wittgenstein, mettendo in evidenza il suo carattere spurio, di impasto permeato da usi e costumi. Lo sa molto bene la «generazione Internet», le cui abitudini linguistiche sono modellate dai nuovi media: dalla Playstation al VoIP (il telefono on line). Il globish, in fondo, è un ulteriore corollario del celeberrimo «il mezzo è il messaggio», per citare ancora McLuhan. Il suo allievo Derrick de Kerckhove ha mostrato come un fulcro della globalizzazione sia lo sviluppo di ciò che egli chiama «intelligenza connettiva», cioè il pensare con e attraverso la Rete, il pensare interattivo: e tale «connettività», all’interno di una community ormai tanto trasversale, non può che aprire modi di parlare inediti. Le tecnologie della comunicazione producono linguaggio: tanto il mezzo, quanto il messaggio. Il globish, o come altro lo si voglia chiamare, suggella tale sintesi.<BR>Brutale semplificazione del nostro patrimonio umanistico, col rischio di un’egemonia culturale in stile corporation? Non necessariamente; è bene, anzi, cogliere le opportunità. Il progetto di Nicholas Negroponte, esponente di spicco del Mit, è un esempio. Presentato a gennaio al Forum Economico di Davos, esso consiste nel produrre dei computer portatili per i paesi del terzo mondo, al costo di 100 dollari a pezzo. Un piano che sta riscotendo l’approvazione dei produttori e dei governi, pensato per combattere il cosiddetto digital divide. L’inevitabile diffusione del globish, in tal caso, più che imperialismo linguistico sarà parte integrante del processo di emancipazione tecnologica, così importante per lo sviluppo delle società più povere. Ciascuno, poi, potrà continuare a parlare la propria lingua di origine. Lo stesso Nerrière rassicura i suoi concittadini, spaventati dall’anglofonia e da Google: «col globish stiamo salvando il francese dall’essere ucciso dall’inglese», afferma. Ma difficilmente le lingue nazionali potranno arroccarsi ancora entro l’idea di una presunta purezza, che neppure la nostra Accademia della Crusca, ormai pienamente informatizzata, difende più. A conti fatti, tale idea di stampo etnico ha prodotto più disastri che benefici.</P></DIV>[addsig]

E.R.A.
E.R.A.

<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><SPAN class=titolo>La domanda d’obbligo è "Do you speak globish?"<BR><EM>Dal supplemento Affari e finanza di lunedì 9 maggio<BR></EM></SPAN><BR><SPAN class=txt12>Grazie a Internet è stato di fatto realizzato l’esperanto globale: la nuova lingua del web è in realtà abbastanza diversa dall’inglese perché vi rientrano molti vocaboli presi da tutto il mondo e soprattutto tantissimi nuovi: ora è uscito anche il primo ‘vocabolario’<BR></SPAN><BR><SPAN class=txt10><I>ANDREA RUSTICHELLI<BR></I></SPAN><BR><P class=txt12>È possibile delimitare una lingua autosufficiente, magari con soli 1500 vocaboli, apponendovi tanto di trademark? Succede anche questo, nell’epoca di Internet: ma non è una riedizione dell’esperanto, l’idioma artificiale inventato alla fine dell’Ottocento dal medico polacco L.L. Zamenhof, destinato a rimanere confinato tra i sogni ingialliti della biblioteca occidentale. Nel «villaggio globale», come lo chiamava Marshall McLuhan, progettare una lingua a tavolino per il presunto bene dell’umanità appare un esercizio sterile. Perché, a ben vedere, la lingua globale già c’è: è il «globish» (contrazione di global english), il meticcio per eccellenza, frutto spontaneo del bazar linguistico del Pianeta, umile sfida a Babele.<BR>Non ha natali nobili, né padri letterari: felicemente estraneo all’idea di purezza, il globish è il prodotto contaminato dell’incessante appropriazione dell’inglese da parte di chi british non è e non sarà mai. Il globish, in fondo, è la lingua madre di chi è orfano della propria: nell’era delle grandi migrazioni e della delocalizzazione. Nell’era della Rete. Lo ha capito bene JeanPaul Nerrière, autore francese del libro Dont’t speak english, parlez Globish, tra poco disponibile anche in italiano. «Il punto interessante è che con 1500 parole puoi dire ogni cosa, la gente in ogni angolo del mondo parlerà mediante lo stesso e limitato vocabolario», dice. Egli è stato a lungo dirigente dell’IBM, maturando in quel contesto internazionale la sua vocazione pedagogica, che potrebbe rivelarsi anche un buon affare, con tanto di corsi e programmi di insegnamento on line.<BR>Forte di un sito internet (www.jpnglobish.com) con tutti i ragguagli del caso, l’intuizione di Nerrière è stata quella di circoscrivere i vocaboli a suo avviso fondamentali e di dare esplicita dignità a una prassi ormai incontenibile, sposata da miliardi di persone: ciò che i puristi chiamerebbero broken english, inglese rozzo o scorretto. Ma la lingua è un organismo vivo e imprevedibile. Più che un’astrazione logica, «il linguaggio è una forma di vita», come ha insegnato il filosofo Ludwig Wittgenstein, mettendo in evidenza il suo carattere spurio, di impasto permeato da usi e costumi. Lo sa molto bene la «generazione Internet», le cui abitudini linguistiche sono modellate dai nuovi media: dalla Playstation al VoIP (il telefono on line). Il globish, in fondo, è un ulteriore corollario del celeberrimo «il mezzo è il messaggio», per citare ancora McLuhan. Il suo allievo Derrick de Kerckhove ha mostrato come un fulcro della globalizzazione sia lo sviluppo di ciò che egli chiama «intelligenza connettiva», cioè il pensare con e attraverso la Rete, il pensare interattivo: e tale «connettività», all’interno di una community ormai tanto trasversale, non può che aprire modi di parlare inediti. Le tecnologie della comunicazione producono linguaggio: tanto il mezzo, quanto il messaggio. Il globish, o come altro lo si voglia chiamare, suggella tale sintesi.<BR>Brutale semplificazione del nostro patrimonio umanistico, col rischio di un’egemonia culturale in stile corporation? Non necessariamente; è bene, anzi, cogliere le opportunità. Il progetto di Nicholas Negroponte, esponente di spicco del Mit, è un esempio. Presentato a gennaio al Forum Economico di Davos, esso consiste nel produrre dei computer portatili per i paesi del terzo mondo, al costo di 100 dollari a pezzo. Un piano che sta riscotendo l’approvazione dei produttori e dei governi, pensato per combattere il cosiddetto digital divide. L’inevitabile diffusione del globish, in tal caso, più che imperialismo linguistico sarà parte integrante del processo di emancipazione tecnologica, così importante per lo sviluppo delle società più povere. Ciascuno, poi, potrà continuare a parlare la propria lingua di origine. Lo stesso Nerrière rassicura i suoi concittadini, spaventati dall’anglofonia e da Google: «col globish stiamo salvando il francese dall’essere ucciso dall’inglese», afferma. Ma difficilmente le lingue nazionali potranno arroccarsi ancora entro l’idea di una presunta purezza, che neppure la nostra Accademia della Crusca, ormai pienamente informatizzata, difende più. A conti fatti, tale idea di stampo etnico ha prodotto più disastri che benefici.</P></DIV>[addsig]

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