La difesa della lingua? Niente a che fare con la politica

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Scongiurare l’inquinamento dell’italiano non c’entra con globalizzazione e federalismo

La difesa della lingua? Niente a che fare con la politica

DISCUSSIONI Uno dei firmatari dell’appello presentato a Montecitorio spiega la sua scelta. E smentisce che ci sia un secondo fine

E’ noto che i nostri concittadini non nutrono uno speciale interesse per la lingua che parlano. Se la lasciano uscire di bocca, disposti tutt’al più a spazientirsi per come esce di bocca a concittadini d’altre generazioni, senza porsi comunque alcun problema di organizzazione mentale. C’è ben altro cui pensare. Figurarsi se, con tutti i guai che li affliggono, i nostri concittadini trovano il tempo e la voglia per lasciarsi coinvolgere in una polemica sulla lingua italiana innescata da un appello di Saverio Vertone pubblicato un paio di mesi fa su una rivista quasi clandestina ( Argomenti umani )! Il fatto poi che l’appello, sottoscritto da una strana consorteria "trasversale" di politici e uomini di cultura costituitasi in associazione ("La bella lingua"), sia stato pubblicizzato nei giorni scorsi sui giornali a margine di una conferenza stampa piuttosto protocollare lascia francamente il tempo che trova. Tanto più che, salvo sporadiche eccezioni, i resoconti del minimo evento han divulgato i contenuti dell’appello e le finalità dell’associazione riassumendoli con la sufficienza dell’ironia. Ma insomma, si puo sapere di che si tratta? Riassumendo i riassunti, si direbbe che c’è un gruppo di puristi, privi peraltro di competenze specialistiche, che han deciso di levare strida per difendere l’integrit… della lingua italiana dalle contaminazioni del "basic English" e dalla presunta invadenza dei dialetti. Tutto qui. Ma i cronisti non sono stati cos sciocchi da non accorgersi che l’ingenuità culturale dell’assunto nasconde il disegno metapolitico di mettere i bastoni fra le ruote alla cultura della globalizzazione, e di turbare l’avanzata del federalismo. Fin troppo facile annusare nella "trasversalità" dello schieramento il tanfetto d’un "autarchismo fascista".
Sottoscrittore dell’appello e membro della consorteria, posso giurare che i termini non sono affatto quelli esposti nelle prose sarcastiche che ne hanno dato notizia alla pubblica opinione. Provo a ricapitolarli.
1) Non siamo puristi: sappiamo anche noi che, da che mondo è mondo, le lingue vivono e si sviluppano per innesti e contaminazioni, e che a contaminare le altre, rivitalizzandole, sia stata in prevalenza la lingua che esprime la cultura egemone: c’è stato il turno del greco, poi la lunga dittatura del latino, e poi, via via, del francese, in ambito circoscritto perfino dell’italiano, poi del tedesco, e alla buon’ora dell’anglo-americano. Personalmente cooptato all’associazione in qualità di lettore di Dante, mi sento di garantire, con molti e più autorevoli studiosi, che la lingua della Commedia è, sotto il profilo lessicale e sintattico, la più scandalosamente ibrida e impura fra quante ne registrino le letterature occidentali. Di più: quella lingua stipata di latinismi astrusi, di gallicismi spudorati, di termini del gergo filosofico e tecnologico convoglia a una quota di pensiero e di pronunciamento poetico ineguagliabili la tessitura d’intonazioni e l’energia vocale delle cento parlate della penisola. Proprio in questo senso, e tenendo conto della lunga latenza in cui la nostra tradizione letteraria, selettiva e afona, ha relegato la violenza espressiva della Commedia , una volta mi sono permesso di definire la lingua di Dante "dialetto di italiani futuri".
2) Tanto premesso, è inutile dire che non abbiamo nulla contro i dialetti, e tanto meno contro le poesie del Belli o le Baruffe chiozzotte ; anche se alcuni firmatari si sono opposti in Parlamento al disegno di legge per l’insegnamento scolastico delle lingue minoritarie, quali il friulano, il sardo, il greco del Salento… Triste, la constatazione che i dialetti e le parlate di talune minoranze etniche vadano scontornandosi e diluendosi nell’orrida lingua irradiata dalla televisione, o si sentano strangolare dall’inestricabile gergo dei quesiti referendari; ma non mi sembra vi si possa ovviare vivisezionando strutture verbali la cui mercurialità e nobiltà sono affidate da sempre alla trasmissione orale, e irrigidendole nei codici normativi di una materia scolastica: materia affascinante, che sarà bene delegare agli specialisti, i quali fra l’altro – dettaglio non trascurabile – sono in grado di padroneggiare l’insidiosissimo campo scientifico della trascrizione fonetica. Perchè‚, accanto allo studio delle lingue straniere che si continuano a insegnare poco e male, non includere piuttosto, fra le discipline fondamentali della nostra povera scuola, lo studio di rudimenti di linguistica generale? Se figura antistorica e velleitaria la pretesa di conservare "per legge" l’istituzione di una lingua nazionale, perch‚ sarebbe praticabile l’ipotesi di preservare dall’estinzione l’uso dei dialetti istituzionalizzandoli "per legge"?
3) Quello di scongiurare "per legge" l’inquinamento dell’italiano non figura affatto fra i nostri fini istituzionali, sebbene lo sappiamo in qualche misura praticabile, come testimoniano i provvedimenti adottati in Francia, Spagna e da ultimo anche in Germania (e anche nel Regno Unito) a tutela della lingua nazionale. Più dimessamente noi puntiamo a non sperperare il prezioso patrimonio d’identità custodito dalla tradizione e dal dinamismo della bellissima lingua italiana, allertando i concittadini sui modi e sui rischi dello sperpero.
4) Non per questo siamo i soliti antiamericani mascherati da "cruscanti", e tanto meno siamo fascisti. Per vago che sia diventato l’uso traslato dell’epiteto, forse niente di più fascista c’è ancora in Italia che il malvezzo inerziale di considerare fascista qualsiasi discorso sull’identità nazionale.
5) Non leviamo strida. Siamo sufficientemente realisti da renderci conto che la diffusione dell’italiano a mezzo tv (ma non solo) ha abbassato il livello della comunicazione. Se versi l’acqua di una tazzina in una pentola, il livello dell’acqua inevitabilmente si abbassa. Per fortuna, la pentola è più grande e domani potrà entrarci molta più acqua. A questa sfida vorremmo far fronte. Ma non ci passa per la testa di accudire il malato imbalsamandolo. Certo, ci scoccia e mortifica leggere l’insegna di una salumeria dove i commessi non sanno una parola di inglese che proclama a caratteri di scatola: "cheeses, sausages, colonial groceries", ma visto che il vocabolario delle nuove tecnologie o dei modelli di vita, consumo, spettacolo che vengono dall’America è l’inglese, penso che sia meglio conoscerlo e acquisirlo, che arrischiarsi in maldestri travasi. Personalmente per il pallino-pilota del computer preferisco usare il termine mouse che mettere un "topo" tra virgolette. Tantopiù che considero l’abuso di virgolette scritte, parlate e, peggio ancora, mimate uno dei sintomi più allarmanti della dilagante deresponsabilizzazione linguistica degli italiani: mentre dico una cosa, dico anche che non la sto dicendo, e che la sta dicendo un’altra entità, che immagino coincida con la penuria e sommarietà lessicale degli ignoranti che mi stanno ascoltando…
Un fenomeno di questo genere e cento altri analoghi, inclusi beninteso gli abusi di inglese, servili, provinciali e "pusillanimi" (parola di Dante), nonchè‚ l’euforica nostalgia di campanile che per i dialetti invoca la mummificazione scolastica stanno corrompendo la comunicazione fra gli italiani di pensieri, percezioni, sentimenti, in una fase in cui la lingua si sta insieme espandendo e immiserendo. O ridicolo segnalare la cosa? O fuori dalla realtà qualsiasi tentativo di contenere quest’impressionante polluzione linguistica, senza mortificarne il disordinato impeto vitale? Sì, ha sanzionato l’ironica sufficienza dei cronisti, corifei presunti dei luoghi comuni e del presumibile disinteresse dei loro lettori. C’è qualcun altro che pensa di no. E che condivide il monito di W. H. Auden, grandissimo poeta d’un inglese sontuosamente impuro: "Quando la lingua si corrompe la gente perde la fiducia in quello che sente, e questo porta alla violenza".

Il manifesto sulla lingua è stato presentato a Montecitorio il 6 giugno. Sul "Corriere" sono intervenuti Consolo (6 giugno), Arbasino (7) e Ferrarotti (11).

Corriere della Sera sabato 17 giugno 2000




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