LA DIFESA DELL’ ITALIANO DUE LIBRI PER SCRIVERE BENE

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RISPONDE SERGIO ROMANO
Per chi – come il sottoscritto – ama la lingua italiana e il mondo della comunicazione, oggi si pone un grande problema: la corruzione del linguaggio. C' è chi si appropria di parole che non appartengono assolutamente alla propria cultura e le fa proprie come se da sempre gli appartenessero stravolgendo il significato delle parole stesse. C' è di più. Oggi ci sono parole che non si possono usare perché politicamente scorrette e quindi non gradite. Questa è una nuova forma di dittatura. Il totalitarismo della lingua apre la strada ad altre forme di tirannia molto più sottili e quindi molto più pericolose. Vittorio Gervasi vittorio.gervasi@ email.it Caro Gervasi, A differenza della Francia, l' Italia non ha istituzioni che difendono la lingua nazionale e cercano di contrastare la sproporzionata invasione di parole inglesi, spesso usate per rendere ancora meno comprensibile ai profani il gergo oscuro delle banche, delle compagnie d' assicurazione, dei consulenti aziendali, dei burocrati e dei foglietti illustrativi che dovrebbero facilitare l' uso di un congegno elettronico. Ma ha sempre avuto, per fortuna, un buon numero di persone che si sono occupate della lingua, anche sui giornali, con chiarezza, buon senso, eleganza e un pizzico di umorismo. Penso, per fare soltanto qualche nome, ad Alfredo Panzini, autore di un brillante Dizionario moderno (la prima edizione apparve presso Hoepli nel 1905) in cui ogni voce è raccontata con grande brio; penso a Paolo Monelli, autore di un libro contro i neologismi di origine straniera («Barbaro dominio», 1933) e alle cronache linguistiche di Tristano Bolelli e Leo Pestelli su La Stampa . Appartengono a questa categoria due libri apparsi recentemente. Il primo è di Massimo Birattari, scrittore con molti talenti e una lunga esperienza nel mondo dell' editoria. Ha un titolo lungo («È più facile scrivere bene che scrivere male»), è apparso presso Ponte alle Grazie nelle scorse settimane e raccomanda la chiarezza con due ordini d' esempi. In primo luogo riproduce e fa a pezzi alcune delle prose astruse in cui ci imbattiamo quando leggiamo, per esempio, una critica d' arte o un formulario burocratico. In secondo luogo spiega le virtù della brevità, dell' ironia, della semplicità e dell' eleganza con brani di alcuni scrittori italiani da Dante a Galileo, da Aldo Buzzi a Italo Calvino, da Giorgio Colli a Indro Montanelli, da Luigi Meneghello a Luciano Bianciardi. Questo libro è contemporaneamente un' antologia letteraria e un breviario linguistico. Chi ne leggerà due o tre pagine ogni sera, prima di addormentarsi, parlerà e scriverà meglio il giorno dopo. Il secondo libro è un nuovo contributo di Sergio Lepri allo stile del giornalismo italiano. Dopo molti anni trascorsi alla direzione dell' Ansa (dal 1961 al 1990) e alla facoltà di Scienze politiche della Luiss come docente di Linguaggio dell' informazione (dal 1986 al 2004), Lepri è diventato il principe dei «correttori di bozze» del giornalismo italiano. Il suo «Manuale di linguaggio e di stile per l' informazione scritta e parlata», apparso ora presso Rizzoli Etas con una prefazione di Tullio De Mauro, è un tesoretto di spiegazioni, raccomandazioni, esempi e consigli, tutti ispirati dal principio, semplice ma spesso ignorato, che l' autore di un articolo deve conoscere l' esatto significato delle parole di cui si serve, deve sapere come si scrivono e si pronunciano, deve scegliere fra parole diverse quella più semplice. Un esempio? «Titolo di viaggio: terribile locuzione del linguaggio burocratico per il semplicissimo "biglietto" (ferroviario o di autobus)».
Romano Sergio

Pagina 49
(25 ottobre 2011) – Corriere della Sera




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