La deputata Biancofiore e la lingua italiana

Posted on in Politica e lingue 8 vedi

TUTTIFRUTTI

Se per l’onorevole l’italiano è un optional

Alle elementari chi ha promosso Michaela Biancofiore?

di Gian Antonio Stella

«A scuola, allora, si cominciava con le aste, centinaia di aste su quaderni a quadretti con la matita, non ancora col pennino e l’inchiostro. Poi, si passava alle vocali; poi, alle consonanti; poi, all’assemblaggio di una consonante e di una vocale; quindi, si congiungevano le sillabe per formare parole. E si copiavano parole dal sillabario e si facevano schede d’esercizi. Esercizi che duravano dei mesi…».
Ecco, l’onorevole ripetente Michaela Biancofiore dovrebbe ricominciare da quell’ultima intervista data da Leonardo Sciascia a Le Monde prima di morire. Riparta dalle aste. O almeno dalle vocali: a-i-u-o-l-e. Perché una cosa deve mettersela in testa: deve piantarla di difendere l’italianità dell’Alto Adige commettendo strafalcioni mostruosi non solo per un deputato ma per un somaro della seconda elementare. Si è schiantata sugli accenti («dò», «stà», «pò»), ha detto che gli avversari la vogliono «distrutta, annientata, denigrata, scanzonata» (voce dello sconosciuto verbo michaeliano «scanzonare»), ha inventato «l’amantide religiosa». Creatura che, con l’apostrofo lì, è ignota in natura. Insomma: un disastro.
Prendiamo la sua ultima battaglia, contro la rimozione, dalla parete del Palazzo degli Uffici finanziari di Bolzano di un altorilievo che raffigura il Duce a cavallo. Ricordate? Berlusconi fece con Durnwalder nell’autunno 2010 un accordo scellerato: la Svp s’impegnava a non votare, in quel momento delicato, la sfiducia a Bondi e in cambio Roma dava ciò che nessun esecutivo, di destra o sinistra, aveva mai concesso: lo stop ai restauri del monumento alla Vittoria, la rimozione dell’altorilievo e lo spostamento del monumento all’Alpino di Brunico. Tre simboli dell’italianità vissuti dalla Svp come ferite. Bene: mentre scoppiava la rivolta, la ripetente «pasionaria» pidiellina se ne restò muta: «Invito tutti alla calma. Il governo ha già abbastanza problemi».
Entrata tardi in battaglia per amore berlusconiano, la Biancofiore ha però ragione: non c’è senso a rimuovere l’altorilievo. Come ricorda nel libro Non siamo l’ombelico del mondo Toni Visentini, che certo non è un italianista fanatico, «la piazza non è mai stata vissuta (ed è opportuno che non si cominci ora) come "fascista"» anche perché «il bassorilievo – splendido – è opera di un grande scultore bolzanino di lingua tedesca, Hans Piffrader». Cosa resterebbe se i posteri avessero distrutto tutti i ritratti di Giulio Cesare e Luigi XIV, papa Borgia o Ezzelino da Romano? Ormai è lì, ci mettano una targa che spieghi la scelta di non distruggere l’arte nonostante le infamie del Duce e fine.
Ma in nome dell’Italia, dell’italianità e della lingua italiana la Biancofiore la smetta di scrivere, come ha fatto su carta intestata spingendo Emiliano Fittipaldi a riderne su l’Espresso , che si trattò di un accordo preso «senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità dei nostri elettori…». Ma chi l’ha promossa in terza elementare? Pensa di avere, come deputata, l’immunità ortografica?
(Da Corriere della Sera.it, 23/11/2011).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Gli accenti dell’on. Biancofiore <br />
<br />
Caro direttore, mi consenta di usufruire del diritto di replica nei confronti del giornalista <br />
Gian Antonio Stella che da anni, precisamente dal 2003, mi perseguita costantemente con un livore giustificabile solamente con motivazioni personali, che peraltro ignoro. Si tratta, «ictu oculi», di un turpe attacco personale che nulla ha a che vedere con pur legittime differenze di pensiero o orientamento politico. Questa volta Stella ha oltrepassato ogni limite costringendomi anche a riservarmi di adire le vie legali. Intendo quindi replicargli, pur non esprimendo con ciò alcuna considerazione personale di un giornalista che non conosco e che ignora tutto di me. <br />
Gli replico soprattutto per mia madre, che è stata insegnante e ha seguito il mio percorso scolastico, oggi gravemente malata e che non ha bisogno di altri dispiaceri, per la memoria di mio padre e per i professori che hanno contribuito alla mia formazione anche e soprattutto sul piano morale e che non finirò mai dì ringraziare. <br />
Non si meritano, loro che hanno studiato per una vita, hanno vinto concorsi su concorsi e sono stati allievi in qualche caso anche dei più grandi letterati italiani (la mia professoressa di italiano delle superiori Gabriella Cenci è stata allieva di Ungaretti), che una penna velenosa in maniera sgradevole e meschina, discrediti indirettamente anche loro che mi hanno educato, promuovendomi alla vita. Di tutto ciò che riporta Stella nel suo pezzo patchwork pubblicato sul Corriere di ieri a pagina 49, la sola questione degli accenti merita una spiegazione, per i lettori, per i miei elettori e per i miei colleghi e amici. La questione degli accenti Stella la riprende dalle mie tesi congressuali del 2003 che stupidamente ebbi l’ardire di consegnargli pensando di trovarmi innanzi a uno dei più grandi giornalisti italiani che aspirava a conoscere il mio progetto politico e non a una persona che era in cerca di appigli per fare del male e distruggere senza alcun motivo la credibilità personale. Ho scritto un po’ con l’accento sulla o, è vero, non come lo vedete ora, perché chiunque usi un computer sa che si trovano le lettere già accentate e che per mettere l’accento di lato devi fare tre mosse con la mano molto poco pratiche quando si scrive in velocità. E così è valso per altri casi. Sarei stata ignorante se avessi scritto «un apostrofo po`» non come era evidente a chiunque non fosse animato da pregiudizi faziosi, l’aver messo accenti certamente fuori posto ma dettati dalla comodità delle nuove tecnologie. Chiunque possieda un iPad può provare in questo istante a scrivere «ne» con l’accento e si troverà un «ne apostrofato». Il resto sono refusi di stampa dovuti ai programmi dei <br />
computer che tutti coloro che li usano regolarmente sanno che correggono automaticamente gli scritti facendoti incappare in facili errori. Certo mi assumo la mia responsabilità nel non aver riletto attentamente quanto spedito. Per dovere di precisazione, in aggiunta, rendo noto che mi sono diplomata nel 1989 con 60/60 di allora (oggi 100/100) all’Istituto magistrale statale, sottolineo statale, Gregorio Elladio di Spoleto, città nella quale vivevo in collegio in quanto orfana di dipendente statale e ho avuto l’ardire di fare il compito di italiano e di prendere pure nove! E la commissione, per buona pace di Stella, a quei tempi era esterna. Ora, se lui pensa di poter giudicare tutti i professori d’Italia faccia pure, ma quelli che ho citato sono fatti mentre le sue sono solo parole cattive che non rendono onore nemmeno alla categoria giornalistica. on. Michaele Biancofíore, Pdl <br />
<br />
E' una «comodità delle nuove tecnologie» anche scrivere «stà» con l’accento? Nessuna <br />
persecuzione: l’onorevole la smetta di fare errori da matita blu (i cugini di An la derísero anni fa per un comunicato che faceva a cazzotti «con la semantica, con la grammatica, con l’ortografia, con l’etologia e finanche con la matematica e con la letteratura greco-latina») e saremo felici di dimenticarci di lei. Del resto sono anni che sui suoi strafalcioni si dilettano anche í giornali locali. Basti dire che l’altro ieri sull’Alto Adige il prof. Giancarlo Mariani, rievocando una lontana bocciatura, la chiamava «onorevole s’ignorina». Dove l’apostrofo sbagliato, informiamo la deputata, era voluto. <br />
Gian Antonio Stella <br />
(Dal Corriere della Sera, 24/11/2011).

You need or account to post comment.