La denuncia dei vescovi «Indios, un autentico genocidio e una vergogna per il Paese»

La denuncia dei vescovi

«Indios, un autentico genocidio e una vergogna per il Paese»

DA SAO GABRIEL DA CACHOEIRA

Quando Pedro Àlvares Cabral scoprì il Brasile, il 22 giugno del 1500, gli indios erano 6 milioni. Oggi sono poco più di 200mila sparsi in circa 200 tribù.
Ma impressiona ancora di più pensare che solo 20 anni fa gli indigeni erano circa un milione. L’avanzata dei "bianchi", dei predatori di oro e legname, l’instaurarsi di importanti interessi commerciali o di imponenti progetti di infrastruttura hanno fatto sì che tra il 1900 e il 1957 scomparisse una tribù ogni due anni. E insieme agli indios, per decenni, sono scomparse anche decine di migliaia di ettari di foresta a un ritmo equivalente alla superficie di un campo da calcio ogni 8 secondi.
Se da una parte, finalmente, l’anno scorso la distruzione dell’Amazzonia è scesa a poco più di 6.200 chilometri quadrati facendo registrare il miglior risultato in 24 anni, dall’altra gli sforzi dell’attuale governo per preservare la grande foresta non si sono tradotti in migliori condizioni di vita per le etnie
che ancora popolano il polmone verde del Pianeta.
Due indios su tre sopravvivono in queste aree "restituite" dallo Stato ai suoi abitanti di diritto senza tuttavia la garanzia di un’assistenza sanitaria o di un lavoro. Gli indigeni che vivono, invece, ancora completamente isolati e non hanno quindi avuto contatti con la civiltà, sono oggi pochissimi: circa mille, appartenenti a 63 tribù nomadi sparse nella foresta. Secondo la Fondazione nazionale di protezione degli indios (Funai), la più piccola di queste è quella degli Akuntsus, un gruppo di sei individui mai censito dal governo che incarna oggi il dramma dell’estinzione degli indios brasiliani.
Uno studio della Funai mostra che laddove esistono riserve indigene la distruzione della foresta è ridotta a meno dell’1 %. Ma nonostante le dimensioni continentali dell’Amazzonia (cinque volte più estesa dell’Italia), i governi che si sono succeduti hanno trasformato in riserve indigene solo l’11% del territorio nazionale.
La sopravvivenza della grande foresta è quindi minacciata anche dall’estinzione degli indios che la abitano e di cui per secoli sono stati i guardiani. In un rapporto del Consiglio missionario per gli indigeni (Cimi), organo legato alla Conferenza episcopale, si legge: «Sono numerose le comunità di indios ancora relegate ai margini delle strade e in aree ristrette, senza spazio per vivere, per coltivare e provvedere al loro sostentamento. Anche i piccoli appezzamenti occupati dagli indios restano all’origine della disorganizzazione sociale: i litigi e la violenza sono costanti e sono motivo dell’abbandono
dei villaggi da parte dei giovani che migrano verso la città, senza nessuna prospettiva di vita».
I numeri della tragedia indigena sono sempre difficili da raccogliere, ma le poche informazioni a disposizione tracciano una radiografia drammatica: oltre 60 indios assassinati ogni anno,
quasi il triplo minacciato di morte da latifondisti e allevatori di bestiame in diverse aree del Paese. Molti, probabilmente più di un centinaio, sono invece i bambini che muoiono ogni anno per mancanza di assistenza medica.
Nella tribù dei Guaranì-Kaiowà, relegata in una riserva del Mato Grosso do Sul, la situazione è così disperata che da anni si consuma una vera epidemia di suicidi. Oltre 250 indios della tribù sono stati assassinati negli ultimi otto anni nel corso di conflitti con i fazendeiros (gli allevatori di bestiame).
Una situazione così grave da far scendere in campo i vescovi, con la denuncia che si tratta di «un vero genocidio, una macchia all’immagine del Brasile difensore dei diritti umani».
Gherardo Milanesi
(Da Avvenire, 5/12/2012).




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