La delicata pianta del linguaggio.

Posted on 12 dicembre 2017 in Politica e lingue 22 vedi

La delicata pianta del linguaggio.

Si sente parlare spesso di difesa dell’italiano. Ma che cosa significa “difendere una lingua”? E quali sono le forze in grado di minacciarla? La salute di una lingua dipende in primo luogo dall`esistenza di un congruo numero di persone che la parlano e la scrivono. Delle seimila o settemila lingue parlate in tutto il mondo si trovano esposte a un concreto e spesso non evitabile, rischio di estinzione quelle parlate da poche centinaia o migliaia di parlanti, oggi diffuse specie nell’Africa subsahariana e nell’Oceania. L’italiano non corre evidentemente questo rischio; così come non lo corrono lingue europee parlate da nuclei ben più ridotti di persone, che siano lingue ufficiali di uno stato (come lettone, estone, albanese) o lingue minoritarie riconosciute (catalano, basco). Ma questo non vuol dire che l’italiano oggi non meriti particolare attenzione. Intanto da parte dei parlanti: come per la cura dell’ambiente non vale invocare le politiche generali se gli esseri umani lo trascurano lo maltrattano, anche l’efficienza e la funzionalità della lingua risiede in primo luogo nella consapevolezza, e direi proprio nell’amore, dei parlanti madrelingua. Ma c’è anche l’esigenza di un’illuminata politica linguistica.

È essenziale che l’italiano mantenga rafforzi la sua centralità nei vari ordini di insegnamento. Il recente referendum consultivo in Veneto e Lombardia ha previsto, tra le competenze che potrebbero essere cedute dallo stato alle regioni, anche le norme generali sull’istruzione. Ora, ai presidente veneto Zaia, in una dichiarazione riportata nel «Corriere della Sera» del 04 ottobre scorso, ha detto fra l’altro che « in provincia i xe sette su diese e che no parla italian». Il dato probabilmente andrà riformulato: nel Veneto sono effettivamente molti a usare il dialetto nei rapporti con familiari e amici, ma quasi tutti sarebbero in grado di usare l’italiano con gli estranei e tutti capiscono perfettamente quello che ai sente in televisione.

Ma il punto non è questo: se mai si decidesse di ridurre a scuola le ore d’italiano in favore di un “dialetto veneto” (e quale? non è che a Venezia il dialetto sia lo stesso di quello parlato a Vicenza o a Rovigo), si creerebbe un danno alla comprensione generale, si scaverebbero fratture proprio là dove i più giovani sono chiamati a condividere valori e saperi comuni, quelli che, al di là dal formale certificato di cittadinanza, danno il senso di una comunità. I dialetti hanno la stessa dignità delle lingue nazionali, e possono farsi sublime strumento di poesia; ma non hanno la stessa estensione d’uso: sarebbe difficile ricorrere al veneto (o al napoletano o al siciliano) per scrivere un editoriale sulla situazione geopolitica dell’estremo oriente o sulla scarsa difesa dell’ambiente da parte dei paesi più sviluppati.

Questo, per ora, è uno scenario fantapolitico. E’ all’ordine del giorno, invece la pervasività dell’inglese: un prestigio che l’inglese si è conquistato, beninteso, per il suo primato nell’economia, nella scienza, nei rapporti internazionali. Ma l’italiano, come altre lingue cariche di storia, non può rinunciare a una parte di sé, come avverrebbe se fosse estromesso dall`istruzione superiore. Bene ha fatto la corte costituzionale l ribadire, nella sentenza 42/2017, che le pur comprensibili esigenze di aprire i nostri atenei al confronto internazionale non possono comportare l’attivazione di corsi esclusivamente in inglese. La lingua italiana, argomentano i supremi giudici, non può essere ridotta «a una posizione marginale e subordinata, obliterando quella funzione, che le è propria, di vettore della storia dell’identità della comunità nazionale, nonché il suo essere, di per sé, patrimonio culturale da preservare e valorizzare».

La scuola è il luogo dove gli studenti sono chiamati a rafforzare la competenza e la capacità di riflettere sul funzionamento della lingua. Alla fine della primaria non dovrebbero esserci più dubbi sull’ortografia (oltretutto quella italiana è molto più semplice di quella che devono imparare i bambini inglesi o francesi), bisognerebbe essere in grado di distinguere un nome da un verbo via via nel corso degli anni, è indispensabile allargare il proprio lessico, non contentandosi del “lessico fondamentale” sufficiente per la comunicazione quotidiana.

Conoscere davvero la propria lingua significa essere in grado di andare oltre le poche migliaia di parole che sono la dotazione di qualsiasi parlante madrelingua. È impensabile che un tredicenne non sia in grado di ricondurre “epatite” o “epatico” a “fegato”, né “idrico” ad “acqua”, né “piromane” a “fuoco”, non abbia idea di cosa sia il “peculato” (nella secondaria di primo grado basterà forse l’ambito di appartenenza: è un reato che ha a che fare con l’uso del denaro); ma prima di arrivare all’esame di Stato bisognerebbe che tutti ne avessero più precisa nozione e fossero in grado di distinguere il “peculato” dalla “concussione”: sono parole che incidono nel nostro orizzonte di cittadini (e di elettori), non sono soltanto tecnicismi dei penalisti. E così occorre esporre gli alunni al lessico
astratto e al relativi vincoli di significato: “erogare” si dice di una somma stanziata per un’opera pubblica o per un atto di beneficenza, oppure per un servizio fornito da un’azienda (non potrei *erogare un consiglio e nemmeno *erogare un’elemosina a un mendicante); e così “s’impartisce” un ordine, ma non si potrebbe * “impartire una richiesta”; si “perpetra” un delitto, non una buona azione.

Si impara anche attraverso la lettura, che deve essere il più possibile larga. Le grandi opere letterarie costituiscono certamente un settore privilegiato; ma è necessario mettere in circolo anche testi ch altro tipo. Allo scopo funziona molto di quel che si può leggere in un giornale, che è la tribuna alla quale si affaccia il mondo contemporaneo nel suoi vari aspetti, dalla politica al diritto, dall`economia alla cronaca; e che offre un campionano molto vario di testi diversi: dal testo informativo a quello argomentativo, dal testo in terza persona all’intervista che offre spezzoni di parlato, sia pure filtrati dalla necessaria mediazione del giornalista.

Più che di “difesa” dell’italiano si potrebbe parlare di “nutrimento”: la lingua è una pianta delicata, che per vegetare ha bisogno di un terreno adatto e di un po’ di cura. È una responsabilità di tutti; ma è più stringente per coloro che, per professione (gli insegnanti) o per il loro ruolo pubblico (parlamentari, conduttori televisivi, direttori di testate giornalistiche), svolgono la funzione di altrettanti modelli per la platea più o meno larga che sono in grado di raggiungere.

Luca Serianni | L’Osservatore Romano | 12. 12. 2017




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.