La decadenza della lingua italiana

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La decadenza della lingua italiana

Di Claudio Antonelli

In un forum linguistico del Corriere della Sera online un partecipante, deprecando la scarsità di termini usati dai mass media, ha espresso il timore che la lingua italiana “si riduca ben presto a 200 vocaboli”.
È proprio vero, in Italia, terra delle mode, a certe parole e frasi a un certo momento arride una gran fortuna: sono sulla bocca di tutti. A spese di una varietà di altre meno fortunate che, anche se più chiare ed espressive, tendono ad essere usate sempre di meno, perché messe in naftalina dal termine o dall’espressione in auge. E ciò ha l’effetto di ridurre la varietà del vocabolario di chi parla o scrive…
“Tenere alta la guardia” è una di queste frasi prepotentemente alla moda. Un’altra è l’invito a “far chiarezza”, espressione che esala superiorità morale, pragmatismo ed efficienza. E che ha eliminato il verbo “chiarire”, il quale esigeva un fastidioso complemento oggetto: chiarire le responsabilità dell’accaduto, chiarire le circostanze, chiarire un fatto… Chi “porta avanti il discorso” si guarderà bene dall’appesantire il proprio vibrante appello a “far chiarezza” attraverso termini aggiuntivi, come “far chiarezza sull’accaduto”, “sugli avvenimenti”, “sulle circostanze”, “sui retroscena”, “sui risvolti”. Chi invita a “far chiarezza” non precisa quel che l’altro, cui l’invito è rivolto, dovrebbe fare di concreto, perché il punto di forza della frase sta proprio nella sua concisione o se vogliamo nella sua mancanza di chiarezza. Ad aggiungere qualcosa si rischierebbe di perdere l’effetto ricercato, dato che “far chiarezza” è una frase assoluta dal potere taumaturgico alla “abracadabra” e con una risonanza poetica alla “m’illumino d’immenso”.
Un giornalista che si rispetti non scriverà mai “XY ha voluto chiarire la sua posizione”. E preferirà all’antidiluviano: “L’omicidio non è stato ancora chiarito”, un contemporaneo: “Sull’omicidio non è stata fatta ancora chiarezza.”
Ripeto: l’invito alla “chiarezza” ha spazzato via l’uso di termini e espressioni che servivano a precisare il pensiero, ma che, ahimè, non erano abbastanza icastici, omologanti, ufficiali. Finite quindi anche le frasi con i chiarimenti, le chiarificazioni, le verifiche, le delucidazioni, gli accertamenti, le prove (a dire il vero resistono ancora gagliardamente – ma sono i soli – i famigerati “riscontri”, termine a mio avviso ambiguo su cui occorrerebbe, questa volta sì, “far chiarezza”).
Nella lingua italiana corrente non si delucida più, non si fa luce, non si chiariscono dubbi, retroscena e circostanze, non si accertano verità o responsabilità, non si stabiliscono fatti, non si determinano negligenze, non si fugano ombre. Non si mette più nulla né in luce né in chiaro. Si fa invece “chiarezza”!
Lo stesso presidente Napolitano è infaticabile nel lanciare, con accento partenopeo, il suo quotidiano invito a “far chiarezza”.
Fare chiarezza su cosa? Di volta in volta un po’ su tutto, poiché per gli appassionati della dietrologia e per i patiti del “cui prodest?” – legioni in Italia – niente è come appare, e ombre e sospetti incombono su tutto.
Nella patria del pressapochismo, della confusione e della dietrologia l’invito a fare chiarezza è un coro possente, degno del Nabucco, dalle Alpi alla Sicilia. Ma nessuno dà il buon esempio cominciando a farla, lui, la chiarezza; la mancanza di chiarezza – ognuno di noi lo sa – è il male cronico degli altri.
Spero, da parte mia, di essere stato chiaro.

Da http://www.rinascita.eu, 05/02/2013




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