La cultura si mangia e fa tanto bene. Ai conti.

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La cultura si mangia e fa tanto bene. Ai conti.

di Paolo Conti.

Raramente uno slogan coniato dalla politica si è rivelato più falso, fuorviante e avulso dalla concreta realtà economica del nostro Paese. L’idea che “con la cultura non si mangia” non solo è lontana dalla verità ma nega il nucleo più vitale e maggiormente rivolto al futuro della nostra imprenditoria. L’ “Italia della qualità e della bellezza”, realizzata da Symbola, la Fondazione per le qualità italiane, con Unioncamente in collaborazione con la Regione Marche dimostra il contrario.
Prendiamo le quote di turismo. Nel Nord – Est l’8,6% del flusso turistico ha una motivazione culturale, nel Nord-Ovest è dell’11,6%, al Centro siamo a quota 21,6% e al Sud al 14,8%. E’ chiaro che nel peso del Centro c’è Roma, con tutto ciò che rappresenta (prima tra tutte la presenza della Santa Sede, con Papa Bergoglio formidabile catalizzatore mediatico). Ma sono cifre importantissime. Prendiamo il caso dei turisti giapponesi: il 68,8% dei loro arrivi ha una motivazione culturale (proprio del Paese che, nel dopoguerra, puntò tutto sulla tecnologia).
Altre cifre. Il sistema produttivo culturale vale 80 miliardi di euro (tra non profit e pubblica amministrazione), denaro che riesce ad attivare – si legge nella ricerca – 134 miliardi di euro arrivando così a costituire una filiera culturale, in senso lato, di 214 miliardi di euro. E così il sistema produttivo culturale passa dal 5,7%, come incidenza, al 5,3%, considerando l’intera filiera del resto dell’economia attivata. Insomma, con la cultura si mangia: e come. Ne sanno qualcosa i 289 mila occupati in Lombardia nel settore, i 160 mila del Lazio e del Veneto (cifre identiche), i 107 mila in Toscana, i 60 mila della Sicilia, così come lo sanno rispettivamente le 84-495 imprese culturali della Lombardia, le 53.482 del Lazio e le 38.136 del Veneto, le 34.729 della Toscana e le 26.828 della Sicilia. Interessante sottolineare come il settore dell’architettura piloti con il 34,1% l’intero settore delle imprese culturali nel comparto creativo, mentre l’audiovisivo si ferma ad appena il 2,7% e i videogiochi-software sono a quota 10,2%, superati (incredibilmente ancora) del comparto libri e stampa, all’11,2%.
Nella ricerca si legge anche che, nonostante il clima recessivo, l’export legato alla cultura durante la crisi è cresciuto del 35%: era il 30,7% miliardi nel 2009, nel 2013 è arrivato a 41,6 miliardi, totalizzando il 10, 7% di tutte le vendite oltre confine delle nostre imprese. Prima di inventare un altro slogan-scorciatoia sulla cultura, studiare le carte e le cifre.
(Da La Lettura (Corriere della Sera), 11/1/2015).

I cinque mila studenti americani in Toscana “valgono” 150 milioni di euro.

Uno studio della Cgil sul giro d’affari prodotto dalle 50 università degli States che operano in tutta la regione. Tra i punti critici la scarsa frequentazione con i giovani italiani

di SIMONA POLI

I RAGAZZI italiani li incontrano in discoteca e al pub, il tempo libero lo passano in giro per ristoranti, shopping e gite, tornano negli Stati Uniti innamorati di Firenze e del made in Italy. Gli americani che studiano in Toscana, nelle loro sedi universitarie distaccate, rappresentano una realtà finora indagata solo dal punto di vista sociologico, spesso per problemi legati alla vita notturna, al consumo d’alcol o alla difficile integrazione degli atenei con la vita della città.

In realtà uno studio della Cgil indaga quale sia il risvolto economico della presenza di questo particolarissima forma di “turismo intellettuale” legato in particolare al patrimonio artistico e culturale. In Toscana ci sono almeno 50 tra università e scuole americane, frequentate ogni anno da almeno 5.000 studenti. L’80 per cento di loro alla fine del semestre dice di voler tornare in Toscana, anche se il 25 per cento ritiene troppo alto il costo della vita. Numeri importanti insomma, il giro d’affari sfiora i 150 milioni di euro tra investimenti delle varie istituzioni, pubbliche e private, le rette pagate dagli studenti, le forniture di beni e servizi alle scuole, le ristrutturazioni di edifici, gli affitti, l’indotto turistico. In totale sono in gioco 3.000 posti di lavoro, di cui 1.000 impiegati direttamente nelle scuole, con varie forme contrattuali.

A commentare questi dati presentati ieri a Firenze da Leonardo Croatto della Cgil erano il docente universitario Tomaso Montanari, il console generale degli Stati Uniti Abigail M. Rupp e l’assessore alla cultura toscana Sara Nocentini. Alla base della discussione un rapporto realizzato dall’Irpet (l’istituto di ricerca e programmazione economica della Toscana) intitolato Educating in Paradise e basato sull’analisi dei programmi delle università americane in Toscana e sui questionari proposti agli studenti da cui sono stati ricavate informazioni sul loro stile di vita in Toscana.

L’indagine riguarda il 2012 e i 150 programmi che in quei dodici mesi hanno portato in Italia quasi 19mila studenti: il 40 per cento mediamente ogni anno sceglie come sede Roma e oltre il 30 per cento la Toscana. Il ritorno economico ed occupazionale per il 2012 è stato quantificato, rispettivamente, in 544,4 milioni di euro come valore aggiunto, e 10.454 posti di lavoro a livello nazionale.

Dal campione intervistato è emerso che ciascun giovane spende in media 1.368 euro al mese, la maggior parte per i viaggi (26,4%), i ristoranti (11,7%), shopping in mercatini e negozi (7,9%). Ogni mese per la vita serale e i bar ogni studente spende circa 60 euro. Il modello di spesa-base della ricerca è tarato su un diciotto/ventenne nordamericano medio ma ovviamente esistono differenze nei comportamenti di spesa dei singoli studenti dovuti in parte alle esigenze e alle scelte individuali. La retta di un semestre costa tra 15 e 25 mila dollari e non tutte le famiglie sono facoltose al punto da poter elargire alti budget ai figli anche extra corso. Nel tempo libero i ragazzi intervistati al 92 per cento raccontano di “uscire con gli amici” ma solo i connazionali.

Con gli italiani i rapporti sono scarsi. Anche chi frequenta corsi di lingua italiana per migliorare la sua conoscenza del luogo, i coetanei italiani li vede solo al pub e in discoteca: il 50% degli americani dichiara di intrattenere rapporti raramente (48,2%) o mai (solo il 2,5%) con italiani. Dopo Roma e Firenze la città più visitata è Venezia, seguita da Siena, Milano e Pompei. In coda costiera Amalfitana e Cinque Terre.
(Da firenze.repubblica.it, 16/1/2015).

 




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