La cultura salverà la lingua

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L’ufficio del personale Ue, Espo per farla breve, non la spunterà. I Trattati affermano insindacabilmente che l’Unione ha l’obbligo di parlare agli europei in ognuno dei ventitré idiomi ufficiali della Comunità. L’aver offerto 323 posti da «amministratore» con un concorso affrontabile solo in tre lingue è una chiara violazione della politica linguistica fondata sul regolamento n. 1 del Consiglio (1958). Se Roma, dove l’assenza dell’italiano ha toccato un nervo scoperto, deciderà di ricorrere alla Corte di Giustizia, avrà certamente partita vinta. Ma sarà una magra consolazione.

L’Espo è stato maldestro. Ora potrà tentare di discolparsi invocando la consuetudine della Commissione esecutiva, dove le riunioni di lavoro sono trilingue per prassi interna, si fanno in inglese, francese e tedesco. Oppure aggrapparsi ai problemi di bilancio, visto che la manutenzione del multilinguismo succhia oltre 1,1 miliardi l’anno dai forzieri dell’Ue. Potrebbero provare a dire che ventitré lingue per un esame costano una fortuna. Sarebbe inutile. Nei Trattati c’è scolpito che nessuno può essere escluso.

Sebbene siano tutte ufficiali e d’uguale statuto, le lingue in Europa si stanno asciugando per praticità. Gli ambasciatori che preparano le riunioni del Consiglio dei ministri discutono in inglese o francese, con una evidente prevalenza della prima lingua sulla seconda. Fa eccezione talvolta il rappresentante della République, generalmente per dispetto ai britannici. In Commissione qualunque manager ha teorico diritto all’interprete nelle riunioni ufficiali, però se il greco sceglie di esprimersi come il padre gli ha insegnato viene considerato uno sgarbo mirato a complicare le cose. Pertanto è un’occorrenza molto rara.

E’ facile prevedere che l’inglese alla fine avrà la meglio e che passo dopo passo si elimineranno parecchi vocabolari. Il francese dovrebbe salvarsi e la Germania si spenderà per difendere il tedesco.

L’italiano ha un piede fuori della porta, eppure a Roma nessuno può scandalizzarsi o lamentarsi se, quando si stringe la rosa, noi siamo fuori. Al di là delle parole e delle impennate di governi di ogni colore, i finanziamenti per la politica di promozione della lingua sono magri da anni. Basta chiedere agli istituti di cultura. Fondi tagliati. Iniziative azzerate. Risultati affidati al talento e all’estro dei singoli.

La lingua si protegge diffondendo la cultura. Francesi, tedeschi, britannici e spagnoli hanno scuole e centri di promozione in tutte le capitali. L’ambasciata francese a Bruxelles offre corsi di perfezionamento gratuiti ai giornalisti, cosa che fanno anche i fiamminghi del Belgio. Un paese, questo, dove nonostante le circa 300 mila presenze nazionali, l’Italia ha chiuso da quasi quarant’anni lo straccio di scuola che aveva e si è affidata alla Scuola Europea, dove però oggi hanno accesso solo i figli degli eurocrati. Per non parlare della folle voglia di tagliare la lingua straniera nelle classi della penisola.

In tempi recenti il ministero della Cultura ha asciugato i contributi per il cinema nella capitale europea, mentre sono miseri anche gli sforzi per la traduzione della letteratura nostrana che, invece, sarebbe il cavallo di Troia per una lingua a cui esperti vedono potenzialmente come la numero tre. Senza l’arte della parola, la lingua muore. Così, magari, un ricorso contro l’Espo salverebbe la faccia e l’onore. Poi, però, serviranno i soldi e la volontà politica del sistema intero, ché i primi senza la seconda non servono. Non c’è a Bruxelles un complotto italiano. Ci sono lingue e stati determinati nel difenderle. C’è la debolezza di un paese, il nostro, in cui le imprese vogliono andare all’estero senza sapere leggere un bando in inglese. Abbagliate magari da un politica che, legislatura dopo legislatura, ai fatti ha preferito le parole. Meglio se non straniere.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplR … =&sezione=




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