La Crusca perché…

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La Crusca nostro tesoro

di Pier Francesco Listri

Per una grottesca decisione politica o se preferite economica, non molte settimane fa, l’Accademia della Crusca ha corso il rischio di essere soppressa. Un ripensamento l’ha salvata, ora voci serie annunciano che dalla bella villa di Castello potrebbe ritrasferirsi nel centro fiorentino dove è sempre stata (a lungo nel palazzo dei Giudici).
La notizia era apparentemente trascurabile, ma sostanzialmente enorme. Nell’anno del cento cinquantenario dell’unità, il massimo strumento di custodia della lingua nazionale stava per essere abolito. Forse il lettore non sa che non sarebbe stata la prima volta, giacché nel 1783 l’illuminato granduca Pietro Leopoldo la soppresse fondendola in una triplice Accademia Fiorentina (che comprendeva anche quella degli Apatisti). Per curioso paradosso se a chiuderla fu un principe illuminato a riaprirla fu in un certo senso Napoleone e – ulteriore coincidenza paradossale – fu esattamente due secoli fa, cioè nel 1811 che la Crusca risorse come accademia autonoma. Ultimamente i fiorentini più avvertiti lo sanno la Crusca ha passato anni difficili economicamente pesanti, tanto da gettare un suo flebile lamento alla distratta opinione dei politici e degli amministratori. Si spera dunque che ora inauguri un suo risorgimento.
Ma a che serve la Crusca? Quanto ha già fatto, non un intero libro basta a raccontarlo. Diciamo sinteticamente che ha avuto come compito ‘la conservazione della purezza della lingua italiana’ una lingua ben più antica dello stato italiano.
Tanti problemi non secondari e di grande rilievo sociale, toccano il gran tema: da quello dei rapporti fra lingua e dialetto a quelli più recenti delle lingue dell’informazione alle troppe parole straniere che hanno invaso l’Italia. La Crusca svolge un ruolo fondamentale tanto più oggi che il globalismo multietnico, che la preponderante forza dell’informazione, mettono a rischio i linguaggi. Si può essere poveri di denaro ma – è stato detto – si può anche essere poveri di parole, e in questo caso la democrazia peggiora e la precaria felicità di ogni uomo si fa più difficile. Che la Crusca continui a lavorare. Perché tutti dobbiamo parlare per dire le speranze e le denunce, per nominare le cose del mondo che ci sta intorno.
(Da La Nazione, 9/9/2011).




23 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

IL PROGETTO LA COLLABORAZIONE TRA LINGUISTI E GLI SCIENZIATI DELL'UNIVERSITÀ DI PISA. «SARÀ PIÙ FACILE INSEGNARE»<br />
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La complessità dei numeri primi<br />
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di Marco Gasperetti<br />
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Linguisti e matematici uniti in un'insolita e un po' esoterica «setta» dedita a strane elucubrazioni sullo scrivere (e il comunicare) nel modo migliore e convinta che la stragrande maggioranza dei libri di testo scolastici scientifici, e in particolar modo di matematica, debba essere riscritta. Nel guardarli si potrebbe pensare a un orribile connubio postmoderno e invece da ieri, in un'aula della facoltà di matematica dell'Università di Pisa dove hanno studiato e insegnato Galilei, Fermi, Enriques, De Giorgi e Bombieri, i «sapienti delle lettere e dei numeri» sfogliano libri di esercizi, analizzano le spiegazioni di teoremi ed equazioni, e con la matita rossa e blu correggono, suggeriscono e propongono il «miglior modo possibile» di scrivere di matematica, un ritrovato «dolce stil novo» per raccontare algebra e geometria. Consapevoli, dicono loro, che l'avversità ai numeri in Italia (e all'estero) sia dovuta anche e soprattutto al modo d'insegnare, comunicare e scrivere questa disciplina vissuta pericolosamente e invece spesso così vicina alla speculazione filosofica e alla verità da essere e persino una medicina dell'anima. Per raggiungere l'obiettivo, quasi un salto di paradigma nell'insegnamento e nella divulgazione della matematica, è stata firmata una convenzione tra l'Accademia della Crusca, il tempio fiorentino della ricerca sulla lingua italiana, e il Cafre, il Centro di ateneo di formazione e ricerca educativa dell'università pisana. «È nato anche un gruppo di studio misto di sei insegnanti di matematica e sei di italiano di scuola secondaria di primo e secondo grado - spiega Franco Favilli, docente di matematica e direttore del Cafre -. Con loro abbiamo iniziato ad analizzare l'aspetto linguistico di alcune parti di libri di testo di matematica. Che, al 90%, devono essere riscritti per cercare di rendere più facile la lettura e tentare di risolvere il problema del doppio linguaggio, quello che secondo noi confonde soprattutto i giovani e li allontana dalle scienze matematiche». Già, perché in alcune discipline scientifiche (ma accade anche in filosofia) le parole hanno diversi significati dalla lingua naturale. «Nel linguaggio matematico si fa uso di un sottocodice linguistico - continua Favilli - e i diversi significati possono creare difficoltà nella comprensione dei concetti matematici e influire negativamente sull'apprendimento e sull'interesse per la disciplina». Qualche esempio? Angolo (nella lingua comune si usa per indicare una parte di una stanza o di un ambiente esterno; in matematica è la regione di piano individuata da due semirette), simile (il matematico lo usa con due accezioni diverse che non corrisponde al significato corrente). E ancora frazione, rapporto, congruenza, radice. Per non parlare poi di quella che gli esperti chiamano «equivoca attribuzione di significato» con insegnanti che, durante la stessa lezione, usano uno stesso termine, come per esempio altezza, con i tre significati profondamente diversi, provocando negli allievi grande confusione. «Tra linguisti, matematici e cultori di scienze è nato un reciproco amore su uno stesso terreno teorico, sia didattico ed educativo - spiega Francesco Sabatini, linguista e residente onorario dell' Accademia della Crusca - perché alla base di tutte le discipline c' è il problema del linguaggio. Conoscerlo, comprenderlo e discriminarlo è fondamentale anche nella scienza e ovviamente nella matematica». Il gruppo di lavoro avrà anche rapporti internazionali. «Lavoreremo con le università di Parigi, Vienna, Praga, Siena, Volos (in Grecia) e Agder (in Norvegia) - spiega Favilli - Culture e lingue diverse, problematiche comuni. E affronteremo il problema nel convegno di didattica della matematica che si svolgerà a Viareggio il 10 e l'11 settembre». Poi i risultati potrebbero diventare realtà con nuove pubblicazioni e una nuova didattica. Con la speranza che dalla Toscana, culla dell'italiano, possa nascere e prosperare un nuovo linguaggio per comunicare la matematica. Il «dolce stil novo dei numeri», appunto.<br />
(Dal Corriere della Sera, 18/7/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

La Crusca arriva su Facebook e Youtube<br />
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Accademia della Crusca 2.0: l’istituto di studio sulla lingua italiana potenzierà la presenza web, rinnovando il suo sito (www.accademiadellacrusca.it), aprendo la pagina Facebook e attivando un canale su YouTube. Presto…Twitter.<br />
(Da La Nazione, 6/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

ANNIVERSARI I FESTEGGIAMENTI DELL'ACCADEMIA OGGI E DOMANI A FIRENZE<br />
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La Crusca: quattro secoli in difesa dell'identità italiana<br />
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di CESARE SEGRE<br />
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Si festeggiano, oggi e domani, i quattrocento anni del Vocabolario della Crusca (1612). Non è una data qualsiasi. A quell'altezza, nessuna delle grandi lingue moderne aveva un vocabolario in cui fosse depositato l'assieme delle parole e dei modi di dire che costituiscono ciascuna lingua. E l'italiano stesso era in verità piuttosto giovane, dato che solo nella prima metà del Cinquecento, a opera di Pietro Bembo nel ruolo di teorico, di Ludovico Ariosto (e del Sannazaro) nel ruolo di «utilizzatori finali», si era generalizzato e regolato l'uso dell'idioma toscano letterario. A meno di un secolo di distanza, quest'idioma era ormai riconosciuto, anche se non ufficialmente, come lingua nazionale: mancava infatti una nazione cui rapportare la lingua usata dai dotti e dagli alfabetizzati dei vari stati e staterelli in cui era frazionata l'Italia. Ma che cos'è un vocabolario, o dizionario? Oggi lo sappiamo tutti, e sappiamo come lo si usa. Sappiamo che di ogni lemma il vocabolario illustra il significato, o i vari significati; che le reggenze di parole e verbi sono indicate nel seguito della voce, e così via. Ma tutto questo dovettero inventarselo gli accademici della Crusca, che tra l'altro collaboravano all'opera gratis, per puro amore della lingua. E non erano solo filologi, ma anche scienziati e artisti, che s'improvvisarono lessicografi, con successo. I vocabolari d'oggi, nella sostanza, non sono diversi da quello della Crusca. E lo stesso si può dire per i vocabolari delle lingue europee, che seguirono il nostro a molta distanza: per il francese, quello dell'Académie (1694), e per lo spagnolo, quello della Real Academia (1726-1739), per l'inglese, quello di Samuel Johnson (1787), e così via. Perché questa priorità italiana? Tra i molti motivi si potrebbe indicare lo sviluppo, da noi, degli studi filologici e la vivacità della «questione della lingua», che accompagnò e animò l'affermazione del toscano come base della lingua italiana. Ma il motivo principale è il fatto che nella metà del Trecento erano già apparsi i capolavori di Dante, Petrarca e Boccaccio, testimoni della nascita di una grande lingua letteraria. Era ovvio cercare di coglierne il sistema linguistico e soprattutto lessicale. C'è poi un fatto significativo. La prima edizione del Vocabolario fu pubblicata a Venezia: quasi la conferma ufficiale di un asse linguistico Firenze-Venezia, che nei fatti si era già realizzato, dato che gli attivissimi tipografi veneziani avevano per primi eliminato dalle loro stampe i tratti dialettali che invece restano vistosi nei volumi pubblicati altrove. L'Accademia della Crusca celebra l'anniversario nella splendida Villa Medicea di Castello. Lo festeggia anzi, dato che alle relazioni si mescolano uno spettacolo sulla vita di Dante e un concerto di musica barocca. Ma per il resto si tratta di importanti relazioni dedicate agli altri vocabolari «cadetti» su quella che viene chiamata «la piazza virtuale della Crusca», insomma sul prezioso e sempre aggiornato tesoro lessicografico che l'Opera del Vocabolario continua a raccogliere, nonché sui modi di compilare un vocabolario, in un quadro ben consapevole dei problemi del multilinguismo, tra i più urgenti d'oggi. I relatori sono tutti di alto livello: solo fra gli stranieri, citeremo Eva Buchi, Wolfgang Klein, José Antonio Pascual, Francisco Rico, John Simpson, Harro Stammerjohann, Edward F. Tuttle. Una varietà d'interventi in cui s'intravvede la feconda dialettica tra esemplarità e produttività dei vocabolari, tra sincronia e diacronia, tra lingua e lingua. Perché se un vocabolario appare come la registrazione dei tesori di una lingua, il suo utente deve essere consapevole che molti di quei tesori cadranno in disuso, sostituiti da altri, nuovi, in una creazione continua. Le cinque successive edizioni del Vocabolario seicentesco lo mostrano bene.<br />
(Dal Corriere della Sera, 6/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Accademia della Crusca il presidente rinnova l’allarme<br />
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di Ilaria Ulivelli<br />
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I problemi di soldi della Crusca sono antichi quanto l’Accademia. Storici. Dopo aver sospirato a lungo sull’orlo del baratro della chiusura, la presidente senza stipendio (rinunci che di questi tempi potrebbe considerarsi atto eroico), Nicoletta Maraschio, rifiata. “Lo scorso anno, il decreto Salva Italia ci ha assegnato una dotazione stabile: 700mila euro all’anno. Soldi che, con i soliti ritardi, sono arrivati un mese fa – spiega Maraschio - . La Regione Toscana non ce li ha ancora dati, ma dovrebbe confermare il fondo di 200mila euro anche per il 2012, come lo scorso anno. Diciamo che in tutto arriva un milione all’anno”.<br />
Sufficiente a far cosa?<br />
“Praticamente ci garantisce la sopravvivenza. Serve a coprire le spese correnti, per pagare i dipendenti e per il mantenimento dell’edificio. Ora, per esempio, piove da una parte del tetto: dovremo intervenire”.<br />
Quanto spendete per il personale?<br />
“Abbiamo sei dipendenti. In Germania, l’Istituto per la lingua tedesca, per fare il nostro stesso lavoro, ne impiega 80. Ci sarà un motivo? La presidente e i quattro consiglieri non prendono un centesimo. Poi ci sono 15 collaboratori, ricercatori con curricola invidiabili, ai quali chiediamo di sviluppare i nostri moltissimi progetti e che paghiamo tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese”.<br />
Riuscirete a mantenerli?<br />
“Abbiamo in progetto di aumentare l’organico per i ruoli chiave. Pensi che non abbiamo un archivista né una persona che si occupi di pubblicazioni in pianta stabile”.<br />
Crede sia possibile riuscire ad ottenere di più?<br />
“Lottiamo per il riconoscimento del nostro ruolo nell’Italia di oggi. E ci batteremo per ottenere finanziamenti per le attività strategiche. Siamo una importante casa editrice, pubblichiamo circa sei volumi all’anno. Crediamo che la strategia per il futuro, quella che già stiamo praticando, sia un’integrazione fra le risorse pubbliche e le sponsorizzazioni private”.<br />
Ci sono lasciti, donazioni che vi aiutano ad andare avanti?<br />
Poche (“sorride”). Ma importantissimi. Proprio in questo mese saranno premiati due studenti usciti con il massimo dei voti alla maturità, che hanno vinto il concorso. Lo abbiamo organizzato con il lascito della professoressa di lettere al liceo classico Dante, Adriana Tramontano. Un modo per stimolare i giovani, come lei voleva, e per ricordare la sua figura. La nostra biblioteca si è arricchita con i lasciti che molti accademici come Giovanni Nencioni, presidente per 28 anni della Crusca, e Arrigo Castellani, grande linguista e filologo”.<br />
(Da La Nazione, 3/11/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Espressioni raccolte nei quartieri<br />
Fiorentino contemporaneo<br />
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L’Accademia della Crusca e il suo primo vocabolario<br />
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di Laura Tabegna<br />
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“Che ti sei levato con le chèche (nervoso)?, “Borda, gli è andaho ‘n terra”. La spontaneità del fiorentino lingua viva si unisce al rigore scientifico. Gli accademici sono scesi dalla cattedra per ascoltare la voce della città direttamente nei quartieri più antichi e popolari, Santa Croce, San Frediano e Rifredi. Nasce così il ‘Vocabolario fiorentino. Parole ed espressioni vive raccolte nei quartieri di Firenze’, pubblicato dall’Accademia della Crusca con il contributo di Banca Federico Del Vecchio e Banca Etruria. Il testo raccoglie la lingua contemporanea di Firenze ed è stato presentato nell’instituto che da sempre forma cultura e sapere dei giovani fiorentini, il liceo Galileo. Proprio nelle aule di via Martelli studiò Giovanni Nencioni, linguista e accademico dalla cui volontà è nato il progetto. Il volume di 460 pagine presenta una selezione di circa 900 voci ed espressioni raccolte con interviste sul campo, dalla viva voce dei parlanti nei quartieri. <br />
Il testo rappresenta un primo saggio a stampa nato da un progetto pluriennale della Crusca per documentare tutto quel lessico fiorentino che non si sovrappone per intero all’italiano. Il progetto è stato spiegato dai curatori Teresa Poggi Salani, Neri Binazzi, Matilde Paoli e Maria Cristina Torchia. Lo studio è stato condotto con criteri scientifici rigorosi. Allo stesso tempo, però, il testo si presta ad una lettura agevole, per fiorentini e toscani come pure per storici della lingua. La forma riprende lo schema tradizionale del lemmario classificato per ordine alfabetico. La novità fondamentale è invece rappresentata dalle trascrizioni di parlato registrato, riportato in maniera tale da agevolare una lettura veloce. In questo vocabolario si ribaltano dunque i ruoli: è il parlante che fornisce al lessicografico gli strumenti. Il metodo adottato è stato quello di vagliare una pluralità di fonti, attraverso cui scremare un fiorentino ‘differenziale’ rispetto all’italiano, non sovrapposto quindi alla lingua nazionale. La fonte di partenza è l’antico vocabolario Giorgini Broglio, che si proponeva di elaborare la lingua italiana come da insegnamento manzoniano. Dall’esegesi delle fonti sono emersi tre livelli di lingua viva: fiorentino d’uso, ‘fiorentino fiorentino’, e il fiorentino presente in altre parole toscane… Le voci già redatte sono consultabili sul sito www.vocabolario fiorentino.it, realizzato da Marco Biffi, Giovanni Salucci, Francesco Rossi.<br />
(Da La Nazione, 19/12/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

L’Accademia della Crusca va su Facebook<br />
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L’Accademia della Crusca, prestigiosa istituzione italiana che raccoglie studiosi ed esperti di linguistica e filologia della lingua italiana, ha la sua pagina Facebook. Nata a Firenze nel 1583, la Crusca è la più antica accademia linguistica del mondo e rappresenta la più prestigiosa istituzione linguistica d’Italia.<br />
(Da La Nazione, 7/1/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

La Crusca dà i voti alla tv: promossa la fiction<br />
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di Letizia Cini<br />
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Lei parla, noi ascoltiamo. Fin da cuccioli. Ci sono voluti 5 anni per capire quanto sia cambiata l’affilatissima lingua della vestale del verbo, sottofondo costante nelle case degli italiani: la televisione. “Merito di una ricerca partita 2 anni fa, che si aggancia a una prima iniziativa addirittura nel 2006”, sorride Nicoletta Maraschio, primo presidente donna dell’Accademia della Crusca. “Negli ultimi 30 anni, in particolare nell’ultimo decennio, la lingua della televisione ha perso la sua tradizionale caratteristica di specchio di quella parlata, per sviluppare nuove forme, artificiose e spettacolarizzate sulle quali non si può che esprimere un giudizio negativo”, stigmatizza il presidente, presentando i risultati dello studio finanziato dal ministero dell’Istruzione e intitolato “Il portale dell’italiano televisivo: corpora, generi e stili comunicativi”, illustrato ieri a Firenze. Nelle sale della Villa medicea di Castello, sede della prestigiosa istituzione, dal 1583 punto di riferimento per le ricerche sulla lingua italiana, giornalisti, massmediologi, sociologi e specialisti del settore si sono dati appuntamento per discutere sul ruolo centrale che il trasmesso televisivo ha avuto nel diffondere l’italiano. “Dagli anni ’80 in tv ha preso sempre più campo il fenomeno del cosiddetto “iperparlato” – sottolinea la professoressa Maraschio -. Il linguaggio comune è stato progressivamente abbandonato in favore di un parlato artificioso, concepito appositamente per spettacolizzare i contenuti. E questa è diventata la norma, sia nell’informazione sia nell’intrattenimento”.<br />
Fra gli interventi, arriva una sorpresa, frutto della ricerca sull’evoluzione del linguaggio della televisione italiana nel corso del tempo, realizzata da un pool di specialisti di varie università e coordinata dall’Accademia della Crusca: “Il linguaggio letterario, alto, tipico dei teleromanzi delle origini, resiste ancora oggi, a distanza di decenni, in certa fiction”, assicurano.<br />
“Si tratta di una scoperta che proprio non ci aspettavamo – gongola Gabriella Alfieri, linguista dell’Università di Catania, accademica della Crusca, che per l’indagine ha raccolto e analizzato decine di ore di fiction, dagli sceneggiati dei primordi ai serial di oggi -. In alcune serie contemporanee, penso a “Centovetrine”, tuttora in corso, o “Incantesimo”, resiste all’usura del tempo e dei cambiamenti linguistici l’utilizzo di un linguaggio alto, di tipo letterario, come usava nei teleromanzi di una volta. E questo in un contesto di genere nel quale prende sempre più campo l’adozione della lingua colloquiale, del parlato puro, come testimoniano “Un posto al sole” o “Un medico in famiglia” e altre serie”.<br />
Tra gli ambiti passati al setaccio, anche il linguaggio telegiornalistico e il format dei quiz. “Per quanto riguarda il primo, vede il dilagare della contaminazione del tipico stile asciutto, composto e sintetico del telegiornalismo classico, con elementi classici del linguaggio dello spettacolo, in particolar modo nell’ambito di talk show e trasmissioni di approfondimento – spiega l’accademica della Crusca Ilaria Bonomi, linguista all’ateneo di Milano -. Roccaforte della vecchia maniera, restano oggi solo i tg”. Analogamente i quiz, dal serio modello originale del “Lascia o raddoppia”, introdotto in Italia da Mike Bongiorno negli anni ‘50, hanno vissuto “un’evoluzione che ha portato il loro funzionamento a spostare l’attenzione dagli elementi portanti della conoscenza e del rischio a caratteristiche di spettacolarizzazione fini a se stesse”, sintetizza Lorenzo Coveri dell’Università di Genova.<br />
Sorprese anche sul fronte politico: “Matteo Renzi ha innovato la comunicazione della politica portandovi il modello di linguaggio tipico della tradizione toscana dal Boccaccio in poi in televisione”, conclude Nicoletta Maraschio.<br />
Insomma, il sindaco di Firenze ha portato alla ribalta un modo nuovo e personale di comunicare la politica basato sul gusto della battuta, “puntando su slogan e frasi stereotipate da lui coniate e cavalcate, termini come “rottamazione” e “rottamatore”. Molto furbo”. Da bravo fiorentino.<br />
(Da La Nazione, 9/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

“Attenti agli errori: il soglio pontificio non si attraversa…”<br />
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di Letizia Cini<br />
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E’ il padre del portale dell’italiano televisivo (www.italianotelevisivo.org). Marco Biffi, docente di storia della lingua dell’Università di Firenze e responsabile del sito web dell’Accademia della Crusca, ha dato vita a un sito capace di “raccogliere e mettere a disposizione degli studiosi, e degli amatori della lingua, banche dati, testi e studi inediti, filmati e documenti”. “Nel portale è disponibile inoltre un osservatorio che raccoglie segnalazioni di eventi e una ricca bibliografia specificato” riprende il professor Biffi. L’accesso è aperto previa registrazione gratuita.<br />
Un lavoretto tutt’altro che facile. “Già trascrivere un anno di registrazioni a campione sulle tre emittenti Rai e tre Mediaset è stato molto complicato – riprende il linguista -. Iniziata nel 2006, la ricerca evidenzia quanto sia cambiato il modo di parlare del piccolo schermo, a partire dalla quantità di… parolacce. Un’esagerazione, e non solo nei reality”. “La lingua della televisione non è mai stata studiata, soprattutto in relazione ai generi e alla tradizione morfologica – precisa Biffi, fornendo alcuni esempi-. Il pronome “egli” è scomparso, oggi esiste solo lui, e anche i costrutti sintattici hanno subito non pochi cambiamenti: “non c’è niente che io ho bisogno”, “a Mario gliel’ho detto”, sono forma linguistiche che stravolgono la funzione comunicativa, spostando (nel secondo caso) il focus su Mario, anziché sull’io”.<br />
Ma esiste un caso ancor più eclatante, un improbabile preziosismo linguistico, in ogni modo sbagliato, che in questi giorni inonda i media: “Quando con questa espressione si vuole indicare l’elezione del Papa, essa rappresenta senza dubbio un errore – conclude Marco Biffi -: si tratta di una sorta di “lectio facilior” non corretta perché in questo caso la parola soglio significa “trono” e non ha dunque niente a che vedere con la parola soglia”.<br />
(Da La Nazione, 9/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Latino o inglese?<br />
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In un bel libro di ormai venticinque anni fa, Gian Luigi Beccaria, con il suo stile amabile e accattivante, si era divertito a costruire cinque pagine di testo di senso compiuto infarcito di ben 175 latinismi diffusi e usati nell’italiano comune: da gratis, alibi, placet, ad hoc, non plus ultra, hic et nunc fino a pro memoria, honoris causa, referendum, imprimatur e moltissimi altri. Il gioco aveva lo scopo di mostrare, in una divertente e improbabile concentrazione, quanto ancora parole ed espressioni latine entrino nella nostra lingua quotidiana e come spesso passino inosservate, tanto sono naturali, fatte della stessa pasta dell’italiano. O meglio: è l’italiano che si è formato dal latino parlato che, già a partire dall’epoca imperiale, si è differenziato dal latino classico e si è progressivamente trasformato dando vita alle lingue romanze, tra cui appunto l’italiano. Due sono state le trafile principali attraverso le quali il lessico latino è andato a costituire gran parte del patrimonio lessicale dell’italiano:<br />
1) Parole di tradizione ininterrotta che dal latino, attraverso un processo di continue e progressive trasformazioni, sono arrivate fino ad oggi.<br />
2)Parole di tradizione colta o interrotta che ci sono arrivate in una forma molto più vicina a quella originale perché recuperate in ambiti dotti e reintrodotte in italiano senza sostanziali adattamenti formali, inevitabile quando invece le parole circolano nel parlato.<br />
Nel primo gruppo, quantitativamente molto consistente, rientrano parole di base, che vanno a formare buona parte del lessico fondamentale: casa, dare, fare, tavola, chiaro, cielo, mare, terra, vedere, acqua sono solo pochissimi esempi di parole italiane derivate dal latino per via ininterrotta; in alcuni casi, come quelli appena esemplificati, le modifiche formali sono state molto limitate per cui è abbastanza facile risalire alla forma latina originaria; in altri casi le trasformazioni sono state più profonde per cui, ad esempio, non è così immediato riconoscere nell’italiano coppia l’esito del latino copula.<br />
Al secondo gruppo appartengono parole di ambiti particolari: da sempre il latino ha influenzato il volgare in ambito religioso e giuridico, ma soprattutto il latino (insieme al greco) è stato ed è tuttora un serbatoio di risorse lessicali a cui le scienze e le terminologie tecnico-specialistiche continuano ad attingere. Si tratta di una riserva a disposizione di molte lingue vive: l’italiano in particolare, ma in generale tutte le lingue romanze, e non solo queste, hanno “pescato” in tempi e per motivi diversi da questo mare magnum arricchendo così di latinismi le nostre lingue vive.<br />
Tra queste lingue, l’inglese ha un ruolo del tutto particolare: se è noto a tutti che, a partire dal Novecento, è stata la lingua che ha veicolato il maggior numero delle nuove parole entrate nelle altre lingue, forse non è altrettanto risaputo che, dopo l’italiano, l’inglese è la lingua che maggiormente, nel corso della sua storia, ha sfruttato il latino per il recupero e la coniazione di nuove parole, tanto da farla definire da Tullio De Mauro “la più latinizzata e neolatinizzata lingua del mondo non neolatino”. La circolazione e l’accoglimento di parole ed espressioni straniere non è certo una novità, nuovo semmai è stato il ritmo accelerato e la concentrazione nel tempo con cui il fenomeno si è manifestato negli ultimi decenni; da sempre le lingue entrano in contatto e si modificano a vicenda e, a seconda del prestigio e dell’influenza culturale ed economica di alcuni paesi, le rispettive lingue assumono maggiore o minore capacità di penetrazione nelle altre. L’inglese è attualmente senza dubbio la lingua della comunicazione sovranazionale, oltre a essere la lingua di alcuni settori specifici ormai pervasivi nelle nostre società. Insieme agli anglismi veri e propri, l’inglese ha contribuito a rimettere in circolazione anche alcuni latinismi che, nel tessuto dell’italiano, legato al latino da così stretta parentela, tendono a essere appaiati, nella pronuncia e nel trattamento morfologico, ai tanti e familiari latinismi recuperati dall’italiano per via diretta. Alcuni linguisti hanno proposto la dicitura di xenolatinismi per indicare queste parole formate con materiali latini in lingue diverse dall’italiano e passate poi all’italiano sotto forma di prestiti: latinismi indiretti quindi che, prima di arrivare a integrarsi nel lessico dell’italiano, sono passati da altre lingue (inglese, ma anche francese come ad esempio deficit e tedesco, come album) che hanno impresso loro pronuncia, talvolta modificata rispetto a quella originaria latina, e regole di trattamento morfologico.<br />
A prescindere dalle etichette che possiamo attribuire ai fenomeni, l’aspetto che più interessa per il nostro discorso è proprio lo statuto particolare che riveste il latino per l’italiano rispetto a tutte le altre lingue: i latinismi accolti direttamente nella lunga storia dell’italiano (complessivamente più di 35.000 marcati come tali nel GRADIT) non sono stati sentiti come veri e propri prestiti, ma come “eredità di famiglia”, un patrimonio a disposizione di cui non c’era da rendere conto a nessuna lingua viva. Diverso, da questo punto di vista, l’accoglimento di latinismi già adottati da altre lingue e talvolta adattati alle loro regole fonomorfologiche.<br />
I dubbi espressi dai nostri interlocutori riguardano proprio questo processo che, nell’ultimo secolo, ha avuto un’ampiezza straordinaria perché accompagnato da un aumento esponenziale delle possibilità di comunicazione e quindi di contatto tra le diverse lingue. Le incertezze sono state sicuramente accresciute sia dalla progressiva perdita di familiarità con il latino, che viene studiato meno e incontrato raramente (anche se più di quanto molti si accorgano) nelle nostre abituali pratiche quotidiane, sia da una sempre maggiore confidenza, talvolta scambiata per competenza, con l’inglese, la sua pronuncia e le sue regole. La convergenza di questi due fattori può spiegare realizzazioni ibride e decisamente divertenti come sine die pronunciato “all’inglese” sain dai, su cui già da qualche anno si è giustamente rivolta l’ironia di alcuni giornalisti.<br />
Sui latinismi, in particolare quelli accolti per via indiretta con mediazione dell’inglese, i due interrogativi più ricorrenti riguardano pronuncia e formazione del plurale.<br />
Nessun problema di pronuncia quando i latinismi, seppur arrivati all’italiano attraverso l’inglese, non presentino varianti e vi siano giunti in una veste fonetica immediatamente riconducibile a quella latina: parole come ultimatum, quorum, forum, memorandum (spesso ormai abbreviato in memo) non suscitano dubbi riguardo alla pronuncia e possono essere tranquillamente scambiate e usate come latinismi diretti.<br />
Vediamo invece alcuni tra i latinismi indiretti che sembrano porre maggiori problemi per la pronuncia o per il trattamento morfologico:<br />
mass media e summit, sono due tra i più diffusi e conosciuti latinismi di mediazione inglese. Sulla loro origine, sui significati e sulla coesistenza delle due pronunce possibili (“alla latina” o “all’inglese”) tra i parlanti, si è già ampiamente trattato in una scheda pubblicata nel nostro sito a cui si rimanda; <br />
tutor: la parola latina tutor, -oris sta alla base di due forme coesistenti nella lingua comune: l’italiano tutore (attestato sin dal 1300), e il latinismo non adattato tutor rientrato però attraverso l’inglese nel XX secolo. L’italiano tutore viene usato nei significati di ‘persona a cui è affidata la tutela di un minore o di un incapace’, di ‘protettore e difensore’, di ‘docente nominato dal preside con l'incarico di aiutare l’insegnante vincitore di concorso a orientarsi nell’attività scolastica durante il periodo di prova’ e di ‘docente universitario che segue fin dall’inizio il lavoro di uno studente guidandolo nel suo curriculum’; in agraria è usato come sinonimo di ‘sostegno’ (quindi palo, canna o pianta che serve per sostenere altre piante) e, in medicina viene usato per indicare ‘un apparecchio ortopedico, variamente modellato in acciaio, cuoio, materie plastiche con finalità di sostegno, correzione e sussidio funzionale’ (Vocabolario Treccani). C’è poi tutor, nella forma originaria latina, che è “rientrato” in italiano nel XX secolo attraverso l’inglese che veicola però soltanto il significato specifico di ‘insegnante che, negli studi universitari, segue e guida uno o più studenti in seminari, dottorati o altre attività di ricerca’ o ‘persona di riferimento per chi è all'inizio della carriera in determinati ambiti professionali’. Quindi soltanto nel contesto scolastico-universitario può porsi il problema della scelta tra le due parole, ambito in cui, peraltro, è attualmente molto più diffusa e frequente la forma tutor. Si tratta di una parola presente nei recenti dizionari dell’italiano, indicata come invariabile perché assunta come forestierismo ormai stabilizzato, che non prevede pertanto, in italiano, la forma plurale della lingua d’origine (inglese tutors); nei contesti che richiedano il plurale meglio senz’altro ricorrere alla forma adattata tutori piuttosto che ricostruire il plurale originario latino tutores, del tutto estraneo alla lingua italiana.<br />
Audit, con pronucia all’inglese /ɔdit/ e con il significato di ‘revisione’ è attestato in alcuni dizionari italiani (tra cui il GRADIT) come anglismo anche se ha come base il verbo latino audire ‘ascoltare’. Si tratta di un’acquisizione senza dubbio recente per l’italiano: infatti, anche se nei più recenti dizionari di neologismi (come nel Treccani del 2008, la voce audit civico) inizia a essere indicato come invariabile al plurale, quindi trattato come anglismo ormai pienamente accolto in italiano, altri dizionari dell’uso contemporaneo, come il GRADIT (2000), contemplano ancora il plurale inglese audits.<br />
Forum è entrato in italiano a metà del Novecento per mediazione dell’inglese con il significato di ‘dibattito pubblico’ che si è poi esteso anche a quello di ‘luogo aperto di discussione in rete’. La pronuncia, come abbiamo già accennato, non dà problemi (si mantiene quella latina), ma ci si può chiedere invece quale sia la forma del plurale: come molti altri forestierismi ormai radicati nell’italiano, al plurale forum resta invariabile e questo grazie al suo transito dall’inglese che lo ha “parificato” al trattamento degli altri anglismi.<br />
sponsor,‘garante, mallevadore’ è una parola latina arrivata in italiano dall’inglese che nell’uso corrente mantiene la pronuncia originaria del latino, ma resta invariabile al plurale come un forestierismo ben acclimatato.<br />
Auditorium, un acquisto decisamente di vecchia data e già studiato da Bruno Migliorini nella sua Lingua italiana d’oggi, anch’esso mediato dall’inglese, è invariabile e quindi mantiene la stessa forma al plurale, ma si differenzia dal caso precedente per aver dato luogo alla forma adattata auditorio/auditori, non troppo usata, ma possibile anche al plurale.<br />
Nei normali processi di semplificazione e di analogia che operano nelle lingue vive, non stupisce che sia in atto l’estensione dell’invariabilità, nella direzione quindi della soluzione più “economica”, anche ad alcuni latinismi passati in italiano per via diretta come ad esempio curriculum che prevede il plurale curricula (oltre alle forme adattate all’italiano curricolo e curricoli), ma che negli ultimi anni ricorre più frequentemente nella forma invariabile; corpus nel significato di ‘raccolta’ che ormai molti dizionari (tra cui il Treccani) registrano come invariabile, mentre in contesti specialistici è ancora possibile incontrare e usare nella forma del plurale corpora. Anche iter, referendum, esolarium prevalgono nella forma invariabile: in rete (in una ricerca non particolarmente raffinata ma indicativa su Google effettuata il 6 marzo 2013) il rapporto tra la forma gli iter (plurale invariabile) e gli itinera (plurale latino) è di 10 a 1 con circa 52000 occorrenze della prima a fronte delle circa 5000 della seconda; referendum ricorre esclusivamente nella forma invariabile, mentre per solarium, che i dizionari sono pressoché concordi nell’indicare come invariabile, ha un numero notevole di attestazioni in rete nella forma plurale latina solaria anche se, a una prima analisi, moltissime tra queste occorrenze sembrano corrispondere a denominazioni di aziende del settore delle energie rinnovabili.<br />
Dalle considerazioni fin qui esposte emerge abbastanza chiaramente quale sia il comportamento meno rischioso nel trattare i latinismi più diffusi nella nostra lingua, siano di derivazione diretta che indiretta: per quel che riguarda la formazione del plurale, che ci viene segnalata come l’incertezza più ricorrente, usando la forma invariabile è decisamente meno probabile sbagliare.<br />
Questo non significa che automaticamente possiamo considerare i latinismi alla stregua di tutti gli altri forestierismi, ma che senz’altro, anche per queste parole, stanno operando meccanismi di semplificazione e uniformità di trattamento morfologico. Si consigliano invece maggiori cautele, con verifiche di volta in volta sui dizionari, per i termini tecnici, propri di ambiti specialistici che possono restare esclusi dalle normali modificazioni delle parole più frequenti e diffuse nell’uso comune.<br />
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Per approfondimenti:<br />
G. Luigi Beccaria, Italiano antico e nuovo, Milano, Garzanti, 1988.<br />
T. De Mauro, La fabbrica delle parole, Torino, Utet Libreria, 2005.<br />
Enciclopedia dell’italianoTreccani, Roma, Istituto dell’Enciclopedia italiana, s.v. Latinismi.<br />
M. Fanfani, Sugli anglicismi nell’italiano contemporaneo (XIII) [audit, auditing, auditor], in «Lingua nostra», LVI, 1995, pp. 14-17.<br />
M. Fanfani, Sugli anglicismi nell’italiano contemporaneo (XIV) [auditorium], in «Lingua nostra», LVII, 1996, pp. 72-92.<br />
C. Giovanardi e R. Gualdo, Inglese-italiano 1 a 1, Lecce, Manni, 2003.<br />
B. Migliorini, La lingua italiana d’oggi, Torino, ERI, 1967 [seconda edizione riveduta aggiornata e ampliata; I ed. 1957].<br />
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A cura di Raffaella Setti<br />
Redazione Consulenza Linguistica<br />
Accademia della Crusca<br />
(Da accademiadellacrusca.it, 18/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

I dialetti e le città: la Crusca indaga sull’italiano plurale<br />
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di Maurizio Costanzo<br />
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Lingua di regioni e di dialetti, molto lontana dal lessico forbito dei salotti buoni e del latino nelle chiese quella unita da Dante prima e da Manzoni poi. A ben guardarla dall’alto, la plurisecolare vicenda linguistica italiana appare come un matrimonio difficile tra secoli di storia e un presente che ci vede e vuole tutti uniti. Ma è davvero così? Davvero, e finalmente, oggi la penisola può contare su una sola e unica lingua? Su questo si confronteranno oggi e domani a Firenze alcuni tra i più autorevoli linguisti italiani, che insieme a studiosi di demografia e urbanistica come Massimo Livi Bacci e Giancarlo Consonni saranno chiamati a rompere gli steccati disciplinari per riflettere sulla reale evoluzione dell’italiano.<br />
A partire dal 1963, anno di uscita della “Storia linguistica dell’Italia unita” di Tullio De Mauro. Un volume pionieristico e tuttora fondamentale che a cinquant’anni di distanza dalla prima pubblicazione, sarà ricordato nel convegno “Città d’Italia: ruolo e funzioni dei centri urbani nel processo postunitario di italianizzazione”, organizzato dall’Accademia della Crusca con altre associazioni. “Una cosa è certa - spiega il professor Emanuele Banfi – alla base del processo di italianizzazione postunitario c’era un’esigenza di base: quella di capire e farsi capire. Ad un certo punto l’Italia unita imponeva alle costellazioni dialettali che l’abitavano di cedere il passo ad una lingua unica. Per troppo tempo il cosiddetto ‘italiano regionale’ aveva dilatato le distanze da città a città, nord e sud, persino da paese a campagna”.<br />
Una riflessione che parte da lontano ma giunge fino ai nostri giorni, come spiega la professoressa Nicoletta Maraschio: “C’è una lingua diversa per ogni professione – spiega – l’italiano degli avvocati diverso da quello televisivo, quello scolastico da quello d’uso comune. Senza contare il tessuto urbano e metropolitano, in cui le lingue ‘immigrate’ si sovrappongono e insieme si trasformano in uno straordinario laboratorio culturale”. Tanti e diversi i temi del confronto, che saranno affrontati nelle due giorni alla Villa medicea di Castello, fino al concerto organizzato dall’Associazione Amici dell’Accademia della Crusca. Doveroso omaggio in musica alla lingua della grande poesia.<br />
(Da La Nazione, 18/4/2013).

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