La Crusca è salva. E parte la gara per chiedere la grazia a Berlusconi‏

Posted on in Politica e lingue 24 vedi

di Mario Ajello
ROMA – Evviva, la Crusca è salva. Rientra in pieno nel gruppo – circa un migliaio – degli enti con meno di settanta dipendenti per i quali la manovra prevede la chiusura immediata. Ma l’accademia custode della lingua italiana «non chiuderà – annuncia il ministro Galan – e troveremo la soluzione per non far morire questa istituzione storica». A difesa della Crusca sono partiti appelli bipartisan; il sottosegretario ai beni culturali, Francesco Giro, si è mobilitato per salvarla; ma la prima ad intervenire è stata la combattiva presidente dell’Accademia, Nicoletta Maraschio, da tre anni alla guida dell’istituzione, contro «l’insensata soppressione»: «La Crusca – fa notare – ha sempre goduto di un modestissimo sostegno finanziario statale, impiegato interamente per retribuire i sei dipendenti, provvedendo per le altre esigenze di funzionamento con contributi di privati e fondi di ricerca. E poi osserviamo una gestione oltremodo parsimoniosa che esclude qualsiasi remunerazione o gettone ai propri membri».

Così l’ipotesi di un addio alla Crusca, che allo Stato costa 190.000 euro, è stata scongiurata. Si salveranno probabilmente anche altri istituti di grande prestigio, per esempio l’Istituto storico intitolato a Enrico Fermi, o l’Istituto Croce, o l’Istituto italiano di studi filosofici, o il Centro di ricerche aerospaziali, o l’Istituto italiano per l’Africa orientale, o il Dorn di Napoli (che studia i pesci) e altri dei mille enti messi nel mirino del governo. Perchè nel testo della manovra appena varata si specifica (articolo 1, comma 31) che saranno esclusi dalla soppressione gli «enti di particolare rilievo» che saranno specificati in un apposito decreto entro 45 giorni dall’entrata in vigore della legge finanziaria. Il che dovrebbe significare, in un mondo normale ma l’Italia non sempre vi rientra, che i veri centri di ricerca, gli istituti di pregio, gli enti che servono davvero dovrebbero andare fuori pericolo, mentre la mannaia potrebbe colpire cose così, per le quali lo Stato spende un miliardo di euro: Istituto agronomico d’oltremare, Federazione italiana volontari della libertà, Unione ufficiali in congedo, Cassa conguaglio trasporti di gas e di petrolio liquefatti, Opera nazionale figli degli aviatori (che prende 28.500 euro), Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini (non sono tutti morti da quel dì?) e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Soldi vanno ancora ai reduci di Russia e ai Combattenti interalleati (quelli del Sud, dopo l’8 settembre), all’Associazione dei volontari antifascisti della guerra di Spagna (1936-1939) e all’Ente geopantologico di Pietraroia, all’Ente per la trasformazione fondiaria di Puglia e Basilicata, all’Associazione nazionale della lotta contro l’analfabetismo (che evidentemente non ha funzionato), alla Casa militare Umberto I e via dicendo. Insomma, evviva la Crusca ed evviva gli enti che danno prestigio all’Italia, ma in tanti altri casi di crema da scremare ce n’è e pure tanta.

Il problema è che dal 1956 s’è cominciato a parlare di soppressione degli enti inutili ( e già allora ne furono individuati 827) e mai s’è raggiunto l’obiettivo. Tutti i governi, basti ricordare l’ultimo di Prodi o il primo di Berlusconi e anche questo nelle finanziare precedenti a quella attuale, hanno fatto flop in questo ambito della lotta a Sprecopoli. Stavolta andrà meglio? Si spera. Anche se non sarà facile per la presidenza del consiglio, quando stilerà la lista dei ”salvati”, difendersi dalle pressioni delle lobbies, dalle preghiere dei ministri, dalle suppliche di tipo campanilistico (si riuscirà a intervenire sull’Istituto opere laiche palatine pugliesi, o sull’Ente italiano della montagna o sull’Accademia properziana del Subasio?) e dalle richieste di tutti per non finire nell’elenco dei ”sommersi”.

Un esempio della forza delle resistenze riguarda l’operazione pulizia – eliminazione di 480 enti inutili – che fu attuata sulla carta da Calderoli e avrebbe comportato un risparmio di 415 milioni per il 2009. Ma poi, grazie a interventi vari, quasi tutte le condannate al patibolo hanno salvato la vita: dal Comitato comunitario per il marchio di qualità ecologica all’Agenzia per le organizzazioni non lucrative di utilità sociale.

Soltanto per le associazioni di reduci si spendono oltre 600.000 euro. E insieme a queste, l’esercito delle agenzie, delle accademie, delle unioni è assai agguerrito nel voler vincere la lotta per la sopravvivenza. Che si gioca chiedendo protezione in alto loco.

La mannaia scatterà – come si specifica nel testo del decreto – nel novantesimo giorno dopo l’entrata in vigore della manovra. Il che significa una spietatezza, almeno sulla carta, superiore a quella riservata alle province. La cui morte, dalla quale già stanno scampando in tante e doveva colpire 38 di esse ma si scenderà presumibilmente a circa una ventina, dipende dal censimento generale le le riguarderà: e magari passeranno anni prima che verrà ultimato.
La Crusca, nel ’600, assunse come proprio motto un verso del Petrarca: «Il più bel fior ne coglie». Sarebbe un fiore colto benissimo dall’Italia, se non buttasse più soldi in imprese che non lo meritano.

Lunedì 15 Agosto 2011 – 17:41




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.