La crisi europea: i tre rimedi urgenti per superare lo stallo.

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La crisi europea.

I tre rimedi urgenti per superare lo stallo.

Non sappiamo ancora se i tre leader di Ventotene riusciranno a
convincere il vertice Ue del 16 settembre, a Bratislava, che è
necessario fare progressi in almeno tre campi: crescita economica e
occupazione; accoglienza dei migranti; sicurezza comune

di Sergio Romano

I tre leader di Ventotene non potevano ignorare che un incontro
tripartito, organizzato per affrontare i problemi di una Unione
composta da 27 Paesi, presenta sempre qualche rischio. Se i risultati
sono mediocri, molti esclusi ne sono probabilmente felici e la palla
delle responsabilità torna là dove il gioco è lento e spesso
inconcludente. Hollande, Merkel e Renzi hanno quindi un evidente
interesse a prendere decisioni che servano a rilanciare l’Europa e a
renderla maggiormente credibile.

Ma i tre leader, come ha ricordato Franco Venturini sul Corriere del 20
agosto, condividono malauguratamente un’altra caratteristica: ciascuno
di essi ha una difficile scadenza elettorale, relativamente vicina, e
un interesse apparente a evitare decisioni che possano pregiudicare le
sue fortune politiche. Non è un fatto nuovo. Non vi è stato un momento,
nella storia della Comunità europea, in cui i governi non fossero
costretti a contemperare interessi generali e interessi nazionali. Ma
fra le esperienze del passato e quelle del presente esiste una
importante differenza.

Sino alla fine del secolo scorso, anche là dove esisteva un forte
partito comunista, il confronto elettorale era tra forze politiche che
giocavano con le stesse regole, avevano uno stesso retroterra culturale
e avrebbero fatto dopo le elezioni, in materia di Europa, politiche
molto simili.

Lo abbiamo constatato nel Parlamento di Strasburgo dove l’esistenza di
gruppi popolari, social – democratici e liberal – democratici non ha
mai impedito all’Assemblea di fare un rispettabile lavoro europeo. Le
difficoltà sono cominciate quando abbiamo assistito all’arrivo di
gruppi e persone per cui Bruxelles, la Commissione, le altre
istituzioni europee e soprattutto la burocrazia comunitaria sarebbero
la causa di tutti i nostri mali. Non è vero. Ma questa analisi
grossolana di movimenti populisti, spesso guidati da tribuni e
demagoghi come Nigel Farage e Marine Le Pen, è piaciuta a una parte
dell’elettorato, ha sottratto voti ai partiti tradizionalmente
favorevoli alla costruzione europea, li ha preoccupati e intimiditi, li
ha resi esitanti e guardinghi.

Non sappiamo ancora se i tre leader di Ventotene riusciranno a
convincere il vertice europeo del 16 settembre, a Bratislava, che è
necessario superare questo stallo e fare progressi in almeno tre campi:
crescita economica e occupazione; accoglienza dei migranti; sicurezza
comune. I rimedi e le soluzioni sono già conosciuti. Per la crescita
occorrono iniziative, dalle grandi opere agli sgravi fiscali, sostenute
dal bilancio dell’Ue. Per la politica dei migranti occorre una vera
frontiera comune, presidiata da una polizia europea, e un diritto d’
asilo valido per tutti membri dell’Unione. Per la sicurezza e la
minaccia terroristica, occorre una Intelligence europea, capace di
gestire collegialmente un comune patrimonio di informazioni.

Se qualcuno solleverà obiezioni, i tre di Ventotene potranno esortare
gli altri membri dell’Unione a guardarsi attorno. Siamo circondati da
aree di crisi: sulla frontiera russo-ucraina, in Turchia, in Siria, in
Libia, domani forse in altri Paesi dell’Africa settentrionale e del
Levante. Nessuno più di noi europei ha interesse a spegnere questi
focolai di guerra, nessuno più di noi dispone dei mezzi e delle
competenze necessarie, nessuno più di noi è in grado di offrire a
questi Paesi un futuro di sviluppo e di pace. Ma le vicende degli
ultimi anni hanno dimostrato che nessuno di noi è in grado di farlo da
solo. Chi ci chiede di tornare alle sovranità nazionali ci chiede in
realtà di rinunciare ad avere, nelle cose del mondo, un ruolo
corrispondente ai nostri interessi e alle nostre ambizioni.

È stato giusto, in questi giorni, ricordare l’importanza del Manifesto
di Ventotene nella storia dell’integrazione. Ma esiste un altro
ricordo, forse più calzante, a cui dovremmo ispirarci. Nel 1954, dopo
il voto contro la Comunità europea di Difesa nel Parlamento francese, i
leader e i partiti europeisti furono investiti da una ondata di
scetticismo e pessimismo. Reagirono con una conferenza che si tenne a
Messina nel giugno 1955 e gettò le basi per la creazione del Mercato
Comune a Roma, in Campidoglio, nel 1957.
(Dal Corriere della Sera, 23/08/2016).

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