la crescita dei popoli è da sempre legata alle capacità linguistiche

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Corriere della Sera – 15/1/04

Il nuovo volume della «Storia economica d'Italia»

Tullio De Mauro: la crescita dei popoli è da sempre legata alle capacità linguistiche

Dal secondo tomo del terzo volume della Storia economica d'Italia (Laterza)
dedicato a «Industrie, mercati, istituzioni: i vincoli e le opportunità», da
domani in libreria, anticipiamo un brano del saggio di Tullio De Mauro su
«Economia e Linguaggio».
Di Adam Smith conosciamo le idee sulla complementarità di vita economica e
linguaggio grazie al fortunato ritrovamento, nel 1958, degli accurati
appunti di un allievo frequentatore di uno dei corsi delle lezioni «on
Rethoric and Belles Lettres», che Smith tenne per una decina d'anni a
Edimburgo e Glasgow. Alle dottrine economiche di Smith amava richiamarsi
Carlo Cattaneo, che, all'oscuro invece delle lezioni di retorica di Smith,
aveva per sue strade storiche e teoriche maturato la stessa idea propugnata
da Smith: una piena padronanza della lingua è un elemento indispensabile
alla vita intera d'una società moderna. L'economista inglese e l'italiano
appaiono concordi anche nell'indicare nell'educazione e nelle scuole il
terreno dove occorre fare maturare negli allievi una piena consapevolezza
dei mezzi linguistici e la capacità d'un loro uso appropriato ai fini dello
sviluppo della società e delle forme produttive, in capo alle quali,
spiegava Cattaneo, stanno le idee e dunque un'elevata cultura, un'elevata
capacità di linguaggio.
Queste indicazioni sono state riprese e confermate da analisi recenti.
Studiosi di economia anche italiani hanno mostrato l'elevata predittività
che i livelli di istruzione hanno ai fini della valutazione dei possibili
sviluppi economici di un'area o di intere comunità nazionali. E studiosi dei
fatti educativi hanno mostrato la centralità che l'educazione linguistica ha
ai fini del raggiungimento di alti livelli di istruzione individuali e
collettivi. Spiriti illuminati dovrebbero trarne la conclusione che lo
spostamento di risorse pubbliche e private verso l'istruzione è un buon
investimento anche ai fini dello sviluppo economico di una società, oltre
che al fine prioritario di dotare ogni persona degli strumenti espressivi,
conoscitivi e operativi necessari a muoversi nello spazio sociale da
cittadini e non da sudditi o da privilegiati.
La vicenda di molti Stati nazionali europei tra Quattrocento e Ottocento
conferma la rilevanza che hanno avuto per la vita produttiva ed economica la
convergenza generalizzata verso la lingua nazionale dei diversi Paesi e per
tale convergenza le condizioni e sollecitazioni createsi col formarsi di
grandi mercati unitari. Il caso italiano è particolarmente istruttivo.
La lingua scritta da Dante, Petrarca, Boccaccio nel Trecento venne scelta a
lingua nazionale e chiamata italiana nel primo quarto del Cinquecento. La
scelta non fu di soli letterati: la condivisero anche funzionari e
ufficialità delle corti dei diversi Stati italiani che abbandonarono latino
e parlate dialettali per redigere i loro documenti.
Ma, a parte l'area toscana e, in qualche misura, romana, dove il parlato
nativo era per dir così corradicale con la lingua scritta, la scelta non
andò oltre la cerchia ristretta dei letterati e delle scritture ufficiali.
Restò, letteralmente, sulla carta. E per più di tre secoli le lingue «vive e
vere» delle società pre-unitarie furono i dialetti locali, per popolo,
aristocrazie, esili ceti professionali e borghesi. Della lingua italiana si
disse a fine Settecento «si giace morta nei libri». Persone di buona
istruzione e di dialetto diverso che si incontrassero, cosa rara, parlavano
tra loro piuttosto francese che italiano.
Il cammino verso il possesso della lingua italiana cominciò nella seconda
metà dell'Ottocento con l'unificazione politica e l'abbattimento dei confini
che per secoli avevano diviso l'Italia in Stati e mercati diversi e l'
avevano resa simile, osservava da economista Cesare Correnti a metà secolo,
a una casa in cui le stanze comunicavano più con l'esterno che tra loro. L'
unificazione politica innescò quei processi sociali ed economici che, pur
rallentati dalle due guerre, hanno portato alla creazione di un ampio
mercato unitario di capitali, merci e manodopera e infine al decollo
industriale degli anni Cinquanta del Novecento. Dalle condizioni allora
emergenti venne per gli strati popolari la spinta a cercare di realizzare l'
obbligo dell'istruzione di base che, sancito nelle leggi fin dal 1859,
ribadito solennemente dalla Costituzione del 1948, era restato anch'esso,
come la lingua nazionale, sulla carta. Negli anni Cinquanta, secondo i dati
del primo censimento post-bellico, il 60% degli adulti era privo di ogni
titolo di istruzione, anche della sola licenza elementare. Se si rammenta
questo dato sorprende forse meno che in quegli anni soltanto una percentuale
inferiore al 18% della popolazione (inclusiva di toscani e romani) usasse
abitualmente l'italiano anziché il proprio dialetto.
Dagli anni Cinquanta in poi lo sviluppo economico italiano si è strettamente
intrecciato alla crescita dei livelli di istruzione delle classi giovani e
alla diffusione della conoscenza e dell'uso effettivo della lingua italiana
in tutti gli ambienti e gli strati sociali, fino a raggiungere ormai il 95%
della popolazione. Al largo uso dell'italiano nel parlare non corrispondono
tuttavia quelle più ricche conoscenze che ai parlanti di altre lingue, in
aeree sviluppate, vengono da una sicura ed estesa consuetudine con la
lettura, come è usuale in molti Paesi europei, negli Usa e in Giappone.
Secondo una recente indagine comparativa internazionale, quasi il 40% della
popolazione adulta italiana è nell'impossibilità o in penose difficoltà
dinanzi al compito di leggere o di produrre una breve e semplice frase
scritta e di eseguire altrettanto semplici computi numerici. Pesano
certamente sulle generazioni adulte e anziane, formatesi prima o appena agli
inizi della crescita di scolarità giovanile avviatasi con gli anni Sessanta,
i gravi deficit di scolarità del passato.
Ma pesano anche l'attuale distribuzione dei redditi e gli orientamenti della
spesa pubblica e delle famiglie. Secondo la relazione 2002 dell'Istat
soltanto il 10% delle famiglie investe in un anno qualche somma per l'
acquisto di libri non scolastici. E anche nel quintile dei redditi più alti
soltanto il 19% della famiglie spende per acquistare libri non scolastici.
Né a tanta parsimonia mette riparo, nella gran parte delle regioni e dei
comuni, un investimento pubblico adeguato agli standard europei per pubblici
centri di lettura. Per fare un solo esempio, ma non insignificante, come
hanno calcolato i valorosi bibliotecari italiani, la città di Roma mette a
disposizione dei cittadini meno libri pro capite di quanti ne offriva
Baghdad prima delle atrocità belliche degli ultimi anni. E la diffusione di
quotidiani e periodici colloca il Paese agli ultimi posti nella graduatoria
europea.
Gli orientamenti della spesa pubblica e privata creano dunque condizioni non
propizie a un più saldo possesso della lingua italiana (e, ovviamente, ancor
più delle straniere). Questa manchevolezza si riflette certo negativamente
sulle capacità d'uso ricco e appropriato delle risorse che una lingua d'
antica tradizione mette a disposizione di chi l'adopera. Ma è altrettanto
certo che, di conseguenza, essa non si riflette positivamente sulle
competenze e l'aggiornamento continuo di competenze che richiedono le
economie contemporanee. A propr ie spese, non lietamente, il Paese si offre
ancora come un laboratorio per verificare sul campo quanto siano stretti i
rapporti che intercorrono tra vita economica e linguaggio.
[addsig]



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