La Corte Ue boccia la legge italiana sull’etichettatura.

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La Corte Ue boccia la legge italiana sull’etichettatura.

di Alessandro Galimberti

La Corte di Giustizia Ue ha bollato come protezionista la legge italiana che tutela i termini «cuoio», «pelle», «pelliccia» e che ne impedisce l’uso in etichetta su prodotti provenienti dall’estero, assestando di fatto un duro colpo al comparto del made in Italy.
La decisione depositata ieri dalla Terza sezione (causa C-95/14) sollevata in via pregiudiziale dal Tribunale di Milano, ha stabilito la non compatibilità della legge 8 del 2013 («Nuove disposizioni in materia di utilizzo dei termini «cuoio», «pelle» e «pelliccia» e di quelli da essi derivanti o loro sinonimi ») con la direttiva europea 94/11/ CE.
Il caso era stato sollevato da Unione nazionale industria conciaria e dall’Unione dei consumatori di prodotti in pelle, materie concianti, accessori e componenti, contro tre aziende (Retail, Luna srl e Gatsby srl) che avevano messo in commercio in Italia calzature con l’etichetta “pelle” e “vera pelle” realizzate però all’estero. L’utilizzo della lingua italiana per queste materie prime è infatti limitato – appunto da due anni a questa parte – a capi, calzature e accessori prodotti in Italia, considerato che l’accostamento linguistico ha un chiaro effetto di marchio, o quantomeno di qualità universalmente riconosciuta, sul prodotto stesso. Proprio per questo la legge 8/2013 fa scattare una presunzione assoluta di frode ai danni del consumatore nel caso si metta in commercio, per esempio, una scarpa con l’etichetta «cuoio» dove la materia prima arriva però dalla Cina o dall’interno della Comunità europea.
La legge, tra l’altro, non distingue neppure tra Stati membri dell’Ue e i cosidetti Paesi terzi, essendo inibito a tutti indistintamente di utilizzare la lingua italiana.
Proprio su questo punto la tenuta della legge è andata in crisi perchè, argomenta la Corte, si è di fronte a «misure equivalenti a restrizioni quantitative contrarie al diritto dell’Unione, poichè una presunzione di qualità collegata all’ubicazione nazionale di tutto o di una parte del processo produttivo, che pertanto limiti o sfavorisca un processo le cui fasi si svolgerebbero in tutto o in parte in altri stati membri, è incompatibile con il mercato unico».
La Corte Ue sottolinea poi che la direttiva 94/11 – violata dalla legge italiana – mira a definire un sistema comune di etichettatura della calzature proprio per evitare i problemi creati dalle normative nazionali in materia che «rischiano di creare ostacoli agli scambi all’interno dell’Unione». E secondo l’avvocato generale della Ue «gli stati membri non hanno il diritto di adottare prescrizioni più rigorose» di quelle previste dalla direttiva comunitaria.
Risolto – almeno in questa fase pregiudiziale – il quesito giuridico, resta sul tavolo il tema dell’abuso del “brand” Italia.
(Da ilsole24ore.com, 17/7/2015).

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