La Commedia di Dante e quella (prima) satira feroce su Maometto.

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Parallelismi.

La Commedia di Dante e quella (prima) satira feroce su Maometto.

di Paolo DI Stefano.

I terroristi di Parigi forse non sapevano che circola liberamente, lettissima
non solo in Europa, una satira di Maometto più feroce di quella di “Charlie Hebdo”. Si
tratta di una ventina di versi contenuti nella “Commedia” dantesca, canto XXVIII
dell’Inferno , dedicato ai «seminatori di discordia».
Quei versi mettono in scena il profeta nella bolgia più «sozza» che si possa
immaginare, piena di corpi orrendamente mutilati e sfigurati. Vi compaiono per
primi Maometto e Alì, suo cugino, genero e successore come califfo. Secondo le
leggende e le convinzioni dell’epoca, condivise da Dante, l’Islam era il risultato di uno
scisma nell’ambito della cristianità: cardinale o monaco, Maometto, amareggiato per non aver
conseguito il papato, avrebbe fondato una nuova dottrina. Per questo Dante lo immagina
collocato nella nona bolgia. Il poeta si trova davanti agli occhi uno spettacolo “splatter”:
Maometto squarciato dal mento all’ano, «infin dove si trulla» (cioè fin dove si
scorreggia); Alì con la faccia spaccata dal mento alla fronte, anche lui colpevole di aver
provocato una divisione, ma all’interno dell’Islam. Seguiranno altri corpi deformi, gole forate, nasi
tranciati, orecchie mozze, moncherini, colli decapitati, sangue che schizza. I seminatori di discordia
nell’aldilà sono condannati a subire il contrappasso adeguato, soffrendo nel loro corpo le stesse mutilazioni di cui sono stati artefici in vita. Il linguaggio, tra il comico e il grottesco, gioca sulle asperità sonore ed è di una crudezza mai vista: tra le gambe di Maometto pendono le budella
(le «minugia»), si vedono le interiora («la corata») e lo stomaco, definito «il tristo sacco / che merda fa di quel che si trangugia». È il profeta stesso a dichiarare a Dante la sua penosa condizione: «Vedi
come storpiato è Maometto!». I dannati di quella schiera sono costretti a passare davanti a un diavolo che li squarcia con una spada ogni volta che, percorsa in tondo la via della bolgia, le ferite si sono appena rimarginate. Roba che al confronto i disegni di “Charlie Hebdo” sembrano carezze. Non per niente le traduzioni arabe del poema dantesco si preoccupano di censurare quei versi con laconici commenti sul grossolano errore storico dell’Alighieri. Detto ciò, resta incontestabile il fatto che la “curiositas” di Dante non poté ignorare la cultura araba. E qualche volta la prese a modello.
(Dal Corriere della Sera, 10/1/2014).




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