LA CLESSIDRA DELL’EUROPA. Di F. Venturini

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Corriere della Sera 7.4.04

LA CLESSIDRA DELL'EUROPA

di FRANCO VENTURINI

I bagliori di guerra che giungono dall'Iraq non colpiscono soltanto la popolazione civile e i soldati della coalizione, italiani compresi. Nel mirino degli insorti c'è anche quel piano di pacificazione politica che la comunità internazionale ha faticosamente disegnato in vista del formale ristabilimento della sovranità irachena a fine giugno, e ci sono gli sforzi di americani e britannici, ma anche di tedeschi e francesi, per sanare le ferite che divisero l'Occidente prima dell'intervento anti-Saddam. Soltanto partendo da questa premessa è possibile misurare l'effettiva gravità dell'accelerazione in corso: l'apertura di un fronte sciita in aggiunta a quello sunnita tende a vanificare ogni futura strategia di disimpegno delle forze d'occupazione, alimenta le tentazioni di guerra civile, prova a impedire il passaggio di poteri politici a un governo sotto tutela esterna e rende improponibile, almeno in tempi medio-brevi, il non troppo segreto auspicio di «irachizzare» anche la sicurezza interna del Paese.

Quale può essere, allora, la risposta comune di chi ha ormai rinunciato a litigare sulla saggezza dell'intervento in Iraq? Un percorso, lo ricordavamo, esiste già da qualche settimana. Entro metà giugno dovrebbe essere varata una nuova risoluzione dell'Onu che attribuisca al Palazzo di Vetro responsabilità politiche non più ambigue. Dopo il passaggio di poteri di fine giugno il neonato governo iracheno dovrebbe chiedere la presenza in Iraq di forze multinazionali. Nelle nuove condizioni di legalità internazionale Paesi sinora volontariamente assenti (Francia e Germania) potrebbero contribuire alla coalizione, altri (la Spagna socialista) eviterebbero di abbandonarla, e in prospettiva diventerebbe concepibile anche un impegno della Nato.

A voler essere ottimisti può darsi che le cose vadano davvero così, sebbene gli ostacoli facciano già capolino. La precisa definizione dei compiti Onu rimane problematica. L'America non vuole sentir parlare di trasferimento delle responsabilità militari. La Spagna invece lo reclama, con il tacito appoggio francese. E alla vigilia delle elezioni Bush non può concedere troppo, così come all'indomani delle elezioni Zapatero non può tradire le sue promesse e Chirac non può prestare il fianco a nuovi insuccessi. Nel Consiglio di sicurezza, insomma, vecchie e nuove divisioni rischiano di riproporsi.

Ma se anche tutto andasse liscio, quali elementi fanno pensare che il nuovo assetto «a guida Onu», con o senza francesi, con o senza spagnoli, con o senza Nato, sarebbe visto dagli iracheni diversamente da come vedano oggi la coalizione a guida anglo-americana?

Il rischio vero è che anche per la copertura politica dell'Onu in Iraq sia ormai troppo tardi. Che l'ombrello del Palazzo di Vetro non sia più in grado di fermare la spirale diabolica dell'occupazione, della rivolta, e della guerriglia dai tempi lunghi. Aiuterebbe ben diversamente, da parte occidentale, una visione strategica davvero comune. Aiuterebbe la consapevolezza di dover correggere la rotta, stavolta insieme, con coraggio e con fantasia, magari coinvolgendo gli arabi moderati e individuando a Bagdad capi e strutture localmente credibili. Presto. Perché se l'Iraq sta diventando un pantano per molti soldati stranieri, per i terroristi è un prezioso terreno di coltura.

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