La città dalle 150 lingue

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Reading, nella Valle del Tamigi, vanta un record singolare: si parlano 150 lingue

Una Torre di Babele alle porte Londra

di Enrico Franceschini

Una nuova Torre di Babele sorge nella valle del Tamigi. E’ una città di 144 mila abitanti, a 64 chilometri da Londra. Si chiama Reading, in inglese il gerundio dei verbo «leggere», e il paradosso è che molti dei suoi abitanti leggono meglio in un’altra lingua. Un tempo nota come città-dormitorio negli sterminati sobborghi della capitale, sinonimo di ingorghi e piazzisti che vendono porta a porta polizze di assicurazioni, oltre che per avere dato i natali a Ricky Gervais, l’attore comico più famoso di Gran Bretagna, Reading è finita in questi giorni in prima pagina per avere stabilito un nuovo record: nelle sue scuole, e nelle sue case, si parlano 150 lingue differenti.

Incluse alcune che non capita di ascoltare di frequente, come l’akan, dialetto del Ghana, il chichewa, parlato in una regione centrale dell’Africa, il nahuatl, lingua di origine azteca, il telugu, dialetto dell’India. E ancora: il punjabi, lo yoruba, il guarani, il temne, l’uzbeko.

Forse perché vicina a Londra, ma non troppo vicina, dunque con prezzi più abbordabili, e ben servita dai mezzi pubblici, ha sempre attirato immigrati da ogni parte del mondo: dai Caraibi negli anni Cinquanta, dal Pakistan e dall’India nei Sessanta, dall’Africa orientale nei Settanta, da Vietnam, Indonesia, Filippine negli anni Ottanta. Ondate più recenti sono sbarcate a Reading dai punti caldi del globo: Ruanda, Etiopia, Afghanistan. Ma sono arrivati anche molti immigrati da Polonia, Ungheria e da altri paesi dell’Europa centro-orientale, dopo l’allargamento dell’Unione Europea.

Centocinquanta lingue, tuttavia, è un record da far girare la testa. Un conto è essere una comunità poliglotta, un altro rischiare di non capire più niente. Qualcuno, inevitabilmente, si lamenta: «Siamo diventati noi la minoranza, in questa città e presto in questo paese», dice un abitante di Reading, bianco, anglosassone e protestante. «E’ un dato preoccupante, la prova degli eccessi del politicamente corretto, il governo di Blair prima e Brown poi non è riuscito a integrare i nuovi arrivati nella società britannica», afferma Philip Davies, deputato conservatore. Un altro parlamentare conservatore, Rob Wilson, è meno critico, forse perché eletto nel collegio di Reading: «La nostra città è conosciuta per la sua tolleranza e capacità di assimilazione culturale. Il pentolone di razze e lingue le dà un’energia vibrante e senza i lavoratori stranieri la nostra economia, cittadina e nazionale, non potrebbe più funzionare. Ma in anni recenti il ritmo sempre più alto dell’immigrazione e il

moltiplicarsi delle etnie ha creato problemi, specie in ambito scolastico, che il governo deve affrontare».

Il governo laburista di Gordon Brown ammette che il numero di lingue parlate a Reading è«straordinario» e riconosce che ciò pone difficoltà particolari per le scuole locali. Alcune delle quali, tuttavia, per ora hanno reagito con un impegno altrettanto straordinario.

Bambini della stessa lingua vengono tenuti vicini perché non si sentano emarginati. Le lezioni sono tenute tutte in inglese, ma per certi esami, per esempio di matematica, si utilizzano degli interpreti: «I nostri scolari sanno come risolvere un problema, ma non sempre capiscono il linguaggio in cui è formulato», dice una preside, Colin Lavelie, ironizzando che spesso non lo capiscono nemmeno i bambini di lingua madre inglese.

Le tecniche di insegnamento accentuano il più possibile i metodi visuali, in modo che anche chi all’inizio non capisce una parola di inglese possa comprendere qualcosa. Ci sono lezioni pomeridiane extra per gli studenti che parlano EAL, English as an Additional Language, ovvero inglese come seconda lingua. E lezioni serali per i loro genitori, in modo che i figli possano spiegare a casa cosa studiano e ricevere eventualmente un aiuto.

Non è semplice, ma in media i piccoli immigrati imparano a parlare, leggere e scrivere correttamente in inglese nel giro di due anni. «Essere una Torre di Babele non è una cosa negativa, è un mix che richiede più risorse ma che crea anche nuove opportunità», sostiene Ruth Bagiey, presidente del consiglio comunale di Reading.

«La diversità etnica è un fattore di arricchimento, non solo per una scuola ma per un’intera comunità», le fa eco Sarah Parish, un’insegnante locale. «La nostra piccola città è solo un’avanguardia della globalità che si estenderà un giorno a tutto il mondo».

(Da La Repubblica, 12/2/2010).




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