La “Buona scuola” toglie all’italiano per darlo all’inglese.

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La “Buona scuola” toglie all’italiano per darlo all’inglese.
Giorgio Pagano scrive ai parlamentari italiani e al Governo.

Giorgio Pagano, segretario dell’Associazione Radicale Esperanto, alla ripresa della discussione in Senato sulla riforma cosiddetta “Buona Scuola”, scrive una preoccupata lettera ai Senatori, citando Umberto Eco – ” il dialetto è una lingua a cui è mancata l’università, e cioè la pratica della ricerca e della discussione scientifica e filosofica, che si arricchisce ogni giorno di nuovi termini e nuovi concetti” – e chiedendo di riflettere sull’approvazione di questa proposta di legge, perché, si legge nella lettera, “si parla di CLIL, Content Language Integrated Learning, in inglese affinché gl’italofoni non capiscano di cosa si tratti e per di più sbagliando (manca un “and”: Content and Language Integrated Learning ), e avviene la messa a regime dell’insegnamento obbligatorio, dalle elementari alle superiori, di una qualsiasi materia in lingua inglese con la sola esclusione di lingua e letteratura italiana”.

Tutto questo, scrive il segretario dell’Era, senza avere minimamente pensato, prima di tutto, ai diritti umani linguistici lesi da questo genere di impianto didattico, sia per i docenti, che sono stati assunti per insegnare nella lingua della Costituzione italiana e non di altri popoli, sia per gli studenti, obbligati sin dalla più tenera età, a sentirsi inferiori ai coetanei d’oltremanica. In seconda istanza, non si è valutato l’impatto economico di queste decisioni, in quanto, dice sempre la lettera,  “questo provvedimento investe oltre 3 milioni di studenti, considerando anche un solo libro a materia al costo medio di 20 €, si arriva a dare 60 milioni di euro l’anno all’editoria anglofona contro quella scolastica italofona. E siccome dalle elementari alle superiori le materie insegnate nella scuola italiana sono oltre 80, essendo le materie insegnabili in inglese “qualsiasi”,quindi tutte ad esclusione di lingua e letteratura italiana, anche calcolandone solo 70 si arriva alla cifra di 4 miliardi e 200 milioni di euro, ai quali andranno aggiunti i costi del personale madrelingua inglese o le società di angloservizio previste”.

“La naturale conseguenza di queste operazioni è che i nostri ministeri competenti, MIUR in testa, – scrive sempre Pagano – invece di creare accordi per promuovere la nostra lingua e letteratura nei contesti internazionali si occuperanno di assumere o incaricare docenti ed enti certificatori anglosassoni con i soldi delle tasse degli italiani.
Le università di tutto il mondo progressivamente non insegneranno più la lingua e la letteratura italiana, dato che non avrebbe più senso studiare una lingua che il suo popolo di riferimento utilizza sempre meno non arricchendola “ogni giorno di nuovi termini e nuovi concetti” o, persino, in alcuni contesti non utilizza addirittura più. Le Corti di giustizia europee inizierebbero a considerare pretestuosi i ricorsi presentati dall’Italia contro il trilinguismo anglo-franco-tedesco, visto che l’Italia stessa, in modo evidente, persegue la progressiva sostituzione della sua lingua con quella inglese.
Se al partito della nazione mira Renzi è quello della nazione altrui che sta attuando”.

Come il famoso personaggio di Alan Ford, Superciuk, ruba ai poveri per dare ai ricchi, qui si ruba agli italiani la loro lingua per dare i loro soldi ai madre lingua inglese e al popolo più antieuropeista dell’Unione: quello inglese.




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