L’italiano imbarca tutto Il nuovo vocabolario fa un “ciaone” a Dante.

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L’italiano imbarca tutto Il nuovo vocabolario fa un “ciaone” a Dante.

L’ultima edizione del Devoto-Oli accoglie 150 nuove parole: da Brexit a post-truth.

di Daniele Abbiati.

Devoto ai mutamenti del costume lessicale e abile a condirli con gli oli (non tutti essenziali) del neo-volgare in salsa english, il Devoto-Oli puntualmente torna a rimpannucciare la nostra povera lingua, scottata da troppe contaminazioni e ingarbugliata da onanistici giochi di parole.
Eccolo qui, il nuovo Vocabolario della lingua italiana, figlio del suo papà illustrato che vide la luce nel 1967.
In cinquant’anni ne sono passate, di alluvioni, sul nostro dire e sul nostro scrivere, lasciando sostrati incancellabili che oggi ci paiono quasi preistorici. Ma già allora, a ben vedere, l’Italia del boom si chiamava, appunto, «l’Italia del boom». Non onomatopeico, nel senso delle bombe pregresse (e, ahinoi, prossime a tornare), ma inglese per botto, o esplosione. Parve un miracolo, ma era soltanto un rabbocco alle finanze delle famiglie e ai lemmi per bocca delle annunciatrici tv e di qualche scrittore sperimentatore. Il Gruppo 63 era un bimbo, tuttavia già incapricciatosi di esogeni contributi… Poi vennero i Settanta politicanti, gli
Ottanta disimpegnanti, i Novanta pre-nuovo millennio. E fu proprio il Nuovo Millennio a celebrare il trionfo di una sorta di sirventese riveduto e riadattato ai nuovi signori, molto più pretenziosi e invasivi rispetto a quelli, ruvidi ma ingenui, medievali.
L’angoloso anglo e il sassoso sassone cominciarono, introdotti da quel valletto chiamato Millennium Bug, a far sentire i loro spigoli aspirati e le loro consonanti pietrose alla favella che fu di Guido Cavalcanti e di Alessandro Manzoni. Con gran sdegno dei puristi e sommo gaudio dei giovanilisti. «È la Rete, bellezza», incommensurabilmente più profonda e trasversale (una rete a strascico) della stampa.
E qui casca l’asino, stretto parente di quello di Buridano, incerto nello scegliere o l’usata greppia o la nuova mangiatoia. L’italiano, si sa, ama correre sempre in soccorso del vincitore. E così fece anche allora (pare ieri… e infatti lo è). Inutile e velleitario è oggi stupirsi se, fra i circa 1500 neologismi messi insieme dagli eredi dei benemeriti professori Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, la parte del leone (inglese) spetti a fake new in luogo di bugia e a post truth in luogo di della verità me ne frego (e me ne frego non suoni apologia di reato, per carità). Se la bulimia è diventata food porn e se l’hate speech dà sulla voce all’incitamento all’odio, probabilmente odiando anch’esso insieme a tutto il resto.
Si fa presto a dire Brexit. E Brexit, ovviamente, non può mancare. Ma è il classico caso di contraddizione in termini: adottandola, noi entriamo nell’uscita, o usciamo nell’entrata, chissà. Che si viva in un mondo di webeti è assodato, anche se prima lorsignori non si fregiavano della w che usavamo, da ragazzini, per scrivere W il Milan! sul muro dell’oratorio, inconsapevoli vittime di una sintesi foriera di peggiori danni.
Alle 70mila voci e alle 250mila definizioni del new Devoto-Oli cartaceo sono state affiancate, a mo’ di badanti, tre nuove rubriche: «Per dirlo in italiano» aiuta (bontà sua) a trovare alternative alle parole inglesi superflue e difficili da capire, «Parole minate» serve a dribblare gli errori più diffusi, «Questioni di stile» offre suggerimenti per cavarsela quando ci si trova in contesti leggermente più seri di un tweet o di un coro da stadio.
E allora sotto, gente, è tempo di essere up to date, leggi aggiornati. Senza sfogliare la margherita dei petalosi, e soprattutto senza fare i brillantoni sciorinando ciaoni a destra e a sinistra. Le parole non sono soltanto pietre (sassoni e sassolini), ma anche boomerang. Prima o poi ti si ritorcono contro.
(Da ilgiornale.it, 14/9/2017).

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