L’ Europa cerca in Croazia un nuovo futuro

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Oggi voto sull’adesione

L’ Europa cerca in Croazia un nuovo futuro

Oggi sapremo se un nuovo Stato si aggiungerà ai Ventisette di questa Europa in crisi, paradossalmente disunita fra tante difficoltà ma unita nei vischiosi tentativi di risolverle non si sa come. Lo sapremo dal risultato che uscirà stasera in Croazia dalle urne del referendum. La maggioranza dei sondaggi, salvo sorprese dell`ultima ora, conferiscono al «sì» una vittoria di calore medio, intorno al 55 per cento, contro un «no» che non dovrebbe superare il 25 per cento. Se verrà confermato il pronostico sul consenso popolare al trattato di adesione, già firmato a Bruxelles dal nuovo governo di centrosinistra, la Croazia diventerà nel luglio 2013 non solo il Ventottesimo Stato membro dell`Unione. Rappresenterà anche, al fianco della Slovenia, la fusione con le istituzioni comunitarie di una seconda nazione ex jugoslava, la più coinvolta negli scontri armati con la Serbia dopo la dichiarazione d`indipendenza del 1991. Insomma, se il referendum riuscirà, costituirà un attestato di eloquente fiducia nella terapia europeistica da parte di una provata regione dei Balcani occidentali, proprio nel momento in cui l`Europa appare più incline a disintegrarsi che ad allargarsi.
Molte ombre, che s`intravedono nello sfondo dietro la prova referendaria croata, possono indurre comunque a considerazioni dí prudenza e anche dí perplessità. Spesso non vediamo le contraddizioni infinite nella deriva greca.
Tendiamo, per esempio, a dimenticare che la Grecia non è soltanto un pezzo disastrato dell`entità comunitaria europea, ma parte cospicua e irrequietissima della Penisola balcanica. Dimentichiamo che la sua politica estera, in contrasto per disperazione finanziaria con Berlino e Bruxelles, confligge al tempo stesso per ragioni storiche e mitiche con la Macedonia, di cui non riconosce il nome «usurpato», oppure con l`Albania, alla quale rimprovera di fomentare pulsioni nazionaliste nelle minoranze albanesi dell`Epiro. Ora tantissimi greci – politici, intellettuali, popolani che siano – puntano il dito contro un`Europa che vorrebbe, dicono, espellere Atene dalla zona euro strizzando nello stesso istante l`occhio ai macedoni, agli albanesi, ai montenegrini e perfino ai kosovari. Ma è nel caso della Croazia, alla quale Bruxelles spalanca le porte europee che invece intenderebbe chiudere alla Grecia e mai aprire alla Serbia, che i greci nazionalisti e in genere filoserbi vedono il colmo dell`insulto.
I critici, non solo greci, contrari alla «europeizzazione» di quattro milioni e passa di croati, esibiscono con cifre alla mano diversi argomenti negativi d`ordine economico e sociale. Osservano che su quel Paese pesano una lunga recessione, un debito straniero di 48 miliardi di euro e una disoccupazione elevata al 17 per cento. Nel contempo gli stessi europessimisti croati, perlopiù estremisti di destra che non perdonano alle autorità indigene di aver estradato il generale Ante Gotovina, condannato per crimini di guerra a 24 anni di carcere dal tribunale dell`Aia, sottolineano che la Croazia perderebbe la sua antica identità nazionale in un`Europa dominata dalla Germania e dalla Francia. C`è anche chi sostiene, indignato e allarmato, che non esiste più una banca di proprietà croata poiché tutti gli istituti di credito sarebbero stati svenduti a voraci banche italiane, austriiehe, tedesche e francesi.
Argomenti certamente seri, ancorché non tutti comprovati, sovente alterati da una buona dose di demagogia. Però destinati ad attecchire sempre meno, in seguito alla catena di scandali e sconfitte che ha finito col travolgere il tradizionale partito conservatore Hdz, Unione democratica croata, fondato e guidato nelle battaglie contro i serbi e negli anni della ricostruzione dal defunto «padre della patria» Frano Tudjman. Il crollo senza riscatto della Hc12-avviene sul termine del 2011, con l`arresto per corruzione del suo ultimo leader ed ex primo ministro Ivo Sanader; dopodiché in dicembre si celebra il trionfo elettorale di una coalizione di centrosinistra che consegna la guida del governo al socialdemocratico Zoran Milanovic. La presidenza della Repubblica era già nelle mani di un socialdemocratico colto e stimato, il musicologo Ivo Josipovic.
Il nuovo governo, ispirato dal presidente occidentalista, mette da parte le incertezze e ambiguità diplomatiche della logora Hdz e, sostenuto sul piano esterno da Bruxelles e dall`influente Chiesa cattolica su quello interno, accelera le ultime battute tecniche per l`ingresso della Croazia nell`Ue. L`odierno referendum, in cui sicuramente voteranno «sì» gli elettori che hanno appena votato per il centrosinistra, costituisce il corollario dell`operazione. Secondo l`intento degli attuali vertici di potere, gestiti e garantiti dalla socialdemocrazia, la valutazione squisitamente politica dell`evento, ovvero l`uscita definitiva dall`isolamento balcanico, deve
ad ogni costo prevalere sulle valutazioni economicistiche, materialistiche e nazionalistiche. La stabilità finalmente raggiunta, dopo gli scandali, a livello governativo e parlamentare, la chiarezza etica nei confronti del tribunale internazionale dell`Aia, l`aggancio ai costumi dell`Europa contemporanea mediante il portentoso decollo turistico avviato nel 2000, nessuna bandiera europea bruciata come nelle piazze di Atene e di Budapest: questi i temi che da qualche settimana prevalgono nei giornali e nelle televisioni di Zagabria. Non lascia dubbi in proposito neppure l`incitamento lanciato ai votanti dall`uomo di cultura Josipovic: «Oggi la Croazia sta entrando in Europa, ma soprattutto l`Europa sta entrando in Croazia. Non dobbiamo perdere la grande occasione. Dobbiamo completare l`ondata del sesto allargamento nella storia dell`Unione».
Da tempo non si udivano parole così alte e sincere indirizzate da una capitale europea all` idea, purtroppo vacillante, di un`Europa unita. Il «sesto allargamento» si riferisce a quello che ha vincolato all`Europa democratica i Paesi dell` Est una volta comunisti. Dal fatidico 2004 in poi, dopo la caduta del Muro e la riunificazione tedesca, la metà centrorientale del continente ne ha viste di cose: miracoli come in Polonia e Slovenia, smembramenti come in Cecoslovacchia, fallimenti e rigurgiti ancestrali e sospetti come in Ungheria. Se il referendum croato passerà, speriamo che almeno esso porti, da Zagabria, una ventata d`ossigeno corroborante alla vasta casa comune che minaccia di svuotarsi e sprofondare su se stessa.

ENZO BETTIZA

la Stampa pag 1 segue a pag 29
22/01/2012




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