L’Esperanto nelle Piccole utopie della Bignardi.

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E’ uscito da un paio di mesi un libro di Irene Bignardi: LE PICCOLE UTOPIE. Tra queste utopie, piccole nel senso di realizzabili, la Bignardi mette anche la Lingua Internazionale.Oltre a citare e ringraziare Emma Bonino e gli esperantisti del Partito radicale il testo di questo settimo capitolo è utile non solo perché costituisce una buona storia sintetica dell’Esperanto e delle sue ragioni ma, soprattutto, perché traccia, da sinistra, dove la Bignardi politicamente è, una precisa positiva indicazione a favore della lingua di Zamenhof. Non è poco visto che da questo lato nessuno sembra porsi la questione della democrazia linguistica e della divisione europea per caste linguistiche. A questo proposito è utile estrapolarne proprio l’ultima parte del capitolo esperantista:«Per sintetizzare con Emma Bonino, ai tempi del suo mandato come commissario europeo, “l’uso di una lingua etnica (in questo caso l’inglese) comporta notevoli problemi di apprendimento e in particolare di colonialismo culturale e inuguaglianza politica”. Quando, quasi un secolo fa, Zamenhof pensava agli Stati Uniti d’Europa, non pensava forse anche al problema di come gli stati di questi Stati Uniti avrebbero dovuto comunicare tra loro? Ma come si può pensare, osserva per esempio Mark Fettes in Europe’s Babylon: Toward a Single European Language?, che l’uso di una lingua comune europea venga determinato nello stesso modo se si parla di un’Europa di trenta nazioni (come ci si avvia a fare in futuro) piuttosto che di un’Europa di dodici com’è ora? Chi non ha provato almeno una volta la voglia di ribellarsi all’obbligatorietà di questa “lingua geral” obbligata, all’esclusione delle lingue “non potenti”, alla sensazione che ci siano lingue, per dirla con Orwell (che peraltro detestava l’esperanto, a seguito di una sua brutta convivenza con due esperantisti in esilio), più uguali delle altre, al “pidgin” raccapricciante da cui dipendiamo ogni giorno, all’inglese inesistente che detta frasi come quelle che raccoglie pazientemente Beppe Severgnini in una sua godibile rubrica giornalistica, e non ha voglia almeno una volta di “una comunità di linguaggio volontaria, non etnica, non territoriale”, non colonizzata, non inuguale, come aveva sognato il creatore dell’esperanto?

Se il discorso, purtroppo, è terribilmente importante e complicato, il problema, al di là dell’utopia della comunicazione e dell’ideale zamenhofiano dell’uguaglianza delle lingue e della fratellanza tra i popoli, è reale e ha risvolti pratici quasi comici. Chi si è messo a calcolare quanto costa una pagina di traduzione o il servizio di interpretariato per le lingue obbligatorie dell’Unione Europea si è messo le mani tra i capelli: l’Unione Europea spende circa il 40% del suo bilancio in servizi di traduzione per tradurre le sue dieci lingue ufficiali. E un decimo dell’intero bilancio delle Nazioni unite finisce nel calderone delle traduzioni e dei servizi di interpretariato – per tacere delle gaffe, degli equivoci, dei problemi che sorgono di continuo. Uno studio delle Nazioni unite ha calcolato che nei congressi scientifici la perdita di informazioni dovuta alle traduzioni e ai loro passaggi ammonta al 50%. Tullio De Mauro ha sottolineato il fatto che la catena delle traduzioni all’interno degli organismi internazionali è fonte di “innumerevoli controversie interpretative”, visto che ogni norma tradotta in una qualsiasi delle lingue della Ue “fa testo”, assieme ai suoi equivoci ed errori. E che dire del fatto che al momento di andare in stampa, una pagina di un documento delle Nazioni unite costa 558 dollari, per un totale di oltre cento milioni di dollari (come è stato calcolato da un minuzioso e appassionato esperantista, Don Harlow, che fornisce dati, notizie, storia, commenti, riassunti di testi importanti e provocazioni varie)? E se invece l’utopia dell’esperanto si traducesse nell’uso regolare di una lingua transnazionale cui ogni lingua nazionale può far riferimento? E se i soldi risparmiati grazie all’uso, diciamo, dell’esperanto potessero trovare un utilizzo migliore? Magari pacifistico, magari umanitario…Può darsi che, al di là dei dati storici, sia vero quello che sostiene Claude Piron, un insigne psicologo di Ginevra ed esperantista fedele. Che l’esperanto suscita profonde ansietà inconsce in molti monoglotti: “Quando si esplora la reazione psicologica suscitata dalla parola esperanto, è sorprendente vedere come molti non possano tollerare l’idea che la lingua possa essere, per certi aspetti, superiore alla loro lingua madre. La reazione si basa sull’identificazione della lingua con il sé: la mia lingua è la mia gente, la mia lingua sono io; se la mia lingua è inferiore, la mia gente è inferiore e così io stesso”. E i governi? Se ha ragione Piron, se le “relazioni linguistiche sono sempre state delle relazioni di potere”, se ha ragione Lins nel suo libro sulle persecuzioni subite dagli esperantisti, quando dice che molti governi hanno scoraggiato e represso l’uso dell’esperanto perché vogliono continuare a stabilire le condizioni in base alle quali i loro cittadini possono godere di relazioni internazionali, allora sarebbe doveroso aggiungere la libertà di comunicare alle altre libertà sancite dai diritti umani.Ma è vivo l’esperanto? A conclusione di questa lunga storia e di queste lunghe storie di utopie, vorrei ricordare ai miei venticinque lettori quello che facevamo da piccoli, quando andavano a consultare i dizionari per concederci il breve, bruciante piacere di leggere che cosa volevano dire le parolacce che ci arrivavano sull’aere dai compagni di scuola. Be’, se andate su www.notam.uio.no, ovverosia su “The Alternative Esperanto Dictionary”, il dizionario dello slang esperantista, ritornerete bambini (e avrete una prova che l’esperanto è una lingua viva). Scoprirete che scopare si dici “fizi”, che pene si dice “kaco”, che cacca si dice “feki” e in forma di interiezione Tek!”. Che la famosa pratica Monica-Clinton si dice “midzi”. Ma che in compenso (o gran virtù dei cavalieri antiqui…) far sesso si dice “amori”. L’unica parola che il mio computer – incaricato da non so chi di correggere le parole che scrivo, ma a modo suo, e che usa correggere Caligari in Calidari, che è parola più romana suppongo, e Indocina in indovina – l’unica di queste parole che il mio computer in questo momento non sottolinea con il rosso, segno di errore e di parola sconosciuta, oscura, barbara – l’unica parola che resiste è “amori”. Omnia vincit amor. Con mille grazie all’utopista Zamenhof: che se non è riuscito a sanare, come direbbe Eco, la ferita lasciata aperta da Babele, ha indicato generosamente la strada da percorrere».




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