L’educazione linguistica dei bambini, secondo Gramsci.

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L’educazione linguistica dei bambini, secondo Gramsci.

Ai bambini va insegnata la lingua, a scapito della nativa parlata dialettale? Il problema ha radici antiche e si ripropone sempre, ad ogni cambio di generazione. Lo colse già, con la sua consueta lucidità, Antonio Gramsci, tra le sbarre del carcere di Turi, quando, scrivendo alla sorella Teresina, chiedeva notizie del nipotino Mimì: “In che lingua parla? spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea [figlia naturale del fratello maggiore Gennaro], da bambinetta, parlasse liberamente il sardo. Ciò ha nuociuto alla sua form,azione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se possibile. Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro” (26 marzo 1927).
Lassatili parrari, ‘e picciriddi, comu sentunu nna panza de sa matri, comu sentunu parrari strati strati, ammenzu ‘a ggenti ca nun è allittrata o a cchiddi ca, cuppuru c’a scola, sanu parrari c’a vuci d’o cori (traduco per i non siciliani: Lasciateli parlare, i bambini, come sentono nella pancia delle loro madri, come sentono parlare per le vie, in mezzo a persone illetterate o tra quelli che, pur con la scuola, sanno parlare con la voce del cuore [se questi versi si possono chiamare poesia, il demerito è solo mio]).
Cari saluti
Paolo Fai
(Da forum.corriere.it/leggere_e_scrivere, 25/08/2015).

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