L’ antieuropeismo politico e culturale negli Stati Uniti d’America

Posted on in Politica e lingue 10 vedi

Arthur Miller intervistato da Tommaso Debenedetti :

…“Come vede, Miller, la fine della guerra in Iraq e il trionfo degli americani sul regime di Saddam?

‘La guerra non e’ finita. O meglio: sono terminate, per fortuna, le battaglie e le bombe. E’ stata rimossa una dittatura odiosa e sanguinaria. Ma per gli americani, per la gente di questo Paese, la guerra continua: e’ ormai dentro di noi, come un germe che ci ha invaso e che non sappiamo ne’ vogliamo eliminare. Il conflitto, la voglia di distruggere l’avversario – chiunque egli sia – e’ entrata nella mente e nella vita degli americani come mai era accaduto in passato, forse nemmeno ai tempi della Seconda Guerra Mondiale’.

Puo’ parlarci meglio di questa nuova mentalita’ americana?

‘Posso farle un esempio relativo a questi giorni. Dopo la caduta di Saddam, qui in America non c’e’ stato il giubilo, la festa che accompagnano di solito il ritorno alla pace. Cio’, perche’ la pace non e’ tornata. Dall’ 11 settembre 2001 viviamo in uno stato di allerta perenne, in una condizione di continuo conflitto. Abbiamo vinto in Afghanistan lo scorso anno, ora abbiamo distrutto il regime di Saddam. Ma non sentiamo il gusto di una vera vittoria. E’ come se si fosse solo a un armistizio, a una pausa breve e pericolosa. E infatti fra pochi mesi, probabilmente, vedremo l’attacco alla Siria, poi tocchera’ all’Iran… Poco importa quale sia lo Stato nemico: dopo il crollo delle Torri Gemelle gli americani hanno bisogno di un avversario, vivono in

guerra, ragionano in termini bellici’.

Da cosa trae questa convinzione?

‘Da quanto vedo e sento ogni giorno. E’ finito, qui in America, il grande pacifismo dei tempi della guerra in Vietnam. Al suo posto dilaga un patriottismo quasi fanatico, un crescente razzismo – verso gli arabi molto piu’ che verso i neri – e una aggressivita’ che mai, in tanti anni, avevo visto’.

Qual’e’ l’effetto di questa situazione sulla vita culturale?

‘Purtoppo , l’effetto e’ notevole. E’ finito, o quasi, quel tipo di letteratura che amava mettere in ridicolo, a volte con ottimi risultati, i difetti nazionali. Anche il cosiddetto minimalismo e’ in crisi: sembra inadeguato ai climi tragici che stiamo vivendo. Dilagano testi polizieschi o di pura evasione. E’ cosi’ anche nel cinema e,

in parte, nel teatro. E’ c’e’ un altro risultato di questo tremendo nazionalismo che sta dilagando negli USA: cioe’ la drastica riduzione delle traduzioni di opere straniere. Pochissimi libri di scrittori non americani, dunque, ma anche diffidenza e critiche feroci verso i non molti film stranieri che vengono mandati nei grandi circuiti di distribuzione. In particolare, mi colpisce il duro anti-europeismo, non solo politico ma

culturale, che c’e’ negli Stati Uniti. L’Europa e’ vista con insofferenza e superbia, quasi fosse un’antica civilta’ ormai al tramonto che non ha piu’ nulla da dire’.

E gli intellettuali americani condividono questo orientamento generale?

‘In apparenza no, ma poi la loro opposizione al clima generale, dal patriottismo bellicoso all’antieuropeismo, e’ solo di facciata, solo apparente. E’ come se non avessero piu’ la forza e la capacita’ di farsi davvero sentire. E questo, purtroppo, e’ un segno di assenza di idee e di coraggio. Manca del tutto quella forza di

andare contro corrente che e’ stata da sempre il tratto piu’ bello, quasi il carattere distintivo, di chi amava la cultura, di chi scriveva in un Paese libero ’ ”.

Da “Miller: ‘Dopo il crollo delle Torri l’intellettuale non ha piu’ coraggio’ ” di Tommaso Debenedetti, La Nazione, 24/4/2003.

Questo messaggio è stato modificato da: DanielaGiglioli, 24 Apr 2003 – 19:28 [addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.