L’ “ammazzateci tutti” degli indios brasiliani

L’“ammazzateci tutti” degli indios brasiliani

di Samira Menezes

Per uno straniero, a Milano, è facile trovarsi di fronte alla parola integrazione, in senso metaforico ovviamente. Si notano tante cose, tanti esempi, a volte ben riusciti a volte no, o non ancora. Ma in questi giorni la parola integrazione mi fa pensare al mio Paese, il Brasile, dove sta accandendo un fatto molto grave.

L’8 ottobre, dopo aver ricevuto da un giudice l’ordine di espulsione dalla terra dove vivevano in condizioni estremamente precarie, un gruppo di 170 indigeni Kaiowá/Guarani ha annunciato in una lettera di non voler lasciare quella terra da loro considerata sacra. Si trovano ai margini di un fiume nella città di Iguatemi, nello Stato del Mato Grosso del Sud (centro ovest brasiliano) e nella lettera scrivono:

“Chiediamo al Governo e alla Giustizia Federale di non decretare l’ordine di espulsione, ma decretare la nostra morte collettiva e seppellire tutti noi qui. Chiediamo, una volta per tutte, di decretare la nostra estinzione totale, oltre a inviare diversi trattori per fare un grande buco dove poter seppellire i nostri corpi. Questa è la nostra richiesta ai giudici federali”.

Gli indios aprono così la possibilità a un finale tragico a una storia che da secoli viene scritta in un modo molto triste. Storia che è stata trattata anche dal regista italiano Marco Bechis nel film La terra degli uomini rossi, uscito in Italia nel settembre di 2008. Se da un lato il governo brasiliano, condizionato da fazendeiros interessati a sfruttare la terra con il bestiame, la soia e la legna, ignora alcuni dei diritti più basilari di questi esseri umani, come il diritto a un luogo dove vivere; dall’altro lato, gran parte dell’opinione pubblica resta in silenzio perché la realtà di questi indigeni è molto distante della vita quotidiana di grandi città come San Paolo e Rio de Janeiro.

E mentre per questi indios uscire della propria terra significa migrare nelle città dove probabilmente saranno obbligati a mendicare e prostituirsi, restare dove sono nati significa convivere con la paura.

Circondati dai killer assoldati dai fazendeiros per sgomberare le terre, gli indios Kaiowá/Guarani sono vittime di violenza quotidiana. Sembra incredibile, ma la soluzione per molti di loro è il suicidio: dal 1986 a settembre del 1999, 308 indigeni di età fra 12 e 24 anni si sono tolti la vita impiccandosi a un albero o avvelenandosi. E dal 2000 al 2011 più di 500.

La stessa soluzione che ora minacciano questi 50 uomini, 50 donne e i loro 70 bambini che il Brasile del “Carnaval” non permette che si integrino nella propria terra.
(Da lacittanuova.milano.corriere.it, 29/10/2012).




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