Ius culturae, se il «test» è a rischio anche per noi.

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L’analisi.

di Paolo Armaroli.

Ius culturae, se il «test» è a rischio anche per noi.

Dopo essere stato approvato dalla Camera dei deputati, il disegno di legge che detta nuove norme in tema di acquisto della cittadinanza è all’esame del Senato. Un eufemismo, per così dire. Perché il provvedimento è stato trasmesso a Palazzo Madama il 13 ottobre 2015 e ancora non si sa se e quando verrà approvato invia definitiva. Matteo Renzi parla di scelta di civiltà e vorrebbe che alla ripresa dei lavori parlamentari si chiudesse la partita. Al tradizionale incontro riminese di Comunione e liberazione (il meeting lasciamolo agl’inglesi), l’altro ieri Paolo Gentiloni ha ribadito che si tratta di una conquista di civiltà volta a prevenire e contrastare la radicalizzazione. E ieri, in un’anticipazione del messaggio che invierà per la giornata del migrante e del rifugiato che si celebrerà il prossimo 14 gennaio, Papa Francesco ha espresso il suo pieno favore nei confronti dello ius soli e dello ius culturae. Tuttavia il presidente del Consiglio, costretto a fare i conti con i numeri del Senato, non si nasconde i pericoli di una bocciatura irreparabile. Difatti, per superare la sfilza di emendamenti già annunciati dal centrodestra, il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Per l’ennesima volta. Ma di fiducia, come insegna l’esperienza, si può anche morire. Con il risultato che verrebbe giù tutto e dovremmo andare alle urne per il rinnovo dei due rami del Parlamento sotto Natale o giù di lì.
Le difficoltà non vanno sottovalutate. C’è chi non è pregiudizialmente contrario ma ritiene che il momento sia sbagliato a causa dei continui sbarchi di immigrati sulle nostre coste. E c’è chi non è affatto persuaso dei contenuti della normativa. Insomma, non ne fa una questione di opportunità bensì di merito. In effetti, il provvedimento distingue due casi di acquisto della cittadinanza molto diversi tra loro. Da un lato c’è lo ius soli e dall’altro lo ius culturae. Ai sensi dello ius soli, su dichiarazione di volontà espressa da un genitore all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore, acquista la cittadinanza chi è nato da genitori stranieri di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente o in possesso del permesso nel territorio della Repubblica di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Ma questo automatismo desta non poche perplessità. Saremmo al todos caballeros senza alcun discernimento. Il sospetto più che fondato è che i genitori presenterebbero domanda solo per dare una marcia in più ai loro figlioli. Alla faccia del senso di appartenenza alla nuova Patria. Diverso è invece il caso dello ius culturae. Nella fattispecie acquista di diritto la cittadinanza il minore straniero, nato in Italia o che vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età, qualora abbia frequentato regolarmente un percorso formativo per almeno cinque anni nel territorio nazionale. E cioè
o uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale d’istruzione, o percorsi d’istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali, idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Mentre è auspicabile qualcosa di più. Il minore straniero dovrebbe acquisire anche una cultura nazionale, a cominciare dalla piena padronanza della lingua. Sentirsi italiano prima di diventarlo di diritto. Ed essere orgoglioso della nuova cittadinanza. Magari rinunciando, come ipotizzava Ernesto Galli della Loggia in un suo articolo sul Corriere della Sera, a quella d’origine.
Una disposizione del genere sarebbe senz’altro opportuna ma, paradossalmente, pericolosa per noi italiani. Perché anche noi dovremmo conoscere la nostra lingua a dovere. E invece a volte si americanizza il latino, col risultato che plus diventa plas e media midia S’infarcisce il lessico di anglismi più o meno stucchevoli. Fatto sta che il pesce puzza dalla testa. Così abbiamo la spending review di Mario Monti, il jobs act di Renzi e la recente relocation di Angelino Alfano. Tutti dimentichi del monito di Alessandro Manzoni, secondo il quale il latinorum puzza spesso d’imbroglio.
Né le cose migliorano se si passa da esponenti del governo ai membri del Parlamento. Per dirne una, il 17 gennaio scorso l’assemblea di Montecitorio ha approvato un provvedimento sull’home restaurant (sic!) che grida vendetta per i forestierismi sfoderati nel corso della discussione. Se non siamo alla torre di Babele, poco ci manca E nelle scuole di ogni ordine e grado non c’è nulla di più inedito della Carta costituzionale. Con i suoi diritti e i suoi doveri.
E che dire del nostro bel Tricolore? Il 2 giugno, festa della Repubblica, alle finestre e sui balconi delle abitazioni private non se ne scorge quasi mai traccia. Una bella rivincita dei monarchici sconfitti al referendum istituzionale. Mentre a Reggio Emilia il 7 gennaio scorso, festa della Bandiera perché per l’appunto il 7 gennaio 1797 è stata issata colà per la prima volta ai tempi della Repubblica cispadana, sono stati tagliati cinquecento metri del Tricolore dei record di 1.797 metri (tanti quanto gli anni) confezionato a Modena. Difatti non si sono trovati concittadini in numero tale da sostenere per le strade della città una bandiera così lunga.
La morale della favola è presto detta. In omaggio alla par condicio, dovrebbero paradossalmente decadere dalla cittadinanza quei tanti, ma tanti italiani a loro insaputa che spregiano la lingua di Dante, non onorano il Tricolore e ignorano la storia patria al punto da confondere magari Enrico Toti, l’eroe che lanciò la stampella contro il nemico asburgico, con il beniamino dei tifosi della Roma. La verità è che agli analfabeti d’andata si sono aggiunti quelli di ritorno.
Meno siamo, meglio stiamo, diceva Enzo Arbore. E non tutti i mali verrebbero per nuocere. Arcitaliani a ranghi ridotti, avremmo un voto consapevole grazie a una grammatica comune. E potremmo dotarci, data l’esiguità degli elettori, di appena un centinaio di deputati e di una cinquantina di senatori. Tutto questo potremmo avere. In teoria. E invece continueremo a convivere con una gran quantità di apolidi, di senza radici, di senza Patria. Italiani di nome ma non di fatto. Bell’esempio per chi aspira a diventare italiano!
(Da Il Sole 24 Ore, 22/8/2017).

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