Italiano:quadruplicati gli errori

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Una maestra ha riproposto ai suoi alunni un compito

di 50 anni fa: gli errori sono quadruplicati

Un dettato per scoprire

l’italiano perduto dai bambini

dal nostro inviato MICHELE SMARGIASSI

URBINO – I nonni non andavano a scuola; i nipoti vanno a squola. Una catastrofe ortografica sembra essersi abbattuta sull’Italia nello spazio di due sole generazioni. L’insolito esperimento didattico che stiamo per raccontare, per quanto circoscritto, lascia purtroppo pochi dubbi: alle prese con le parole scritte, gli scolari di oggi fanno quattro volte più errori dei loro coetanei di cinquant’anni fa.

È una curiosa gara a cavallo dei decenni quella che Alba Polenta, maestra elementare e neo-dottoressa in psicologia a Urbino, è riuscita a organizzare nella sua città, Osimo, grazie alla collaborazione dei colleghi maestri e a un colpo di fortuna: il rinvenimento quasi miracoloso di un pacco con 92 dettati svolti per l’esame di quinta elementare nel lontano 1956. Di solito vengono buttati dopo qualche anno. Questi erano stati dimenticati in una soffitta del Primo circolo scolastico.

Occasione d’oro per la sua tesi di laurea in Scienze della formazione dedicata proprio alle abilità ortografiche, e Alba non se l’è lasciata scappare. Ha copiato le 120 parole di quel piccolo testo sdolcinato dal titolo “Primavera in città”, e le ha ri-dettate pari pari a 105 alunni delle quinte elementari di oggi.

Stesso testo, stessi banchi, mezzo secolo dopo: un disastro. Sui fogli protocollo ormai ingialliti dal tempo i bambini del ’56 depositarono in media 1,56 errori a testa; su quelli ancora candidi del nuovo millennio Alba ne ha contati ben 5,47. Quasi quattro volte di più, per l’appunto. E se nel ’56 un alunno su tre riusciva a raggiungere l’ultima sudata riga senza neanche uno strafalcione, ora i primi della classe sono crollati a meno di uno su cinque.

Un’epidemia micidiale di somarite, un morbillo di errori rossi (e blu)? La dottoressa-maestra s’è fatta un’idea diversa: “I bambini li conosco, li vedo in classe tutti i giorni. Non è colpa loro. C’è qualcosa che non va nei metodi di insegnamento”. Cercare in cattedra, più che tra banchi. Del resto, l’esame attento dei dettati rivela cose interessanti. Il peggioramento generale è dovuto soprattutto all’aumento abnorme degli errori fonologici (erano 65 nei compiti di mezzo secolo fa, sono 364 oggi), che sono la conseguenza di una cattiva percezione del suono delle parole: scambi, omissioni, aggiunte di lettere (scialva anziché scialba, malincolia invece di malinconia). Vittime sono le parole meno familiari.

Il serbatoio dei vocaboli dei nostri figli è paurosamente a secco, questo spiega perché gli errori lessicali (dovuti alla cattiva comprensione del significato delle parole) sono raddoppiati. Eppure la prosa un po’ piagnucolosa di quel vecchio dettato stile Ada Negri non è poi così astrusa. Gli undicenni d’oggi non sanno cos’è un crepuscolo? Pare di no, visto che nelle loro mani diventa crepusco o cropuscolo. Le cose peggiorano perché i ragazzini tendono a ricondurre ogni espressione strana al loro basic italian di poche centinaia di lemmi.

Di fronte alla misteriosa e un po’ spaventevole parola ottenebrato, ad esempio, uno dei cento scolari d’oggi s’è arreso e l’ha addomesticata in un’altra che non le somiglia quasi per niente, ma risuona ogni sera sui telegiornali: attentato. La spiegazione, ahimè, è evidente: la scuola s’è adattata alla vulgata televisiva, rinunciando al faticoso dovere di arricchire il bagaglio linguistico dei ragazzi.

Non basta? Ecco un’altra prova. L’unico inciampo che perseguita più i nonni dei nipoti (20 contro 15 per cento del totale) appartiene all’altra grande famiglia di errori, quelli propriamente ortografici: si tratta delle “doppie” ignorate o messe a sproposito. Ma i nonni le sbagliavano perché pensavano ancora in dialetto. Almeno in questo l’omologazione dell’idioma nazional-televisivo ha prodotto un miglioramento.

Ma non evita errori molto simili: l’omissione della H, principe dei tranelli ortografici, che quadruplica; l’inversione O/A, una sciatteria apparentemente solo calligrafica, che risulta addirittura decuplicata; e in particolare la confusione tra C e Q (quadruplicata) che forse ci porta alla radice di tutto lo sfacelo: la sempre più scarsa familiarità con la lettura. Nessuna regola, infatti, può spiegare perché si scrive squalo ma non squola: solo abituandoci a vedere quelle parole scritte ne abbiamo appreso la grafia corretta.

Sbagliando s’impara? Sì, se qualcuno corregge. Gianni Rodari, che aveva indulgenza e quasi passione per gli strafalcioni, “necessari, utili come il pane e spesso belli, come la torre di Pisa”, nel suo poetico Libro degli errori avvertì i maestri che “il mondo sarebbe bellissimo, se fossero solo i bambini a sbagliare”. Se i nostri bambini diventeranno adulti portando nella penna tutti questi disastri, povera Itaglia.

La Repubblica

6 settembre 2003 [addsig]




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