Italiano telefonico nel bicentenario della nascita di Antonio Meucci

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Pronto, chi straparla?

L’italiano e il telefono

Da Meucci al cellulare, usi, abusi e galateo

di Letizia Cini

Parlare al telefono, la cosa più normale del mondo. Oggi. Ma quali cambiamenti, ha portato, da un punto di vista linguistico, l’uso (abuso) di questo straordinario strumento?

Lo abbiamo chiesto a Marco Biffi, autore con Vera Gheno della ricerca che verrà presentata domani al convegno ‘L’italiano al telefono’, organizzato dall’Accademia della Crusca e dall’Università di Firenze nell’ambito delle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Antonio Meucci (1808-2008).

“Stravolgimenti linguistici? Non esattamente; innanzitutto è indispensabile distinguere di quale telefono si tratti”.

In che senso, scusi?

“Una cosa è il telefono classico, con il filo e una sua posizione fissa, un altro discorso è il cellulare: a seconda dell’apparecchio utilizzato si innescano due modi di dialogare diversi fra loro, anche da un punto di vista del linguaggio”.

Ci spieghi meglio…

“In passato quando si chiamava qualcuno da un telefono fisso, il primo problema era assicurarsi che il contatto fosse avvenuto. Da qui nasce la risposta, divenuta poi di uso corrente in tutte le lingue: ‘Pronto?’. Proprio per indicare che il nostro interlocutore era pronto a parlare, mentre il nostro compito era quello di identificarci. Nel caso del cellulare la chiamata è invece “ad personam”. So chi sto chiamando ma, a quel punto, non sono più sicuro di dove si trovi: per questo al pronto rispondo con ‘Dove sei?’. Una caratteristica in comune esiste, però: entrambi gli apparecchi sono riusciti ad aumentare la capacità di comunicare, senza grandi terremoti linguistici”.

Se è vero che, tutto sommato, le conversazioni telefoniche mantengono la stessa struttura di quelle de visu, allora perché nelle intercettazioni riportate sui giornali paiono così… strampalate?

“Spesso a farci sorridere è proprio il linguaggio utilizzato: nel caso di Luciano Moggi, ad esempio, a ben vedere le conversazioni pubblicate rispecchiano esattamente il suo modo di parlare. In fondo nella telefonata, come nella radio, si può utilizzare solo la parola, senza poter ricorrere a supporti esterni come la mimica e la gestualità”.

Sarà per questo che, passando alle lingue straniere, la cornetta spesso diventa una croce per chi si trova ad affrontare la prova telefono?

“Esattamente, non è possibile barare: il lessico, la costruzione di una frase, hanno regole ben precise. Gesticolare al telefono non aiuta, anzi”.

Esiste un modo corretto per impostare una conversazione telefonica, e quali sono le parole più utilizzate?

“Si torna al tipo di apparecchio utilizzato: da un fisso, chiamando in una casa e non sapendo chi risponde al telefono, occorrerà in primo luogo presentarsi, quindi chiedere della persona che si cerca. Con il cellulare è tutto molto più immediato. Di identico resta la formula di chi risponde, diventata anche la parola più utilizzata, pensando al numero di persone che quotidianamente la pronuncia: ‘Pronto’”.

Mentre sul fronte delle e-mail (vedi l’incomprensibile linguaggio su messenger) e degli Sms la tendenza è a ‘concentrare’, a ‘contrarre’ i termini (‘C 6?’, ‘Xché?’), al telefono la tentazione è quella di trasformarsi in logorroici telefonici, lasciandosi andare a fiumi di parole.

“Anche in questo caso occorre distinguere fra le telefonate di servizio, brevi e volte a raggiungere subito il nocciolo della questione, e le comunicazioni “fatiche”, messe in atto per condividere un sentimento con un amico o con l’innamorato. I tempi ovviamente cambiano, ma è bene sfatare un mito: si incontrano ‘telefonatori logorroici’ tanto fra le donne che fra gli uomini”.

Parlando al cellulare, magari in mezzo al traffico, sicuri di non essere ascoltati da altri, ci sentiamo più liberi, con gli inevitabili rischi che questo comporta. Sorvolando sugli incidenti stradali, ecco che arrivano strafalcioni apocalittici: colpa del telefono?

“Solo in parte: se converso con un amico utilizzo un linguaggio confidenziale e non faccio caso all’inflessione, né al congiuntivo che scappa. Se, come in questo caso, all’altro capo dell’apparecchio c’è una persona con la quale devo mantenere un certo ruolo, è ovvio che rifletterò un attimo prima di parlare, esattamente come avviene in un dialogo faccia a faccia”.

(Da La Nazione, 20/11/2008).

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Pronto, chi straparla?<br /><br />
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L’italiano e il telefono<br /><br />
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Da Meucci al cellulare, usi, abusi e galateo<br /><br />
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di Letizia Cini<br /><br />
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Parlare al telefono, la cosa più normale del mondo. Oggi. Ma quali cambiamenti, ha portato, da un punto di vista linguistico, l’uso (abuso) di questo straordinario strumento? <br /><br />
Lo abbiamo chiesto a Marco Biffi, autore con Vera Gheno della ricerca che verrà presentata domani al convegno ‘L’italiano al telefono’, organizzato dall’Accademia della Crusca e dall’Università di Firenze nell’ambito delle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Antonio Meucci (1808-2008).<br /><br />
“Stravolgimenti linguistici? Non esattamente; innanzitutto è indispensabile distinguere di quale telefono si tratti”.<br /><br />
In che senso, scusi?<br /><br />
“Una cosa è il telefono classico, con il filo e una sua posizione fissa, un altro discorso è il cellulare: a seconda dell’apparecchio utilizzato si innescano due modi di dialogare diversi fra loro, anche da un punto di vista del linguaggio”.<br /><br />
Ci spieghi meglio…<br /><br />
“In passato quando si chiamava qualcuno da un telefono fisso, il primo problema era assicurarsi che il contatto fosse avvenuto. Da qui nasce la risposta, divenuta poi di uso corrente in tutte le lingue: ‘Pronto?’. Proprio per indicare che il nostro interlocutore era pronto a parlare, mentre il nostro compito era quello di identificarci. Nel caso del cellulare la chiamata è invece “ad personam”. So chi sto chiamando ma, a quel punto, non sono più sicuro di dove si trovi: per questo al pronto rispondo con ‘Dove sei?’. Una caratteristica in comune esiste, però: entrambi gli apparecchi sono riusciti ad aumentare la capacità di comunicare, senza grandi terremoti linguistici”.<br /><br />
Se è vero che, tutto sommato, le conversazioni telefoniche mantengono la stessa struttura di quelle de visu, allora perché nelle intercettazioni riportate sui giornali paiono così… strampalate?<br /><br />
“Spesso a farci sorridere è proprio il linguaggio utilizzato: nel caso di Luciano Moggi, ad esempio, a ben vedere le conversazioni pubblicate rispecchiano esattamente il suo modo di parlare. In fondo nella telefonata, come nella radio, si può utilizzare solo la parola, senza poter ricorrere a supporti esterni come la mimica e la gestualità”.<br /><br />
Sarà per questo che, passando alle lingue straniere, la cornetta spesso diventa una croce per chi si trova ad affrontare la prova telefono?<br /><br />
“Esattamente, non è possibile barare: il lessico, la costruzione di una frase, hanno regole ben precise. Gesticolare al telefono non aiuta, anzi”.<br /><br />
Esiste un modo corretto per impostare una conversazione telefonica, e quali sono le parole più utilizzate?<br /><br />
“Si torna al tipo di apparecchio utilizzato: da un fisso, chiamando in una casa e non sapendo chi risponde al telefono, occorrerà in primo luogo presentarsi, quindi chiedere della persona che si cerca. Con il cellulare è tutto molto più immediato. Di identico resta la formula di chi risponde, diventata anche la parola più utilizzata, pensando al numero di persone che quotidianamente la pronuncia: ‘Pronto’”.<br /><br />
Mentre sul fronte delle e-mail (vedi l’incomprensibile linguaggio su messenger) e degli Sms la tendenza è a ‘concentrare’, a ‘contrarre’ i termini (‘C 6?’, ‘Xché?’), al telefono la tentazione è quella di trasformarsi in logorroici telefonici, lasciandosi andare a fiumi di parole.<br /><br />
“Anche in questo caso occorre distinguere fra le telefonate di servizio, brevi e volte a raggiungere subito il nocciolo della questione, e le comunicazioni “fatiche”, messe in atto per condividere un sentimento con un amico o con l’innamorato. I tempi ovviamente cambiano, ma è bene sfatare un mito: si incontrano ‘telefonatori logorroici’ tanto fra le donne che fra gli uomini”.<br /><br />
Parlando al cellulare, magari in mezzo al traffico, sicuri di non essere ascoltati da altri, ci sentiamo più liberi, con gli inevitabili rischi che questo comporta. Sorvolando sugli incidenti stradali, ecco che arrivano strafalcioni apocalittici: colpa del telefono?<br /><br />
“Solo in parte: se converso con un amico utilizzo un linguaggio confidenziale e non faccio caso all’inflessione, né al congiuntivo che scappa. Se, come in questo caso, all’altro capo dell’apparecchio c’è una persona con la quale devo mantenere un certo ruolo, è ovvio che rifletterò un attimo prima di parlare, esattamente come avviene in un dialogo faccia a faccia”.<br /><br />
(Da La Nazione, 20/11/2008).<br /><br />
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