italiano quinta lingua del mondo? Forse no

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Un libretto pubblicato dal prestigioso settimanale inglese mette l’italiano al settimo posto e il dialetto del Nord al ventesimo

E l’«Economist» scoprì che il lumbard è una lingua europea

LONDRA – La notizia rischia di procurare a Umberto Bossi un accesso di irrefrenabile ilarità. L’italiano, come sostengono ottimistici studi riportati con grande risalto in Italia, lingua sempre più parlata e diffusa nel mondo? A St. James, il quartiere londinese dei club blasonati, calzolai su misura, camiciai e cappellai di prestigio dove ha la sede anche l’ Economist , non risulta che i fatti stiano proprio così. Nella nuova edizione, in vendita in questi giorni in Inghilterra e in America, del celebre libretto rosso The Economist pocket Europe in figures , strumento di lavoro essenziale per operatori economici, politici e studiosi di ogni parte del mondo, che in copertina senza complessi proclama «se vi occorrono dati aggiornati sulle 48 nazioni che compongono l’Europa di oggi, non esiste fonte più autorevole di noi», si legge una cosa diversa. L’italiano, nella Grande Europa linguistica dagli Urali all’Atlantico, non soltanto si colloca solo al settimo posto – dietro le lingue turca e polacca e a malapena davanti all’ucraino – ma è minacciato anche dalla concorrenza interna di ben altre «lingue materne». È il caso del lombardo, che con 9 milioni e 110 mila persone, viene collocato al ventesimo posto, fra le 36 lingue europee principali d’Europa, alle spalle della lingua svedese e a non molta distanza da quelle della Bielorussia e della Repubblica Ceca. Ma non è tutto. Alla «lingua lombarda», che secondo l’annuario dell’ Economist risulterebbe in pratica, davanti all’italiano, la lingua principale dell’intera popolazione della Lombardia, seguono il calabro-napoletano, che con oltre 7 milioni supererebbe come diffusione le lingue della Bulgaria, dell’Albania della Finlandia, la lingua siciliana parlata da 4 milioni e 670 mila abitanti della Trinacria, e infine i 2 milioni e 210 mila italiani che parlano in dialetto veneto, ultimo delle trentasei «lingue principali europee» dietro la Lituania.
Tutte lingue dell’Europa oppure lingue e dialetti? Al poeta milanese Carlo Porta, uomo dotato di senso delle proporzioni, non sarebbe venuto in mente di essere un concorrente di Kafka (che peraltro era cecoslovacco ma scriveva in tedesco) o di Milan Kundera. E che dire della sofferta «questione della lingua» agitata da Cattaneo e poi risolta dal Manzoni al momento della stesura finale dei Promessi sposi , con la decisione di «risciacquare i panni in Arno», accettando una volta per tutte il primato sui dialetti della lingua italiana?
Per lo stesso problema, oltre un secolo fa, nelle piazze di Atene scoppiarono furibonde battaglie fra i sostenitori della lingua katharevousa e della demotiki, con i puristi da un lato che detestavano la lingua volgare detta anche «maliara» ovvero pelosa e dall’altro i sostenitori della lingua parlata che poi divenne il neogreco. Forse per questo l’ Economist , dopo avere lanciato il sasso delle «lingue» lombarda o napoletana nello stagno inquieto della nuova Europa, evita di andare a fondo e non spiega. Ma come giustificare allora la mancanza, fra le tante «lingue» italiane che poi sono dialetti, del toscano, del sardo, del piemontese, del romanesco o dell’abruzzese?
Renzo Cianfanelli


9AN JANUARO 2004 – Cultura – http://www.corriere.it/edicola/index.jsp?path=CULTURA&doc=CIANFANELLI

Tiu ĉi mesaĝo estas modifita de: Michele.Gazzola, 09 Jan 2004 – 09:29 [addsig]




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