Italiano lingua da dimenticare?

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Come parlare

«Lingua italiana, identità da salvare»

Nicoletta Maraschio: «Accademia della Crusca e Premio Napoli insieme per un patrimonio culturale»

di Ida Palisi

Italiano lingua da dimenticare? Non è una provocazione, ma l’ultima «questione della lingua» che si dibatte in Italia, sull’opportunità di insegnare esclusivamente in inglese le discipline scientifiche nelle aule delle nostre università, dove, secondo alcuni, l’italiano potrebbe essere meno efficace in una trasmissione dei saperi che si fa sempre più internazionale e, soprattutto, anglofona. Il dibattito, provocato dall’annuncio del rettore del Politecnico di Milano di voler avviare solo in inglese i corsi per i futuri ingegneri e architetti, è ora rilanciato dal Premio Napoli con il ciclo d’incontri «L’italiano, l’inglese e le altre lingue» (primo incontro il 18 febbraio, i prossimi il 6 marzo, il 12 aprile e il 24 maggio), coordinati dalla storica della lingua italiana Rita Librandi. Il primo ha visto a confronto studiosi di diverse discipline (Giuseppe Cataldi, Nicola De Blasi, Massimo Marrelli, Carlo Sbordone e Lida Viganoni) con la presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, che ha curato con Domenico De Martino il volume L’italiano fuori dall’università?(Laterza, Accademia della Crusca 2012), raccolta di interventi sulla questione.
Professoressa Maraschio, cosa pensa dell’iniziativa del Premio Napoli di dedicare un ciclo di incontri alla lingua italiana?
«La trovo molto apprezzabile anche perché non guarda alla lingua come qualcosa di distaccato dalla nostra storia. Il Premio Napoli si muove nella stessa direzione dell’Accademia della Crusca, molto impegnata a far sì che aumenti la consapevolezza nei confronti dell’italiano, delle sue strutture e della sua storia. Mi sembra che a Napoli ci sia un grande interesse sulla questione».
E favorevole all’insegnamento esclusivamente in inglese nei corsi di ambito scientifico?
«No. Se mettiamo sul piatto della bilancia i vantaggi e gli svantaggi che questa scelta può determinare, vediamo che pende in negativo, perché le ricadute possono essere gravi, di tipo non solo linguistico. Penso ai discorsi di identità linguistica e di tutela della lingua che si intrecciano con quelli di altri ambiti».
La scienziata Claudia Villa avverte del pericolo di non utilizzare l’italiano in ambito scientifico: mancheranno le parole per dire le cose e nella nostra lingua «si farà fatica a trovare i giusti modelli discorsivi e gli stili argomentativi appropriati». Lei cosa ne pensa?
«È una questione che bisogna collegare anche a come si insegnano la scienza e la tecnica. Non bastano le presentazioni visive in power point o i grafici: le cose e le parole sono strettamente legate, e i docenti devono coinvolgere anche attraverso la capacità comunicativa. È molto difficile che tale comunicazione possa avvenire in una lingua non condivisa pienamente da docenti e studenti. Questo aspetto non va sottovalutato».
C`è un pericolo di marginalizzazione per le discipline umanistiche, che non hanno come punto di riferimento l’inglese?
«Nelle nostre facoltà sarebbe molto complicato parlare di Dante in inglese…Anche noi diamo ai nostri studenti libri da leggere in altre lingue, convinti che il plurilinguismo culturale sia un valore. Ma se l’italiano fosse escluso dalle discipline scientifiche, si interromperebbe il circuito virtuoso tra la ricerca e la divulgazione scientifica, che finirebbero per essere fatte in due lingue diverse, e sarebbe vanificato lo sforzo che facciamo da tempo, di trovare trasversalità e punti di contatto tra il mondo della ricerca umanistica e quello della ricerca scientifica. Sono problemi che riguardano le persone e non tanto la lingua in astratto, anche se c’è il rischio che l’italiano perda funzioni alte dell’insegnamento. Sarebbe paradossale dopo aver celebrato i 150 anni dell’Italia unita».
Un anniversario che non significa ancora unità linguistica?
«Dobbiamo essere felici di quello che è successo nei 150 anni poiché la nostra lingua ha dimostrato una grande vitalità ma, se guardiamo alla capacità d’uso, vediamo che le differenze sono ancora troppe. Si parla di analfabetismo di ritorno, si rilevano le difficoltà che hanno i ragazzi all’università di scrivere testi e relazioni: la scuola dovrebbe puntare a insegnare meglio l’italiano e a diffondere una maggiore
consapevolezza dell’importanza della nostra lingua nell’Italia di oggi».
(Da Il Mattino, 24/2/2013).




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