ITALIANO DISCRIMINATO

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Il Tempo, 22-SET-2010 pagina 21
L’Europa non riconosce la nostra lingua
ITALIANO DISCRIMINATO
di FEDERICO GUIGLIA

Prima ti discriminano, negandoti il diritto all’italiano, la tua lingua madre. Poi ti dicono che non ti hanno discriminato, perche potevi comunque essere informato in inglese, in francese o in tedesco. L’ultimo scandalo europeo proviene proprio da una corte di giustizia, quella di Lussemburgo che, rovesciando la sua stessa e precedente giurisprudenza di appena due anni fa, ha respinto il ricorso presentato dall’Italia. Un ricorso doveroso contro i bandi di concorso europeo nei quali chi è inglese, francese o tedesco è favorito a scapito di tutti gli altri cittadini dell’Unione europea.
Il nostro governo ha annunciato che ricorrerà ancora, e ci mancherebbe che non lo facesse. Ma ormai il problema delle tre lingue che comandano sulle altre, dando un vantaggio anche competitivo a chi le conosce bene, e in particolare, com’è ovvio, a chi le parla dalla nascita, non è soltanto un’indecenza giuridica: a un’urgente questione politica da porre in ogni sede istituzionale europea, dal Consiglio dei ministri alla Commissione, al Parlamento di Strasburgo. Non è più tollerabile che una situazione di fatto, che va avanti da tempo in spregio ai trattati, al buonsenso, alla leale collaborazione fra istituzioni dell’Europa, e che penalizza la stragrande maggioranza dei cittadini europei, privilegiandone una minoranza, trovi compiacenza perfino nelle alte sfere.
Il pretesto ridicolo a cui si ricorre per giustificare che pure la Gazzetta ufficiale dell’Unione europea consideri tre lingue un po’ più eguali di tutte le altre, a quello del risparmio e dell’organizzazione. Come se gli uffici pubblici potessero o dovessero decidere che la lingua tedesca valga più dell’italiano, o quella francese più della spagnola. Perché è evidente che, se passa il principio del tris politicamente imposto grazie alla furbizia di chi ne beneficia e all’indifferenza di chi ne viene danneggiato, ci si domanda: ma allora, terzetto per terzetto, perché non prevedere l’inglese, l’italiano e lo spagnolo? O perche non prevedere la rotazione linguistica, in modo che, a turno, tutti i cittadini europei possano vedere la propria lingua madre alla pari delle altre, anche e soprattutto nei concorsi? Se poi si volesse ridurre la contesa a un puro fatto di denaro, perché, allora, usare tre lingue e non una sola? La realtà è che nel corso degli anni i governi di Londra, di Parigi ma, specialmente, di Berlino hanno prestato molta più cura all’argomento in confronto a quelli di Roma o di Madrid. E oggi le proteste giuridiche o diplomatiche degli esclusi scontano il colpevole ritardo; oltre che l’ancor più colpevole ipocrisia di chi finge di non comprendere la gravita della violazione, per non disturbare l’oligarchia di Bruxelles. Ma beffare il principio di eguaglianza, e addirittura nell’uso ufficiale della lingua madre, significa minare la credibilità stessa dell’Unione e del suo predicare. "Nessuna tassazione senza traduzione", ha proposto da Ginevra un assistente universitario di ricerca, Michele Gazzola, che ha dedicato studi al tema multilinguistico. In sostanza, se l’andazzo non cambierà, si propone ai cittadini-contribuenti di non pagare più "le tasse necessarie al funzionamento delle istituzioni europee". E’ una sfida concreta, perché non associa al valore della lingua solamente gli aspetti, culturali e comunicativi, pur notevoli, ma anche gli effetti pratici causati dall’approccio discriminatorio.
Si spera che all’ingiustizia stavolta non reagiscano soltanto la Società Dante Alighieri e l’associazione radicale Esperanto, tra i pochi da sempre consapevoli della posta in gioco. Stavolta dovrebbe reagire l’intera classe politica, culturale, imprenditoriale della nazione. Difendere il ruolo della lingua italiana nelle istituzioni europee vuol dire avere un po’ d’amor proprio, e credere nel futuro plurilingue nostro e dei nostri figli.




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