Italiani, salviamo l’italiano

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Sabato 19 Febbraio 2005

Nelle riunioni della Ue la nostra lingua sarà esclusa

Italiani, salviamo l’italiano

di RAFFAELE SIMONE

ORMAI è sicuro. L’italiano è stato cancellato l’altro giorno dalla lista delle lingue utilizzabili nelle conferenze-stampa dei commissari europei, ad eccezione di quelle del mercoledì, unico giorno in cui è assicurata la traduzione delle lingue di lavoro dell’Unione europea (inglese, francese, tedesco e, fino a ieri, per l’appunto la nostra). Sembrerebbe solo una notizia curiosa, invece è un fatto grave, anche perché la decisione è stata presa (dicono i giornali) al più alto livello: dalla portavoce del presidente dell’Unione, il portoghese José Maria Barroso. In pratica, nelle conferenze stampa, i partecipanti (giornalisti e commissari dell’Ue) non potranno più parlare in italiano, ma dovranno ripiegare su una delle altre lingue ammesse, ossia parlare in una lingua straniera.

Che differenza fa? Chi come me partecipa spesso a congressi scientifici sa bene che la differenza c’è, ed è molto pesante. Quando si deve sostenere una tesi, magari in modo polemico e argomentato, o rispondere a una domanda pericolosa, o difendersi da un’osservazione maliziosa, non c’è nulla di meglio della propria lingua, nella quale si abita e in cui ci si muove senza sforzo. Nei congressi scientifici, dove (piaccia o no) si parla quasi universalmente inglese, i nativi di questa lingua vengono a trovarsi così con un immenso e ingiusto vantaggio comparativo su tutti gli altri: le loro relazioni sono le più ascoltate, le loro argomentazioni le meglio riuscite, le loro discussioni le più brillanti. Quando si tratta di scegliere una linea alternativa a un’altra (una tipica attività della politica), è chiaro che le posizioni espresse nella propria lingua madre vengono formulate meglio e hanno maggiore possibilità di imporsi.

C’è però anche un risvolto politico, ed è molto malinconico. La decisione di Bruxelles significa che l’italiano (la sua cultura, il suo patrimonio, la sua immagine) perde peso in Europa, e che la stessa cosa capita al Paese. I nostri politici, rispondendo alla notizia di ieri, si sono stracciati le vesti denunciando la discriminazione, l’apartheid e altre consimili birbonate. Credo che farebbero meglio a cambiare registro: questa bocciatura dell’italiano non è il frutto della malignità di Barroso, ma della loro indolenza, cioè dell’inesistenza di qualunque politica linguistica italiana, in Italia e fuori.

Chi lancia strali farebbe bene a coprirsi il capo di cenere, come segnalo da tempo su questo giornale. Le lingue non sono il passatempo di letterati noiosi, ma beni culturali e più ancora oggetti politici (ancor più della mozzarella di bufala e dell’uva da tavola). Togliere a un popolo la lingua (come fu fatto nell’Unione Sovietica nei confronti delle popolazioni non-russe) significa impedirgli di esprimersi, di ricordare, di discutere, di elaborare idee nuove. Al contrario, riconoscere ad una lingua il diritto di esser usata nella pienezza delle sue funzioni significa permettere a chi la parla di presentare e difendere le proprie idee. Questi concetti elementari non sono mai sembrati rilevanti ai nostri politici, che sembrano poco sensibili alla dimensione simbolica della loro attività.

Del resto, in ciò somigliano molto agli italiani, che (come ho già notato su queste colonne) sono incredibilmente poco “leali” verso la loro lingua, cioè pronti a rinunciare a dir le cose in italiano per ricorrere (chissà perché) a frammenti raccogliticci di altre lingue. Basta confrontare, per esempio, il gergo informatico francese o spagnolo (interamente adattato in quelle lingue) con quello italiano (penosamente scimmiottato sull’inglese) per cogliere l’enorme differenza. La mia può sembrare una rivendicazione da purista, ma non lo è: è al contrario la diagnosi di una grave fragilità culturale collettiva, di cui oggi paghiamo una nuova rata. Perfino Romano Prodi, quand’era presidente dell’Ue, fu accusato più e più volte di aver rinunciato a parlare italiano (come le regole comunitarie gli avrebbero permesso) per ricorrere al suo inglese, non proprio fluidissimo.

Nel 1764 Voltaire scriveva che l’italiano, «per via delle sue immortali opere del Rinascimento, era in condizione di dominare in Europa», cioè di diventare lingua internazionale dei paesi colti del continente. Oggi, per l’imbelle noncuranza di un intero ceto politico, corre invece il rischio di diventare una lingua da marca di confine.

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