Italia ed Europa, strada comune

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LO SVILUPPO DA RILANCIARE
Italia ed Europa, strada comune

di Alberto Quadrio Curzio

Le elezioni riconsegnano l'Italia all'instabilità e i mercati si orientano di conseguenza con aumenti dei tassi di interesse sui nostri titoli di Stato (e dello spread su quelli tedeschi) e cali delle azioni in Borsa. In particolare sui titoli bancari molto sensibili alla variazione degli spread. La situazione è difficile e va valutata collocando il presente nella prospettiva di medio-lungo termine di un Paese come il nostro.
Paese che è la terza economia europea (e per vari aspetti, tra cui la manifattura, la seconda) e che è (tuttora) membro del G8. È la prospettiva che Il Sole 24 Ore con il direttore Roberto Napoletano sottolinea da (molto) prima delle elezioni e altri hanno calato nel post-elezioni.
In Europa ci si interroga con apprensione sul futuro dell'Italia e il nostro Paese deve orientarsi sull'Europa come ha sempre fatto, specie nei suoi momenti più difficili. Di questi ce ne sono stati parecchi, anche negli ultimi due settennati che i presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, hanno superato tenendo ben in vista la collocazione italiana in Europa. Importante è stato anche il nostro apporto al processo di integrazione europea con il contribuito di varie personalità italiane tra le quali, nei tempi recenti, Romano Prodi (come presidente della Commissione europea per cinque anni) e Giuliano Amato (come vicepresidente della Convenzione che elaborò il progetto, purtroppo non approvato, di “Costituzione europea”).
Su questa intonazione italo-europea svolgiamo due considerazioni. La prima sull'Italia. La seconda sull'Europa.
L'Italia è arrivata al governo Monti, personalità tecnica dí grande prestigio internazionale, come una necessità senza alternative perché i mercati avevano ormai perso la fiducia nei nostri titoli di debito pubblico (anche per effetto del “contagio mediterraneo”) come dimostrato dall'impennata dei tassi di interesse e dello spread. Eppure molti erano e sono i punti di forza dell'economia italiana ri- spetto a quelli (pochi) di Paesi “periferici”, dalla Grecia alla Spagna. Anche il deficit di bilancio era contenuto perché il ministro dell'economia Giulio Tremonti aveva gestito bene la finanza pubblica e la fiscalità. Tant'è che lo spread BtpBund è stato sotto i 100 punti base sino a fine aprile 2010, tra 100 e 200 sino a giugno 2on,oltre i zoo da luglio 2011. Poi si è avuto un crescendo fino ad oltre i 550 punti base nel novembre 2011 quando Monti divenne presidente del Consiglio rimpiazzando un Governo che aveva perso ogni credibilità in Europa, malgrado alcuni ministri qualificati. Il Governo Monti ha operato molto bene fino a luglio (malgrado casi esodati) in condizioni di emergenza con una politica fiscale assai dura, rispondente anche alle richieste europee, necessaria per dimostrare che l'Italia era governata e affidabile. Di questo gli siamo molto grati.
La situazione è però cambiata dal luglio 2012 quando Draghi, essendo state soddisfatte le garanzie richieste all'Italia, ha varato con grande abilità la terza innovazione della Bce (dopo quelle per dare massiccia liquidità alle banche) per l'acquisto illimitato (subordinato a condizioni vigilate) di titoli di stato dell'Eurozona fino a scadenza triennale (OMTs). Date queste condizioni Monti, forte anche di un crescente prestigio, poteva da settembre essere molto più assertivo in Europaper rilanciare la crescita e l'occupazione da sostenere anche in Italia, nei limiti del possibile, con un alleggerimento del rigore. Non era facile e purtoppo non è accaduto. Perciò la recessione s'è aggravata anche per i crediti delle imprese verso le pubbliche amministrazioni che non pagano, per le banche da ricapitalizzare e con imprese in sofferenza, per la fiscalità eccessiva e squilibrata. Il tutto ha fatto crescere la crisi e lo scontento sociale. I dati stilla decrescita del Pil, anche nelle previsioni del 2013, sono molto preoccupanti malgrado il nostro basso deficit di bilancio e il nostro alto avanzo primario analoghi a quelli tedeschi.
L'Europa nella crisi iniziata nel 2008 ha affiancato a importanti e corrette scelte alcune gravi omissioni. Oltre alle citate e importanti innovazioni della Bce (alle quali si aggiungerà la vigilanza bancaria europea), è stato varato un fiscal compact, utile se interpretato con flessibilità (quella che adesso compare per Spagna e Francia). Lo stesso andava infatti bilanciato subito da un Growth Compact che attuasse i progetti di sviluppo di Europa 2020, delle infrastrutture, dél rilancio dell'industria europea seguendo le impostazioni della Commissione Europea apprezzate anche dal Parlamento Europeo. I nuovi fondi salva-Stati (Efsf ed Esm) dovevano essere attivati a ben altra scala di emissioni obbligazionarie potendo impegnarsi fino a 700 miliardi di euro mentre tra impegni ed emissioni non sono neppure a 300. Il fondo Esm è però una grande innovazione da potenziare per emettere in futuro EuroUnionBond (come proposto su queste colonne da Prodi-Quadrio Curzio ma anche, pur con diverse tonalità, dalla Commissione e dal Parlamento europeo) per la messa in sicurezza dei debiti pubblici e per finanziare gli investimenti. Infine il bilancio europeo non va decurtato e va riorientato molto di più sulla tecnoscienza e l'innovazione.
Malgrado le omissioni e l'eccesso di rigore, l'Europa ha tuttora la possibilità di attuare molti dei progetti citati orientati alla crescita. Il problema rimane quello di condizionare la Germania che si è imposta a tutti con una combinazione di convinzioni (il dogma del pareggio di bilancio) e convenienze (il proprio finanziamento a tassi di interesse reali negativi e il connesso salvataggio delle sue banche). Così smentendo anche la sua storia fatta dai grandi cancellieri europeisti tra i quali Kohl che nel 1998 volle l'Italia nell'euro sia perché il Governo Prodi (con Ciampi ministro del Tesoro) aveva fatto un ottimo lavoro sia perché era consapevole che la forza manifatturiera dell'Italia avrebbe contribuito a quella europea.
La nostra conclusione è che la Ue (e l'euro) sono irrinunciabili per tutti i Paesi europei in un mondo di giganti economici dove l'Italia da sola sarebbe già scomparsa dalla geoeconomia. E poiché gli strumenti europei ci sono per essere usati, nell'attuale difficile situazione il nostro Paese deve porsi un problema accantonato dal Governo Monti. E cioè quello se chiedere una delle linee di credito europee (un “ombrello”) magari da non usare ma da avere come deterrente: quella del fondo europeo Esm, come ha fatto la Spagna; quella dello OMTs della Bce. L'Europa e l'Italia escono dalla crisi solo assieme e solo associando alla stabilità finanziaria il rilancio dell'economia reale da cui dipendono la crescita e l'occupazione. Per questo ci vuole in Italia un Governo capace e credibile ma anche durevole.

Il Sole 24 Ore, 28-02-2013




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