ITALIA E MERCATI Cina, Usa e Ue: troppi segnali di instabilità

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LE OMBRE CINESI E NOI COSÌ DEBOLI
ITALIA E MERCATI Cina, Usa e Ue: troppi segnali di instabilità
di FRANCESCO DAVERI

Le ultime quarantotto ore ci hanno fornito un assaggio di quella che sui mercati potrebbe essere una estate difficile. Una stagione molto più simile a quella torrida del 2011, della crisi del debito italiano e spagnolo, piuttosto che alla scorsa tranquilla estate rasserenata dal «farò tutto ciò che serve per difendere l`euro» di Mario Draghi. La differenza rispetto al 2011 è che l`origine del problema è l`America. E non è il potenziale rallentamento della crescita derivante dagli interventi sul bilancio di Obama. Tutt`altro: nonostante i tagli che ridurranno il deficit americano al 5,3 per cento del Pil nel 2013, l`economia americana va. Tanto che la Federal Reserve prevede una crescita 2014 in accelerazione all`interno di una forchetta compresa tra il 13 e il 13,5 per cento, con una disoccupazione in calo e molto vicina al 6,5 per cento. È proprio in questi numeri che sta il problema. Il presidente della Fed Bernanke ha più volte riferito della sua intenzione di porre fine al programma di acquisto di titoli del debito púbblico americano iniziato nel settembre 2012 e di farlo quando la disoccupazione sarà scesa al 6,5 per cento. Ecco perché i mercati hanno atteso nervosamente le decisioni e le parole dell`organismo esecutivo della Fed, il Federal Open Market Committee. Ora Bernanke ha pragmaticamente confermato che i tassi rimarranno dove sono (vicini a zero) fino a metà 2015. E che il programma di acquisti dì titoli pubblici continuerà in futuro ma con un passo più ridotto. I crolli di borsa nell`Asia emergente e in Europa ci dicono che quelle parole pronunciate da Bernanke non hanno soddisfatto i mercati. Chiedevano certezze sull`orizzonte futuro ma la Fed ha confermato invece la sua linea di ambiguità che ha tutt`altro che diradato le nubi sulle piazze finanziarie. Non va dimenticato che sulla politica monetaria americana pesa l`accumularsi dei segnali di debolezza del manifatturiero cinese e il progressivo indebolimento del suo sistema bancario. Dopo le notizie negative sul rallentamento delle esportazioni, degli investimenti e della produzione industriale cinese, anche l`indicatore anticipatore del ciclo economico più accreditato, il Pmi dei manager degli acquisti di Markit è sceso sotto a quella soglia di 5o che segnala la prevalenza di tendenze recessive. Alla fine del 2008, il mega programma di investimenti infrastrutturali e di salvataggi di Pechino da 586 miliardi di dollari fu sufficiente a mantenere l`economia cinese su un binario di crescita dag per cento annuo. Ma la sensazione diffusa è che oggi i prestiti non esigibili del settore bancario cinese, spesso contratti con i governi locali, facciano da freno ad ogni piano di impulso del governo. Il rallentamento della locomotiva cinese potrebbe avere un effetto domino sul resto dell`Asia emergente e sul Giappone. E` questo che ci hanno segnalato la caduta degli indici asiatici. Se America e Cina non bastassero, a rendere il clima ancora più incerto c`è, o meglio, non c`è anche l`Europa. La Bce – forse per disperazione – si dice pronta a un altro taglio di tassi che certo non risolverebbe la stretta creditizia delle economie indebitate del sud del Vecchio Continente. Proprio in questi giorni cade l`anniversario del vertice del 28 giugno 2012. Lì si riteneva fosse stata scritta una road-map per il riavvio del processo di integrazione europea. Il tutto doveva partire da un`unione bancaria fatta di tre pilastri (supervisione centralizzata delle banche nelle mani della Bce, un sistema europeo di risoluzione delle crisi bancarie e l`assicurazione europea sui depositi). L`obiettivo era spezzare il circolo infernale tra aumento dei debiti sovrani e peggioramento dei bilanci bancari. Per ora, almeno fino alle elezioni tedesche, avremo invece un`unione bancaria zoppa, che procede a passo da lumaca, oltre a discussioni e pochi fatti sulla disoccupazione giovanile. Se questa è la cornice, preoccupa vedere l`Italia posporre decisioni. Stretto da difficoltà di coesione politica, il governo si è preso tempo fino a settembre per rivedere (o cancellare) l`Imu e tentando di rinviare l`aumento dell`Iva. Ma rinviare serve se il domani è migliore dell`oggi. Purtroppo con mercati finanziari così nervosi e con la Germania e i suoi Paesi satelliti in marcato rallentamento, il domani potrebbe essere anche peggiore dell`oggi. La strategia del rimandare o del confronto anti-rigorista con Bruxelles rischia di ricollocare l`Italia nella sgradevole trincea dei Paesi sotto il tiro dei mercati. Se non tornare a essere causa scatenante di instabilità, come dimostra l`andamento dello spread. Non possiamo più permettercelo.

Corriere della Sera




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