Istituti italiani di cultura nel mondo: misurare le risorse e spenderle al meglio.

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Lettere.
Risponde Salvatore Carrubba.

Lunga vita agli Istituti italiani di cultura nel mondo.

Da alcuni mesi si sente dire che verrà chiuso l’Iic, Istituto italiano di cultura, di Francoforte. Questo significherebbe la fine delle manifestazioni culturali e dei corsi di lingua offerti nei locali dell’Iic, frequentati da centinaia di persone all’anno desiderose di imparare la lingua, conoscere la nostra cultura e la nostra arte.
Il nostro Governo, che dovrebbe ringraziare e supportare chi lavora riducendo sempre più le spese, vuole eliminare un Iic che è punto cruciale della nostra immagine culturale. Si accampano ragioni di risparmio. Osserviamo che: il costo dell’istituto è irrisorio rispetto al bilancio del ministero degli Affari esteri. Si tratta di circa novemila euro all’anno, considerando anche il contributo finanziario dell’associazione Italiani in Deutschland. Amici del Iic,che organizza corsi di lingua e progetti
culturali finalizzati all’integrazione reciproca tra bambini italiani e tedeschi, i quali ultimi vengono finanziati dalla città di Francoforte. Oggi facciamo una dimostrazione di protesta davanti al Consolato generale di Francoforte.

Piazza Francoforte, Italiani in Deutschland,
Coordinamento Donne italiane
di Francoforte, Stammtisch italiano Rhein-Main,
Comunità cattolica italiana

Lunga vita agli Istituti italiani di cultura, a Francoforte e nel resto del mondo.
A una condizione, però: che, in tempi di spending review, di ricerca febbrile
di risorse per tagliare tasse senza mortificare il welfare, di ripensamento della spesa pubblica, a queste benemerite istituzioni si affidino obiettivi chiari e coerenti.
La diplomazia culturale per certi Paesi come la Francia conta moltissimo, e l’Italia dovrebbe coltivarla di più, considerando che è appunto il proprio patrimonio che la rende agli occhi del mondo unica e insostituibile; al punto da farsi perdonare (con sempre maggiore difficoltà, peraltro) aspetti che agli stranieri risultano incomprensibili e, in certi casi, pericolosi per tutti: il disordine congenito, la burocrazia asfissiante, la propensione alla prodigalità (pubblica).
Una politica culturale proiettata nel mondo e capace di trasmettere un’immagine dell’Italia meno pasticciona potrebbe diventare un’arma formidabile per rendere il Paese un po’ più attrattivo: agli studiosi non meno che agli appassionati dell’italiano, ai turisti e alle imprese. Perciò serve misurare le risorse e spenderle al meglio, attribuendo agli Istituti una missione chiara, e trasformandoli in efficaci strumenti di promozione complessiva del Paese, della sua cultura, della sua civiltà, che è fatta anche di intraprendenza imprenditoriale, di creatività, di fiducia in quel valore immateriale ma incommensurabile che è espresso dal nome “Italia”. Molti lo fanno già con risultati eccellenti. Se le buone pratiche si dovessero generalizzare, forse non sarebbe un’eresia ripensare la geografia complessiva della presenza italiana all’estero nelle sue
diverse articolazioni.
(Da Il Sole 24 Ore, 1/3/2014).




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