«Io sono Dio»: Faletti pensa inglese-americano oppure…?

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Caro Beppe, cari Italians,
ho appena concluso la lettura di Io sono Dio di Giorgio Faletti e sono perplessa a dir poco. Vado subito al punto: mi riferisco a quelli che in gergo traduttivo si chiamano «calchi», vale a dire quei termini o espressioni tradotti letteralmente, con effetti orribili sulla lingua di arrivo. Ebbene, Io sono Dio ne conta moltissimi. Ma in teoria non è un libro tradotto, giusto?
Allora non mi spiego perché un autore italiano dovrebbe scrivere «non girare intorno al cespuglio»: calco di «don't beat about the bush», invece di «non menare il can per l'aia». O perché dovrebbe scrivere «Te ne devo una», palese calco di «I owe you one», che in italiano è molto più semplicemente «sono in debito/a buon rendere». O perché in un libro scritto in teoria in italiano mi ritrovi l'incomprensibile frase «Pensavo che una ventina di grandi vi avrebbero fatto comodo» dove «grandi» è lo spudorato calco di «grand», vale a dire mille dollari nel gergo della comunità dei neri americani. E questi non sono che pochi esempi. A dire la verità, tutto il libro mi ha lasciato l'impressione dell'italiano «derivato», con i suoi «prese un bel respiro», «telefono mobile» e così via. Ho cercato di darmi una spiegazione plausibile, iniziando con: «Faletti pensa in inglese-americano». Non sta in piedi, per tutta una serie di motivi linguistici e tecnici per i quali sarebbe necessaria un'altra lettera. E allora? Non so cosa pensare, perciò farei pensare un po' te, Beppe, e anche qualche Italian. Che mi dite?


http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-07-22/11.spm
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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

<DIV id=RTEmultiCSSID >Caro Beppe, cari Italians, <BR>ho appena concluso la lettura di <I>Io sono Dio</I> di Giorgio Faletti e sono perplessa a dir poco. Vado subito al punto: mi riferisco a quelli che in gergo traduttivo si chiamano «calchi», vale a dire quei termini o espressioni tradotti letteralmente, con effetti orribili sulla lingua di arrivo. Ebbene, <I>Io sono Dio</I> ne conta moltissimi. Ma in teoria non è un libro tradotto, giusto? <BR>Allora non mi spiego perché un autore italiano dovrebbe scrivere «non girare intorno al cespuglio»: calco di «don't beat about the bush», invece di «non menare il can per l'aia». O perché dovrebbe scrivere «Te ne devo una», palese calco di «I owe you one», che in italiano è molto più semplicemente «sono in debito/a buon rendere». O perché in un libro scritto in teoria in italiano mi ritrovi l'incomprensibile frase «Pensavo che una ventina di grandi vi avrebbero fatto comodo» dove «grandi» è lo spudorato calco di «grand», vale a dire mille dollari nel gergo della comunità dei neri americani. E questi non sono che pochi esempi. A dire la verità, tutto il libro mi ha lasciato l'impressione dell'italiano «derivato», con i suoi «prese un bel respiro», «telefono mobile» e così via. Ho cercato di darmi una spiegazione plausibile, iniziando con: «Faletti pensa in inglese-americano». Non sta in piedi, per tutta una serie di motivi linguistici e tecnici per i quali sarebbe necessaria un'altra lettera. E allora? Non so cosa pensare, perciò farei pensare un po' te, Beppe, e anche qualche Italian. Che mi dite?<BR><BR><BR><A href="http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-07-22/11.spm">http://www.corriere.it/solferino/severgnini/09-07-22/11.spm</A></DIV>[addsig]

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