Io non spikko inglese

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Un mensile ha dato la pagella ai vip

Sorry… io non

spikko inglese

L’Italia gode di un primato negativo per la conoscenza delle lingue straniere.

Secondo la rivista “Speak Up”, anche i ricchi e famosi sono quasi tutti da bocciare

di Sara Recordati

Do you speak english? “Uazz american boy, wuozz awaya…”. Il più simpatico è ancora Alberto Sordi, l’ “Americano a Roma” che con il suo linguaggio arcano e fantasioso imita il suono della lingua, senza parlarla. Cinquant’anni dopo (il film è del 1954) è ancora il simbolo della nostra voglia, mai soddisfatta, d’inglese. Indimenticabile anche il discorso fiume di Roberto Benigni in italiese, il suo buffo english maccheronico. (“grazie, grazie, ai em so happi”) che ha fatto ridere e piangere il mondo, quando gli consegnarono la statuetta dell’Oscar, per “La vita è bella”, nel 1999.

A proposito di italiani famosi alle prese con l’inglese, il mensile “Speak Up” ha assegnato, nel numero in edicola, la pagella ad alcuni vip. Well, i risultati sono davvero interessanti. I voti peggiori spettano al ministro Rocco Bottiglione che, se conquista un “così così” per la scioltezza della parlata, nella pronuncia risulta addirittura “imbarazzante”. Stesso giudizio per Alessandra Mussolini, malino anche per la stilista Miuccia Prada, che però, a differenza di molti colleghi, almeno un po’ l’inglese lo mastica. Meglio per Umberto Eco (ma la pronuncia è così così), Monica Bellucci (ma deve migliorare la grammatica), ed Emma Bonino (dovrebbe pensare in inglese). I migliori della classe sono il designer Sergio Pininfarina e l’ex ministro degli Esteri (e sorella minore di Gianni) Susanna Agnelli.

Nonostante l’attuale governo proclami di promuovere le tre i: inglese, internet, impresa, l’Italia rimane tra i fanalini di coda dell’Europa e del mondo per la conoscenza delle lingue. Soltanto il 30 per cento della popolazione sembrerebbe avere una conoscenza sufficiente dell’idioma di Sua Maestà britannica. Qualcuno si ricorderà quando, nel 2001, nel sito della presidenza del Consiglio, comparvero le biografie ufficiali dei ministri tradotte in inglese utilizzando un software automatico (nessuno sapeva la lingua abbastanza bene?). Ebbene il risultato fu a dir poco sconcertante. Qualche esempio: l’università Bocconi frequentata dal ministro Lucio Stanca divenne “University of Mouthfuls” (letteralmente bocconi: di cibo); Letizia Moratti si tramutò in Lady Joy (gioia, letizia); il verbo “chiese” divenne churches (plurale di chiesa) e la Camera fu tradotta in room, stanza, come se avesse la c minuscola. Scoperti gli errori grossolani, le biografie sono state corrette, ma, per chi ha voglia, quelle originali si possono ancora trovare su Internet, nel sito “www.repubblica.it/online/politica/biografia/biografia.html”.

Imparare l’inglese sembra ancora un privilegio per pochi. Per coloro che, oltre alla scuola dell’obbligo e all’immancabile vacanza-studio a Londra, possono usufruire di strumenti privilegiati. Dovremmo fare tutti come Susanna Agnelli? Nel celebre romanzo autobiografico, “Vestivamo alla marinara”, la sorella minore dell’Avvocato racconta come avvenne la sua istruzione, impartita dall’autorevole miss Parker

(“Don’t forget you are an Agnelli”). Da ragazza, l’autrice s’imbarcò come infermiera su una nave ospedale destinata recuperare i feriti d’Africa. Un giorno sorprese dei prigionieri britannici che prendevano in giro un piccolo infermiere italiano pensando di non essere capiti. Lei ne prese le difese e loro, imbarazzatissimi: “Dove ha imparato l’inglese?”. Risposta: “Dalla mia governante”. Oh, sorry.

(Da Gente, 27/10/2005).

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