Invidiosi o gufi: quando la politica non tollera i diversi.

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Le TENSIONI TRA I PARTITI.

Invidiosi o gufi
Quando la politica non tollera i diversi.

L’eterna abitudine a isolare chi ha opinioni diverse.

MATTIA FELTRI.

C’è una parte di sinistra, dice il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che «sembra assecondare
l’Italia invidiosa». Dunque chi è perplesso o apertamente contrario alle politiche
di governo non è che la pensi in altro modo, semplicemente è invidioso: termine contenuto
nel vocabolario renziano fra gufi e rosiconi, come il premier è abituato a definire gli
avversari. Se è un peccato, lo è doppio. Primo perché non è un linguaggio nuovo: erano
«invidiosi», secondo Silvio Berlusconi, quelli che lo attaccavano nei giorni tumultuosi
delle olgettine; erano «invidiosi», secondo Roberto Formigoni, quelli che prevedevano
sconfitte del centrodestra in Lombardia; erano «invidiosi», secondo l’allora leader dei giovani
di Forza Italia, Simone Baldelli, i coetanei di sinistra che deridevano una loro iniziativa
(e da cui erano chiamavano «piazzisti», tanto per sottolineare la profondità dell’analisi).
Sui gufi c’è da star qui mezza giornata. Erano «gufi» e pure «cornacchie»
appollaiati sulla Quercia, secondo il fondatore di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini,
quelli che si aspettavano la crisi del primo governo Berlusconi, 1994; erano «gufi» (e di
nuovo «cornacchie»), sempre secondo Fini, quelli che nel 2004 davano in discesa il suo
partito; erano «gufi», secondo Dario Franceschini, quelli che nel 2009 vedevano il Pd in difficoltà
nel posizionamento europeo (coi socialisti o coi popolari?); erano «gufi» e «veterocomunisti»,
secondo Berlusconi, i contendenti di centrosinistra.
I gufi da queste parti svolazzano da molto prima che li avvistasse Renzi, e ora che li ha avvistati parlano tutti di «gufi»: Beatrice Lorenzin, Nunzia De Girolamo, Luigi De Magistris.
È un peccato – secondo motivo – perché i rottamatori non hanno rottamato un metodo
fastidioso, il metodo di attribuire a chi è in disaccordo secondi fini inconfessabili perché
meschini o loschi. Il sostantivo più usato nel ventennio della Seconda repubblica
è «malafede». Sono stati dichiarati in malafede Francesco Rutelli da Francesco Storace,
l’intero Pds da Maurizio Gasparri, l’intera An da Luigi Manconi, l’intero centrodestra
da Luciano Violante, Massimo D’Alema da Pier Ferdinando Casini, Walter Veltroni da Adolfo
Urso, Umberto Bossi da Barbara Pollastrini, Giulio Tremonti da Vincenzo Visco, l’intera
Forza Italia da tutta la Margherita, l’intero Ulivo da Renato Schifani, Piero Fassino da
Giorgio Lainati, i fuoriusciti del M5S dai non fuoriusciti del M5S… Potremmo andare avanti
fino all’ultima pagina di questo giornale, ma tocca segnalare che gufi, rosiconi, invidiosi e
disonesti sono tutti figli dei coglioni – linguisticamente e psicologicamente parlando – con
cui Berlusconi tratteggiò gli elettori di sinistra nella campagna elettorale del 2006. Se
qualcuno non è convinto dalle tue ricette, è un coglione. E siccome la vita è un andirivieni da
tergicristallo, a loro volta gli elettori di centrodestra erano irrimediabilmente «coglioni»
(o, con le attenuanti, «fessi») secondo l’analisi di Dario Fo; Antonio Di Pietro, assecondando
le sue attitudini, li iscrisse in un politico registro degli indagati in quanto «complici».
Un meraviglioso ribaltamento della logica spinge a escludere di essere un po’ tardo chi non
capisce gli altri: sono gli altri a essere tardi. Ci abbiamo messo del nostro anche noi giornalisti,
poiché negli anni si sono letti autorevoli commentatori parlare – per esempio – della «dabbenaggine»
e della «complicità nella furbizia illegale» degli ostinati sostenitori di Forza Italia, che a sua volta – secondo esempio – prendeva i voti nella «zona grigia dell’illegalità fiscale» (per non parlare delle perpetue e reciproche accuse di servaggio fra star dei quotidiani).
Gli evasori votano Berlusconi, in Sicilia chiunque vinca è perché lo ha votato la mafia, in
Italia chiunque vada al governo è a ruota dei padroni e della finanza globale. Una così solida
indisponibilità a prendere in considerazione le ragioni degli interlocutori non aveva bisogno
dell’esplosivo sbarco sul pianeta della politica di Beppe Grillo (annunciato con un benaugurante
vaffanculo). Lui ha riunito in una banda planetaria di farabutti, o in alternativa di imbecilli,
chiunque non si inebri alle sue sentenze. A proposito, eccone una delle più rilassate: «Il
vero gufo è Renzi».
(Da La Stampa, 24/11/2014).

 




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