Intervista a Tullio De Mauro

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Nella maglie della lingua

Il sogno di una lingua perfetta lascia il campo alla necessità di una lingua

flessibile,capace di crescere e modificarsi seguendo l’evoluzione della

realtà che deve nominare

di Mirella Taranto (a cura ), intervista a Tullio De Mauro

Solo la lingua storico-naturale ci consente di avvicinarci in modo totalizzante

al dicibile. Ne è convinto il linguista Tullio De Mauro che parla a Galileo

della complessità e dell’utopia che si nasconde dietro l’aspirazione della

costruzione di un linguaggio universale. E’ la scienza stessa ad insegnarci che

è impossibile cristallizzare le cose nei concetti e questo, secondo De Mauro, è

ancora più impossibilefarlo attraverso la lingua, che è una rete di significati

che moltiplicale sua maglie all’infinito. E’ questa mutazione, questa apertura

della retel’unica strategia possibile per avvicinarsi alle cose, per poterle

esprimere.Cambiano le cose e anche le parole che, costantemente immobili nel

tempoe nello spazio, con la pretesa di rispecchiare un’idea astratta,

sarebberosoltanto vuote replicanti di se stesse.

Dietro il progetto di una lingua perfetta c’è in qualche modol’aspirazione a

voler riprodurre la realtà, nonostante per esempioin Cartesio non sembrino

esserci dubbi sul carattere convenzionale di qualsiasilinguaggio, naturale o

artificiale. In che senso una lingua convenzionalepuò avere una relazione

ontologica con le cose di cui parla?

Il pensiero scientifico moderno, da Galilei a contemporanei più acuti,ha

corretto profondamente l’immagine che noi ci facciamo qualche volta,anche ai

livelli culturali relativamente alti, di ciò che sia scientifico.Toraldo di

Francia una volta ha scritto, giustamente, che le scienze nondanno certezze, ma

insegnano a porsi domande circostanziate, alle qualiè possibile trovare una

risposta approssimata. In questa prospettiva,che mi sembra la più adeguata, le

scienze sono viste come una fontedi problemi, piuttosto che come ricettario di

ciò che è certo.Alla base dell’idea di lingue perfette tout court ci sono due

presupposti.ll primo è un’immagine della scienza come luogo di definizione,

unavolta per sempre, di presunti rapporti reali fra le cose di cui la

scienzastessa cerca i sistemi. Un’immagine perciò un po’ chiusa rispettoalle

modalità reali con cui procedono le scienze che insegnano, invece,a sconvolgere

le certezze, a scorgere nuova problematicità nellecose, in modo che questa

problematicità possa trovare un luogo diulteriori sistemazioni.

Il secondo presupposto, che era poi alla radice dei sogni di una linguaperfetta,

è l’esperienza di linguaggi che io provo a chiamare “post-verbali”.Rispetto ad

altri linguaggi gestuali, della corporeità, questi linguaggipresuppongono

l’acquisizione, il possesso e il controllo di una lingua storico-naturale.Si

tratta linguaggi convenzionalizzati all’interno di una o più

linguestorico-naturali, che funzionano molto bene nel loro ambito,

fortementespecifico.

A quali linguaggi allude, in particolare?

Per esempio, a quel potente linguaggio della nomenclatura numerica,

delleoperazioni elementari, che è ormai l’albero, la foresta dei

linguaggimatematici. Si può pensare, però, anche alla simbologia chimica.Noi

abbiamo dei linguaggi che nascono all’interno della lingua storico-naturale.Le

procedure attraverso le quali esse si costruiscono, per la prima volta,sono

state accuratamente descritte da Leibniz. Egli ha mostrato come, nell’ambitodi

queste lingue, scegliendo alcuni primitivi, si costruiscono assiomi

definitoridei termini e una rete di teoremi e di discorsi dicibili in un certo

campodi discorso. Si tratta di un’esperienza preziosa. La nomenclatura chimicae

il linguaggio chimico, per esempio, ci consentono la copertura, per quelche ne

sappiamo, di tutto l’universo e ciò mostra come sia grandela potenza

referenziale di questo linguaggio. Ma quello stesso linguaggioperò, ci dice

assai poco di tante altre relazioni e di tanti altrifatti importanti di questo

mondo, attraversati certamente anch’essi da fenomenichimici, ma che non sono

riducibili ad essi. Si tratta, perciò, diun’esperienza molto positiva, che ci

consente di potere operare con simbolinumerici come su insiemi reali di cose, a

condizione che questi insiemisiano riducibili a quantità numerabili. Questo

straordinario potere,però, è pagato con la più drastica mutazione dei pianidi

contenuto di questi linguaggi. Quest’ultimo aspetto è stato spessotrascurato e,

infatti, in questo senso forse hanno ragione Russell e i filosofianalitici

quando dicono che tanti problemi filosofici nascono da un cattivouso del

linguaggio. Quando si dice di volere un immagine della realtà,ci si riferisce

alla realtà in generale. Che cos’è, però,la realtà? E’ una somma indeterminata

di esperienze, di piani possibilidi esperienze. Ciò viene assunto come qualche

cosa di ovvio, comese ciò che io chiamo “realtà” fosse qualcosa a portatadi

mano. Si crede perciò che basti avere un linguaggio post-verbalecome quello

delle matematiche, dell’aritmetica e della chimica per poterottenere anche un

linguaggio che abbracci interamente questa realtà.

Possiamo dire, oggi, che questa è un’illusione, che nessuna linguapotrà mai

catturare, non solo la realtà, ma nemmeno l’ordinedelle cose?

La sensazione dell’importanza del funzionamento di questi linguaggi

post-verbaliha dato l’impressione di poter costruire un linguaggio che fosse

capacedi parlare non solo delle relazioni numeriche o spaziali come in

geometriao, per esempio, dei rapporti chimici tra le sostanze, ma ha suggerito

l’ideadi tentare la strada di una lingua che inglobi tutti i possibili piani

diesperienza. Ma questa lingua, che esiste, è una qualsiasi

linguastorico-naturale. Noi non siamo in grado di escludere quali sono i pianidi

esperienza di cui, attraverso l’uso di una lingua storico-naturale, nonsi può a

priori parlare. Questa possibilità nasce peròproprio grazie all’indeterminatezza

e alla flessibilità dei suoisignificati. In virtù della sua permanente

disponibilità eapertura, la presunzione di poter chiudere una volta per tutte la

listadi primitivi in base a cui costruire una lingua capace di aggancio in

qualsiasitipo di realtà è una pretesa contradditoria. Tuttavia la coscienzadi

una diversa immagine della scienza, un po’ alla volta, si è affermatapersino

presso i filosofi. Una simile consapevolezza ha definitivamentemostrato il

carattere velleitario della pretesa di costruire una linguache sostituisca tutte

le altre lingue del mondo così come sono, conle loro aperture indefinite, con il

loro continuo divenire. Sembra, infatti,che non circolino più proposte di una

lingua universale.

E l’esperanto?

L’esperanto è nato in una prospettiva diversa, quella di una linguaausiliaria,

che credo sia l’unica perseguibile. A una possibilitàdi questo genere ci avevano

pensato addirittura grandi logici come Peano.Personalmente non ho alcuna

difficoltà a pensare all’utilizzo diuna lingua artificiale in ambiti molto

determinati, per esempio, nell’ambitodella redazione di testi legislativi. Io

sono un fautore dell’idea che l’UnioneEuropea piuttosto che tormentarsi con una

legislazione che immagina di essererispettosa della pluralità linguistica, e che

sta creando grandidifficoltà, farebbe bene a porgere il suo pensiero

all’esperanto.Con la nuova normativa europea, per esempio, qualsiasi norma di

legge, qualsiasidirettiva, in una qualunque delle lingue della Unione, fa testo

in qualsiasipaese del mondo. Giudici e avvocati in Portogallo possono trovarsi a

discuteredi una lite tra un Finlandese e un Italiano che si appellano alla

redazionefiamminga di un testo della direttiva. Sappiamo che le traduzioni sono

necessariamenteopere di approssimazioni, molto divergenti, da una lingua

all’altra. Credo,perciò che ci sia bisogno, nel caso in cui l’Unione Europea

andràavanti, di indicare in caso di controversie un testo unico di

riferimento.Questo in un clima di tolleranza potrebbe tranquillamente trovare

una soluzione,si potrebbe adottare l’inglese o indicare di volta in volta il

testo diriferimento. Però i nazionalismi persistenti e i puntigli

diplomaticirendono impossibile questa cosa semplice. La proposta dunque di

tradurrequalsiasi norma europea in esperanto è legittima e più chelegittimo, in

questo caso specifico, l’uso di una lingua artificiale che,anzi, credo sia

auspicabile. Quello che non si può chiedere néall’esperanto, né a nessun’altra

lingua, è di restare immobile,uguale a se stessa attraverso il tempo,

rinunciando ad adattandosi al mutaredelle esigenze comunicative. Questo implica

una contraddizione: o si vuoleuna lingua immota o, perlomeno capace di lungua

durata e, allora dobbiamobloccare i piani di esperienza a cui questa lingua si

può riferire,oppure si vuole una lingua capace di fornire strumenti per lottare

control’inesprimibile, capace sempre di darci modo di parlare di qualcosa di

radicalmentenuovo che possa emergere nella nostra consapevolezza. In

quest’ultimo caso,allora, queste lingue devono adattarsi, ed essere dotate di

quella indeterminatezzadel significato che è propria delle lingue

storico-naturali.

Era, soprattutto la grammatica uno dei principali imputati. Essa eraaccusata di

non riuscire a strutturare realmente la lingua. Di lasciarespazio ad eccezioni e

irregolarità. La grammatica, poi, nei secoli, non era riuscita ad evitare la

“corruzione” del tempo, a dettareregole immutabili e capaci di domare i processi

di trasformazione linguistica.Come se la grammatica, insomma, non riuscisse a

ordinare, una volta pertutte, una lingua.

La grammatica non ha questa funzione normativa. Si possono anche immaginaredelle

grammatiche normative, ma esse incidono su ceti particolari e perusi particolari

della lingua. Per il resto, ciò che domina la grammaticadelle lingue è ciò che

chiamiamo grammatica vissuta, irriflessa.E’ la grammaticalità a cui ogni

parlante liberamente fa ricorso,dotata essa stessa di un alto grado di

indeterminatezza funzionale per capiregli altri e farsi capire.

Ma qual era l’idea di grammatica che circolava nel 600?

Un’idea di garmmatica universale a maglie molto fitte che veniva dalla

tradizionescolastica, medievale, latina. Ma quest’idea è stata abbandonatain

questa forma. Anche i parametri universali di cui oggi parla una parteimportante

della linguistica teorica di ispirazione chomskyana sono deiparametri molto

larghi rispetto al costituirsi non delle singole regolegrammaticali, ma

addirittura degli interi corpi grammaticali. Dentro questiparametri vi è

un’immensa possibilità di variazione. Non èquesta, quindi, l’idea di grammatica

universale che avevano avuto nel 500e 600, ma piuttosto era l’idea di una

“grammaticalizzabilità”di qualsiasi tipo di espressione all’interno della

costruzione di una linguauniversale.

Prima di progettare una lingua universale, per gli scopi a cui essa

eradestinata, bisognava classificare il mondo, ritagliarlo. Le cose e le

nozionidovevano corrispondere ai segni. Come in un’enciclopedia, appartenere

aquesta o a quella categoria generale. Questo lavoro preliminare non

spostava,forse, il problema dell’arbitrarietà a monte, invece che nel

linguaggio,nell’attribuzione delle cose a una categoria piuttosto che a

un’altra?

Assolutamente. Ma essi non avvertivano il carattere arbitrario di

questoritaglio, credevano che avesse una sua legittimazione assoluta, data

unavolta per tutte. Naturalmente, questo è ridicolo. Basta pensare comesia il

mondo cosmico sia il mondo subatomico sia quello della fisiologiaanimale

sfuggissero pressoché completamente all’osservazione, allaconsapevolezza. Sono

tanti i piani di realtà importante che abbiamoimparato a controllare con

linguaggi speciali e con l’aiuto delle linguestorico-naturali.

Nonostante fosse paradossale ciò però significava che,almeno allora, nella

costruzione di questa rete linguistica ideale era lascienza a dettare le regole

della lingua, o quantomeno l’ontologia che daessa derivava.

Certo. L’idea era che la determinazione di una tale lingua fosse

possibileall’interno di un universo chiuso e strutturato definitivamente e di

cuila lingua era lo specchio. Naturalmente non sempre le cose andarono

così,anche all’interno dello stesso periodo storico: il caso più clamorosoè

quello di Port Royal. Paradossalmente proprio nella Logiqueou art de penser,

troviamo una concezione logicizzante non riduttivama molto attenta alla

variabilità e all’indeterminatezza del significatoche non è presente nella

Grammaire di Port Royal, la qualerispecchia, invece, l’idea di un’universalità

della grammatica. E’la Grammaire, infatti, e non la Logique a creare i

presuppostiper poter pensare a una grammatica universale. La Logique,

invece,molto più attenta alla dinamica storica dei significati delle

parole,introduce la nozione importante di connotazione come insieme floudi

caratteristiche del significato che fanno la forza della lingua. Quindi,Port

Royal è tutt’altro che compatto. I testi di Port Royal sullatradizione, reperiti

e pubblicati da Luigi De Nardis, sono carichi di uninteressantissima percezione

del carattere aperto e, di conseguenza, divergentedelle singole tradizioni

linguistiche, agli antipodi di quello che, pensandoalla Grammaire chiamiamo

“portorealismo”. Ma la Grammaire,per quanto importante, è solo uno dei testi di

Port Royal.

Questa riflessione sulle caratteristiche universali del linguaggio indottadal

progetto della lingua perfetta, cosa ha suggerito agli studi successivisu questi

temi, quanto ha pesato in modo positivo?

Non c’è dubbio che ci sia un rapporto tra il progetto Leibnizianodi un ars

characteristica universalis, la simbologia logico-formalee i linguaggi

logico-simbolici. Quindi la “logica modernorum”la logica matematizzante,

moderna, nasce con Leibniz ma ridimensionandoradicalmente il progetto di

costruire un apparato simbolico capace di parlaredi qualunque cosa. Da un’altra

parte credo che in questo ci sia anche unadiscontinuità. Quando oggi parliamo di

forze universali, di parametriuniversali, di limitazioni universali dell’

arbitraire, parliamodi qualche cosa che si riferisce strettamente a ciò che noi

possiamoricavare dallo studio delle lingue nella loro molteplicità e

variabilità.Anche se le presentazioni di Chomsky, specie quelle più

divulgative,sono velate di qualche allusione aprioristica, non c’è dubbio chele

presentazioni più tecniche che Chomsky ha fatto di reperimentodi tratti

universali mostrano il carattere aposteriori e il carattere costruttivodel

reperimento delle limitazioni dell’arbitrario di carattere universale.

Ma, tornando al 600, in quest’ansia di ricerca di “caratteri universali”,c’è in

qualche tratto che accomuna i progetti di queste lingue, ildesiderio di parlare

un linguaggio divino?

In alcuni momenti della lunga storia dei sogni di lingua perfetta ci

possonoessere state non solo generiche componenti religiose ma componenti

teologicheche però mi sembrano minoritarie rispetto a altre componenti che hanno

fatto sognare l’idea di una lingua perfetta.




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