Intervista a Nicoletta Maraschio, la prima donna Presidente dell’Accademia della Crusca

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Articolo di Maurizio Dalla Palma tratto da “Donna Moderna” del 28/5/2008

Non era mai successo, in cinque secoli, che ci fosse una donna alla guida dell'Accademia della Crusca, l'istituto che dal 1582 studia e “protegge” l'italiano. Con voto all'unanimità, Nicoletta Maraschio, 62 anni, docente di Storia della lingua italiana all'università di Firenze, interrompe una tradizione infinita. La professoressa, che vive sulle sponde dell'Arno ma è fiera delle sue origini pavesi, setaccia le parole, le insegue su documenti antichi e moderni, le cerca nelle lettere conservate negli archivi, le ascolta alla radio e in tv: per capire com'è cambiato e come cambia l'italiano.

Con lei bisogna dire presidente o presidentessa?
“Una domanda attuale, visto che ormai si usa ministra! Non bisogna forzare la lingua; a me piace “la presidente”. Basta l'articolo per rendere femminile una parola”.

Una donna alla guida della Crusca: è caduto un tetto di cristallo?
“No. Ero vicepresidente da dieci anni e la scelta è stata naturale. Non ne farei una questione di genere. Anche se direi che la lingua… è femmina”.

In che senso?
“Sono le mamme a trasmetterla ai figli, e le maestre continuano l'opera”.

Cosa fa, in concreto, l'Accademia?
“Promuoviamo l'uso dell'italiano. A scuola, nelle istituzioni, all'estero. Oggi le lingue vanno sostenute, per impedire l'appiattimento sull'inglese. Penso che dovremmo tutti conoscerne tre”.

Perché?
“Ognuno dovrebbe avere una lingua “materna”, dei sentimenti e della ragione. Una lingua “segretaria”, per comunicare con tutti: oggi è l'inglese a svolgere questa funzione. E una lingua “sposa”, che scegliamo perché la sentiamo vicina a noi”.

E qual è la sua lingua “sposa”?
“Forse lo spagnolo. Ma per altri potrebbe essere il polacco, l'ungherese, il greco. Non limitiamoci, come fa la scuola, al tedesco e al francese”.

Tornando all'italiano, radio, tv, sms, Internet lo stanno rovinando?
“Ma no, sfatiamo questa convinzione. La tv del chiacchiericcio, sì, è deleteria perché, con la sua banalità, svuota le parole di significato. Ma ci sono programmi utilissimi: Piero Angela usa un buon italiano, semplice ed efficace, per esempio”.

Altri maestri di lingua moderni?
“A me piacciono le giornaliste radiofoniche. Sanno dialogare con gli ascoltatori uscendo dai confini del gergo”.

Le donne parlano in modo diverso dagli uomini?
“Certo. Una volta si pensava che la nostra caratteristica fosse l'emotività. Non è vero: è l'innovazione. Le donne sono più dirette, ed evitano le frasi fatte”.

Cosa pensa degli sms, i messaggini supersintetici via cellulare?
“Hanno moltiplicato le occasioni per scrivere. Ce n'era bisogno. Anch'io li uso moltissimo”.

Li scrive con le abbreviazioni o mantiene uno stile tradizionale?
“Be', i caratteri sono pochi e ognuno può darsi delle regole di convenienza. Io scrivo “x” al posto di “per”. Ma le faccine le invio solo ai miei tre figli, non ai colleghi”.

Lei dice mai “attapirato”?
“Non so cosa significhi”.

L'ha inventato Striscia la Notizia. E usa “single”?
“Sì. Ci sono forestierismi intraducibili e ormai necessari. Come “budget””.

Le piace “obliterare il biglietto”?
“No, per carità. Detesto il burocratese. Semplificare il linguaggio di leggi e regolamenti è utile alla democrazia”.

Una parola che dobbiamo riscoprire?
“”Amatori”. Peccato che nessuno la usi più. La Crusca ha una rivista per “il pubblico degli amatori della lingua italiana”. Coloro che amano… Bello, no?”.

Neppure i congiuntivi godono di buona salute.
“Non è vero. Si usano poco in tv, perché prevale l'italiano parlato, che spinge a separare i concetti: “Io credo”, “che tu sei buono”. Nel parlato le idee restano distinte, come isole, si mettono una accanto all'altra e saltano le gerarchie del congiuntivo. Ma nello scritto resistono”.

Internet ci fa tutti un po' scrittori?
“Sì, tutti scrivono. Sui blog fin troppo. Ma oggi più che mai spetta alla scuola il grosso lavoro sull'italiano”.

Cioè?
“Sono arrivati migliaia di ragazzi d'origine straniera. Sono una risorsa: cercando di tradurre le parole delle loro lingue materne, spesso si riscoprono vocaboli italiani che abbiamo dimenticato. E che possono arricchirci
“.

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