Sappiamo che ci è stato trasmesso a noi chissà attraverso quali vie. Giorgio, il fatto che ci vuole l’esperanto, la lingua comune.

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Intervento di Marco Pannella a INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLA E NELLA LINGUA ITALIANA.
Convegno di scopo promosso dall’Era onlus Camera dei Deputati – Sala delle Colonne Via Poli 18, Roma.
Venerdì 8 febbraio 2013 dalle ore 10.00 alle 19.00.

Quella storiellina, che passa per mia nell’ambiente radicale – anche se per correttezza avevo spesso citato all’inizio Bergson, la durata e la forma delle cose, credo che qui, nel momento in cui tu ricordi quegli anni, quei decenni e poi lo abbini, qui con l’ERA, al fatto che dopo un po’ di situazioni, la durata ha ripreso il suo corso e hai contribuito all’esistenza quotidiana per il prossimo anno del Partito Radicale, credo che sia un po’ sintomatico.
D’altra parte con Giorgio [Pagano] abbiamo attraversato anni molto difficili e devo dire che per me c’era un fatto di cronaca. Pensate che nel periodo dei Carandini, all’inizio del Partito Radicale, che erano anche dal punto di vista proprietario [di] Torre in Pietra gli Albertini, liquidazione degli editori del Corriere della sera, liquidati; c’era la figlia di Tolstoj, e quindi lì si parlava in quegli anni con Carandini, e con la famiglia si parlava di esperanto, e si diceva come Partito dovremmo prima o poi…
La durata, essendo la forma delle cose, io credo che io ho una sola cosa per la quale posso scusarmi e sperare che possiate accettare le mie scuse. Con Giorgio eravamo intesi che avrei partecipato e, come lui ha ricordato, concluso. In realtà non mi è stato possibile e quindi son qui per un saluto ma anche per un altro motivo. Le conclusioni, significava in qualche misura, la presunzione di vedere l’essenza di questa riunione e trarne delle conclusioni.
Vorrei se è possibile ancora contribuire a far sì che abbiate, che noi si abbia, la possibilità di scegliere fra varie conclusioni principali. Allora sono qui per fare una proposta.
Quanti anni sono passati, anni drammatici, quasi tragici! Giorgio [Pagano] era odiato dagli esperantisti perché non faceva bene quello che si doveva fare. Io sono odiato dalla brava gente radicale per gli stessi motivi per i quali Giorgio era anche lui odiato come me nel mio ambiente. Il problema è che poi si decidono con l’intellegibilità delle proposte. La proposta che io faccio per noi, ricordandoci sempre di più che noi siamo componente della specie esperantista, non tanto e solo della specie della resistenza, perché un esperantismo sia possibile. Ci sono differenze tra le due cose, per cui siamo in un certo momento, siamo soprattutto quelli che in fondo dovrebbero cantare e cantavamo tutti i giorni. “Il Piave mormorò [sic] non passa l’inglese”, invece di “[non] passa lo straniero”, cioè le accentuazioni che facevamo a livello della legittima difesa.
Insomma nello statuto del Partito Radicale abbiamo scritto che nemmeno per legittima difesa è legittimo uccidere, eliminare, individuare il nemico che va fatto fuori. Se individuiamo il nemico che va fatto fuori non pensiamo di convincere ma di vincere contro. La morte, continuiamo a dire, non è un metodo. In questo momento ho questa responsabilità, all’interno della comunità tibetana, di aiutare il Dalai Lama a convincere che le immolazioni che contengono una romantica evocazione, eppure loro non sono tedeschi, non sono europei, questa romantica evocazione con la morte, la nostra morte creiamo la vita di tutto quanto, quindi noi invece abbiamo appreso che come partito e credo che questa resistenza è nell’avere fiducia nell’insopportabile Giorgio Pagano con casini, i congressi di tre persone, gli accidenti ecc. Tu sei quasi, non ti montare la testa, quasi insopportabile in termini esperantisti di quanto Pannella sia responsabile in termini radicali. Alla fine è così.
Oggi sembra appunto che se io scompaio può comparire l’alternativa radicale… Beh, abbiamo vecchie cose socratiche, antiche. Io voglio dirvi questo. La nostra proposta è di carattere integrale, anti-integralista direi. Non integrale, non integralista, ma anti-integralista. Questa è la specie umana, con il diritto/dovere di avere la sua parola, il suo linguaggio. Noi cominciamo a capire che altre specie animali ce l’hanno in modo manifesto: gli uccelli, le balene… È pacifico che le altre specie animali, indipendentemente dalla nostra, sono caratterizzate. Noi abbiamo una cosa diversa: abbiamo la musica, abbiamo l’arte, abbiamo tante manifestazioni che ci sono proprie. Ci manca, com’era, all’inizio c’era la parola, ci manca la parola e quello che forse può essere non un lascito antropologico zoologico, ma creazione.
D’altra parte non è un caso che a Radio Radicale abbiamo solo musica di requiem, e sono trent’anni che spiego e cerco di dire perché la facemmo quando assumemmo “Fatto Internazionale”. Mettemmo il lutto nel simbolo del Partito, che era già la Rosa nel Pugno, perché quel diverso e perverso che era – da un certo punto di vista – sicuramente Mitterand, volle che fosse data a noi e non ai socialisti dell’internazionale, la Rosa nel Pugno. A noi italioti insomma; ma fu deciso e noi dicemmo, come inserirla nel tempo. Per essere chiaro.
Noi ci presentammo nel ‘76 ed entrammo nel Parlamento con la Rosa nel Pugno, avendo abbandonato il richiamo giacobino, figuratevi quanto ci era caro no?! Nasciamo con la testa giacobina della rivoluzione napoletana con il berretto frigio, eppure rinunciammo, perché sentivamo un po’ che il lascito giacobino era bene, un tantino, dimenticarlo nella sua parzialità, e allora da quello è venuto fuori, la situazione fame nel mondo, sterminio per fame. Io rivendico non più la continuità giacobina ma un richiamo di umanesimo più integrale.
E oggi dico, è la proposta che faccio, ne avevo già accennato, forse adesso siccome anche grazie all’impazienza di scissioni, dico l’impazienza, e credo che la vita sia lunga pazienza, se non è passiva, se serba chiarezza di quel che si deve patir, soffrire perché è bene farlo proprio per vincere con, per convincere… Beh, allora siamo passati da un po’ di tempo, saranno gli stagisti… Ti riunisci in riunione esperantiste più numerose abitualmente di quelle per un certo numero di anni.
A me basta questo, perché questo è la base del vincere con, del convincere e credo che sia il contributo che come ERA dobbiamo dare al mondo esperantista. Quale? Semplice, noi siamo riusciti grosso modo come partitucolo, beh farà forse epoca, data nella storia umana la nascita della Corte Penale Internazionale, che passa attraverso la nostra invenzione del tribunale sulla Jugoslavia ad hoc, sul Ruanda ad hoc… Abbiamo chiaro il possibile… Dopo quelli arriviamo alla Corte Penale Internazionale e bene o male lì sta, a rischi come tutte le cose vive, non è che nasce una volta e poi sta lì… Deve vivere o morire quel che nasce, e credo che può continuare a vivere.
Successivamente abbiamo avuto altre due un diritto umano, il diritto umano di non essere assassinato legalmente da Cesare, la moratoria sulla pena di morte. Cesare non ha il diritto di essere boia in nome del bene comune. Si chiama, per il nostro realismo, si chiama moratoria; non abbiamo voluto dire l’abrogazione della pena di morte e abbiamo oggi l’occasione esplicita, consentitemi di dire a me abruzzese, proprio territorialista eccetera. Però dico anche la mia e la nostra America, la mia e la nostra Inghilterra, no, questo mio perché? Perché noi migravamo là e lì siamo andati e anche a Marcinelle en passant.
Ma dinanzi a questa visione, comunque viene fuori adesso che vi preannuncio come partito… Andrea [Verde], presentati, preparati, tu hai fatto il lavativo in Francia… Bisogna riprendere questa lotta qui. Io adesso sto concludendo perché siamo a congresso non formale, ma siamo in riunione comune. Adesso abbiamo una battaglia ulteriore in corso, altra cosa folle. Noi, partitino, possiamo creare da un momento all’altro… Io immagino la follia di arrivare alla nuova assemblea, dopo la messa al bando quest’anno delle mutilazioni genitali femminili, un nuovo diritto umano, che non è diritto umano solo delle donne, ma è diritto umano della specie umana, del marito o del bambino o del figlio che può esserci e che altrimenti non ci sarebbe.
Allora adesso vi preannuncio che io spero che invece di morire… Allora sono 60 anni di cui ci si annuncia la probabile morte per realismo il mese prossimo, e chi suonava per un minimo che io sento profondamente, di pietas nei confronti degli immediati genitori e via dicendo, abbiamo che cosa? Un senso di pietas verso coloro che annunciavano, magari anche un po’ contenti, la fine del partito radicale. Tutti! Pensateci, in sessant’anni, quanti l’indomani abbiamo accompagnato al loro riposo eterno politico coloro che suonavano, magari senza saperlo, con le campane abruzzesi e molisane di Agnone, con quello splendido bronzo, la nostra fine. Li abbiamo accompagnati, e credo che continui, perché l’unità in cui noi crediamo non è di generazione, ma abbiamo detto contro: terza generazione, quarta generazione. Ciò che è andato di moda per gli ottantenni di oggi.
Noi diciamo la nostra unità è quella di padre in figlio, di madre in figlio, perché è il tempo delle idee, è questo il tempo della vita attraverso le stagioni e il loro riproporsi; e allora il prossimo vorremmo che fosse abbinato. Il rilancio della tesi che poi noi possiamo suffragare in un contesto che tenga presente tutto, anche con “il Piave mormorò e non passano gli inglesi” e via dicendo.
È bene che queste cose si incarnino nella parzialità di sincerità congiunturali, ma noi ai nostri forse dobbiamo andare a dire qualcosa: è la nostra vita, di tutti noi, che cosa dire? La specie umana ha diritto e ha necessità per ogni altro di che cosa? Del diritto al suo linguaggio. Il linguaggio degli uccelli ce l’hanno le specie, che noi individuiamo animali, i loro linguaggi quelli dopo 20 mila km ritrovano il nido, la spiaggia, l’altra cosa… Tutto questo è linguaggio.
E allora vorrei che sia ben preparata la proposta esperantista dell’ERA, la proposta che l’obiettivo sia proclamato e formatosi come diritto umano proclamato in sede ONU e la sede dove queste nascono, il diritto umano alla parola, al linguaggio della specie umana che è quello che c’è stato. In fondo abbiamo avuto gli scienziati della prima ora, non solo Tolstoj, che già comunicavano in esperanto. Però sappiamo benissimo che quando un Bill Gates capirà che può essere un affare splendido, per tutte le cose che abbiamo appreso e sappiamo ci vuole un mucchio di tempo in meno per imparare con la lingua internazionale piuttosto che con la propria. Si diceva cosi agli africani, agli asiatici, può essere un ottimo affare.
Siccome Nichi Vendola dice che io sono un nazista – nel senso che Nichi è originale solo in questo – lui che non sa di essere nato sul territorio di Salvemini, il liberista Salvemini, e di altri. Lui dice Salvemini liberisti e quindi quelle cose di cui sappiamo, quella posizione che Einaudi diceva è una posizione etica… Non è una posizione economica, quindi in un modo così legale… A questo punto dico io che sono secondo il Nichi, che va di moda adesso e ci racconta tante belle cose. Mon Dieu, solo che D’Annunzio, i suoi eccessi erano abruzzesi vicino a dove nasce Don Benedetto, vicino Pescasseroli, vicino ad altre cose. Lui che nasce in Puglia, che è il D’Annunzio pugliese, a questo punto ci racconta che io sono nazista perche sono Salveminiano, e ci possiamo arrabbiare. Quindi diciamo a Nichi questo, grazie alle impazienze nei confronti tuoi e anche miei, Giorgio, sti congressi, siamo tre, poi non si sa, non si capisce un cazzo, poi viene fuori “consigliamo le badanti”…
Benissimo! Siamo qui e abbiamo avuto ragione di essere qui!
Ma metabolizzando l’apporto importantissimo delle critiche, delle insofferenze – ci siamo nutriti di questo – e allora vi propongo, e termino, che l’ERA prenda l’iniziativa di proporre nel concerto esperantista questo, per mettere all’ordine del giorno delle prossime Assemblee generale dell’ONU. Noi abbiamo già prenotato un’altra, siccome io come è noto, sono tutto matto, abbiamo appena finito di avere la vittoria sulla messa al bando delle mutilazioni genitali femminili 40 giorni fa, celebrato qui al Senato, di mettere il diritto umano a conoscere la verità sull’operato di Cesare. Su questo il liberale che sono, e tutti coloro che danno corpo alle religiosità, non alle confessioni del mondo – con una certa diffidenza rispetto al Cesare senza regole in fondo credo che ce l’ha. E allora il diritto non più alla verità solo, che è cominciato il suo cammino… Diciamo di elaborazione teorica – quindi pratica del diritto alla verità – attraverso le sentenze che abbiamo avuto su situazioni sudamericane, argentine, ma ora anche africane, il diritto alla verità su Cesare. Il diritto a conoscere la verità su quello che è fatto in nostro nome e per nostro conto.
Noi oggi abbiamo purtroppo Obama e Cameron che fanno loro gli eredi professi della ragion di Stato di Bush e di Blair – traditori della loro parola rispetto alla loro patria – su Saddam, la guerra e le altre cose; questo sarebbe già un modo esplosivo se esplodesse questa semplice verità. Saddam aveva deciso di andarsene lì in Siria, accentando i nostri perversi suggerimenti, e per questo è stato ammazzato e tutti i suoi collaboratori sono avvocati anche. Non si doveva sapere che lui aveva accettato la ragionevolezza, come tanti altri e questa verità deve sapersi.
Il principio di verità, e non la verità che se dico la bugia al fidanzato o alla fidanzata manca un diritto umano, no. Il diritto alla verità rispetto a quel che Cesare compie, e magari si può anche dire dopo due anni non subito. Per carità dobbiamo avere da liberali, non da libertali, il senso appunto di responsabilità rispetto al processo formativo delle volontà legislative del nuovo, che deve ordinare in qualche misura la giornata di tutti noi. Allora se riusciremo con convinzione, abbiamo fatto altre follie…
Giorgio, il fatto che dopo trent’anni di incazzate, le badanti, l’accidenti ecc… Siamo qui, rialziamo le bandiere e l’esperanto. Se capita Bill Gates, uno qualsiasi che capisca che è un investimento maturo e poderoso, semplicissimo, che può essere arricchito a livello scientifico direi, glottologico, oltre che visto che questo miracolo era fatto quasi un paio di secoli fa di concepirlo e oggi abbiamo la scienza.
Quindi io propongo che da noi, dalla nostra azione, assieme a quest’altra follia… Ma io spero che come radicali, mentre siamo per l’ennesima volta sottoposti all’agonia, siamo sempre agonici, siamo nati nel ‘55 e dal ‘56 siamo in agonia il che non è una garanzia di vita eterna… Che palle. Pensate se uno sapesse di avere la vita eterna, onestamente sarebbe da suicidarsi, di finirla subito. Dovremmo avere il nostro tempo e che il nostro tempo questa proposta a coloro che per tradizione, per convinzione, sono quelli che spartiscono il pane della speranza, del sapere, ai compagni esperantisti dispersi.
Questo è l’anno per iniziare, per chiedere all’Onu l’esercizio al diritto umano al linguaggio alla specie a cui apparteniamo, così come le altre. Abbiamo inventato quella musica, quell’arte visiva ma la parola… Quella è forse l’unica cosa che ci manca. Dar corpo alla parola e in fondo l’esigenza profonda, intima di tutte le forme di religiosità che conosciamo. Vabbè l’immacolata concezione della parola sarebbe l’ora di farla.
Scusate so’ stato il solito logorroico, più lungo di quello che volevo, ma la proposta è semplice… La nostra battaglia da trasmettere e da realizzare mentre parliamo di Monti, Tremonti, queste altre cose, questo è quello non che ci astrae dalla concreta urgenza esistenziale; ma quella che la anima in un mondo nel quale le ultime conseguenze di Pasteur non le abbiamo ancora tratte. In fondo Pasteur che ci dice? Aristotele, gli altri, abbiamo discusso il vuoto. Ti accorgi con lui quello che ad un certo punto quello che noi chiamiamo il vuoto è quello che appare tale ai sensi individuali della persona. perché quello che per noi era il vuoto aveva milioni di esseri che vivevano dentro, di virus, di altre cose. Lì finisce il grande dibattito di quando avevo 15-16 anni, della Diamat contro il materialismo storico, il materialismo dialettico contro il materialismo storico.
Adesso potremmo dire l’energia, beh, muove il mondo, lo può far saltare. Probabilmente ha quello che noi attribuivamo a quello che è materiale… È pericoloso. No, questo è immateriale ai nostri sensi, e può far saltare in aria una cosa a milioni di km dico non so che cosa. E ancora la memoria, l’amore le altre cose… Beh forse la gente sta preannunciando che hanno la loro materialità, non visibile, ma parte di questa specie umana. Altre specie zoologiche, alcune sentono, alcune vedono, alcune altre no? La ricchezza della zoologia della quale siamo parte, e questa rivoluzione si diceva anima…
C’è il vecchio abate, poi finito in un modo un po’ radicale, così così, abate della comunità di De Boquin, che era molto bella negli anni ‘70, un immenso prestigio in Francia. Adesso dopo 40-50 anni l’ho ribeccato, e lui si voleva iscrivere al partito radicale quando era a capo della comunità di Boquin. In televisione, in Belgio, ha detto: ma allora lo scontro sarà tra scientisti o scienziati e religiosi? Lui ha guardato e ha detto no, sarà tra religiosi e spiritualisti… Fa pensare un momento… Pensiamoci: l’immaterialità apparente invece è proprio di quella cosa che non vediamo come tale; e chi ci dice che la compresenza capitiniana e tibetana, la nostra fra la memoria dei morti e la vita dei viventi non abbia un suo fondamento profetico?come il fatto, diciamo… E lo dico con grande rispetto, proprio da parte dei religiosi un po’ troppo limitatelli, non si riflette sulla profezia… Gesù nasce da una profezia dell’amore eterologo, lo spirito, Maria immacolata, poi hanno trovato che l’immacolata concezione di Maria era nata immacolata, ma inizialmente si parlava anche del fatto per l’altro motivo, immacolata Maria, la concezione immacolata…
Va beh, non ci giurerei, siamo andati molto oltre della parola, perché dar corpo alla parola, dar voce alla parola, al pensiero… Forse è capitato anche a noi, magari come Maria prima dell’annuncio. Prima di quell’annuncio in fondo a noi, ci è stata affidata il fatto che essere parola significa contribuire a concepirla, a darle luce e suono.
Compagni e amici esperantisti, lasciamoci fottere dai nemici, l’inglese, il capitalismo… Benissimo, è prezioso tutto questo: quando si incide sulle nostre possibilità di lavoro, quando profuma proprio, puzza un pochettino. Scusate, sapete che io sono un po’ così, inadeguato, volgaruccio.
Ma sappiamo che ci è stato trasmesso a noi chissà attraverso quali vie. Giorgio, il fatto che ci vuole l’esperanto, la lingua comune… Essere parola che diventi diritto e quindi per noi libertari obbligo, non più dovere, obbligo che non è Cesare che ci può costringere ad assumere.




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