Intervento di Giorgio Pagano al 39° Congresso del Partito radicale

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Il primo ministro inglese David Cameron ha decretato, di recente, la fine del multiculturalismo: detto dal premier del Paese europeo ch’è il principale esportatore di monoculturalismo, tramite il monolinguismo, spinge a delle riflessioni sulla più difficile battaglia radicale: quella esperantista.
L’Inghilterra, grazie alla disuguaglianza linguistica, risparmia 18 miliardi di euro l’anno a scapito dei Paesi europei non anglofoni, che ne spendono 350, di miliardi di Euro, per “inglesizzarsi”, senza contare i vantaggi che ha un madrelingua inglese in casi di dibattito, negoziazione o conflitto.
I madrelingua inglese, grazie all’egemonia della loro lingua, hanno anche più probabilità di trovare lavoro all’estero e detengono un immenso mercato, anche perché l’espansione dell’egemonia culturale dei Paesi anglofoni non si limita a cinema, musica o televisione, ma comprende persino la storia della letteratura che i liceali sono costretti a studiare a scapito di altri Paesi dall’illustre storia letteraria, pensiamo alla Germania di Goethe, o alla Spagna di Cervantes.
In questo contesto si dovrebbe procedere nel cammino europeo, il quale, oltre a vietare espressamente politiche di espansione e di discriminazione linguistica nel Trattato di Lisbona, non hanno ragion d’essere se non proprio nel multiculturalismo e nella democrazia, anche, e soprattutto linguistica.
Vediamo invece il paradosso di Paesi che hanno investito tutto in un percorso comune, a cominciare dalla loro stessa valuta, e si scontrano in una vera e propria “guerra delle lingue”, che ci riporta sempre all’attualità con la questione dei brevetti e dei bandi, tenuto conto che la discussione ormai non è più incentrata su un democratico multilinguismo, ma sulla scelta fra solo inglese e trilinguismo. Questo è ovvio se si considera che, in una situazione d’Europa delle patrie aggravata anche dalla crisi economica generale, è conseguenza prevedibile che il piatto della bilancia si sposti dal lato dei più forti, ossia di Inghilterra, la quale non ha rinunciato alla propria valuta, ma si propone ugualmente come Paese linguisticamente predominante, Francia e Germania: vale a dire i tre Paesi più ricchi con il maggior numero di parlanti in Europa.
Credo che tutti i Radicali dovrebbero essere interessati a ciò che accade alla lingua del Paese dove hanno le loro radici, il maggior numero d’iscritti nonché un congruo numero di parlamentari, Paese che non investe sul proprio patrimonio linguistico in un’Europa che non sogna più, e fa, invece, gli interessi americani testimoniati, già nel ’48, dalle parole di George Kennan: “Possediamo il 50% della ricchezza mondiale, ma costituiamo solo il 6,3% della sua popolazione: in una tale situazione, il nostro vero compito, nel prossimo futuro, sarà quello di mettere a punto uno schema di relazioni internazionali che ci consenta di mantenere tale posizione di disparità. Al fine di ottenere ciò, dobbiamo dissipare qualsivoglia idea di sentimentalismo… dovremmo smettere di parlare di diritti dell’uomo, d’innalzamento del livello di vita e di democratizzazione”,
dichiarazione che, messa a confronto con altre di Condoleeza Rice in anni più recenti: “Il resto del mondo trarrà un vantaggio migliore dagli Stati Uniti che perseguono i propri interessi, poiché i valori americani sono universali”, mostra che la forma è cambiata ma non la sostanza. Interessi americani ai quali è stato perfettamente funzionale lo scatenare la guerra contro l’Iraq.
Una politica che chi ha a cuore i diritti umani e la libertà economica non può né assecondare né ignorare.
L’Unione Europea sta promuovendo l’inglese a scapito delle altre lingue, mentre la diversità linguistica garantita da una lingua federale europea è promossa in Italia solo dai Radicali, il che implica maggiori responsabilità in una battaglia difficile ma indispensabile. Del ruolo della lingua nell’accentramento politico, culturale, religioso etc. ha ampiamente discusso la Kangas, che esemplifica: “L’esaltazione del gruppo dominante si propone tipicamente come portatore della ‘lingua di Dio’, si pensi al Sanscrito o all’ Arabo nel mondo islamico”, parafrasando, nell’occidente all’inglese come lingua del dio danaro. Non è solo una metafora: pensate che in India i dalit venerano davvero la dea dell’inglese, il cui bronzo ricorda la Statua della Libertà, perché credono possa dar loro un futuro migliore, dato che è impossibile trovare un lavoro senza conoscere l’inglese, tanto che i dalit stanno costruendo alla dea un tempio dall’emblematico nome di Banka.
L’europeismo democratico ha, in questo contesto, un ruolo determinante e dovrebbe stare a cuore sopra ogni altro obiettivo ai Radicali, perché la creazione definitiva degli Stati Uniti d’Europa creerebbe le condizioni per agevolare la buona riuscita di tutti i punti cardine del Partito, a cominciare dalla nonviolenza, poiché in Italia le iniziative di disobbedienza civile sono condizionate dal fatto che se non vai in televisione non esisti e dalla sistematica censura dei Radicali su tutti i canali televisivi, per non parlare del livello di disinformazione, tutte cose che certo non potrebbero verificarsi in un’Europa federata e democratica con standard condivisi.
Anche la dimensione transnazionale del Partito acquisirebbe un valore diverso nel momento in cui i confini fra le nazioni che fanno parte dell’UE fossero realmente abbattuti, e lo stesso varrebbe per l’azione contro il proibizionismo, per la laicità e così via, tutte battaglie soffocate dal regime partitocratico che dovrebbe per forza ridimensionarsi se l’Europa fosse davvero uno Stato federale, con regole condivise e super partes, per non parlare dell’influenza della Chiesa sui temi etici e dei compromessi inevitabili che nascerebbero dall’incontro tra più Stati sulla questione, ad esempio, delle droghe. Riuscite a immaginare carceri come quelle italiane in un’Europa unitaria, con una normativa comune?
Tutto questo non è ancora possibile perché agli europei manca una lingua con cui comunicare: hanno la stessa moneta, ma non si capiscono fra loro quando parlano e l’unica opzione che i nostri governanti sostengono è quella del predominio di un Paese sugli altri, cosa a cui difficilmente potranno rassegnarsi gli Stati più ricchi e che grava troppo su quelli più poveri.
Così siamo sempre punto e a capo, nell’assenza di un’alfabetizzazione transnazionale.
23 anni fa alcuni radicali si sono fatti promotori dell’innovazione esperantista, vale a dire dell’adozione dell’esperanto come lingua federale europea ed internazionale. Lo abbiamo fatto non per questione di gusti, ma per questione di diritti uguali per tutti, perché quello dell’esperanto, dati alla mano, è lo scenario economico più conveniente per tutti i Paesi europei, Regno Unito incluso, non dando vantaggi per nascita ad alcun popolo e sotto nessun aspetto.
Posto dunque che l’europeismo dovrebbe essere il denominatore comune dei soggetti radicali, in quanto la creazione definitiva degli Stati Uniti d’Europa creerebbe il terreno più fertile al mondo per tutti gli obiettivi che i radicali si propongono di raggiungere, logica vorrebbe che la battaglia esperantista rappresentasse una priorità assoluta, dato che il sogno dell’Europa federale ha, come si è detto e com’è noto, davanti a sé l’ostacolo invalicabile della mancanza di una lingua comune. Assistiamo invece a una progressiva marginalizzazione, se non a un’autentica coltre di silenzio intorno all’esperanto, e ci riesce difficile spiegarcene il motivo, non essendoci per di più pervenuta alcuna obiezione che vada al di là del ridicolo.
Penso sia necessario, per quanto arduo, ergersi all’altezza delle proprie ambizioni e, se non si vuol porre un obiettivo alla testa degli altri, non per ragioni di priorità, ma perché fungerebbe da ariete contro il muro che impedisce a tutti gli obiettivi di essere realizzati, quanto meno dare a tutte le battaglie la medesima importanza e lo stesso appoggio in ogni sede possibile: altrimenti è come dire a Cameron che ha ragione, che il multiculturalismo e la libertà linguistica hanno fallito, rassegnarsi al Regime, linguistico, ma Regime, e che si sta imponendo non solo in Europa.
Un’Europa in cui il divario italiano tra Nord e Sud si sta riproponendo identico, grazie al trilinguismo. La vicenda del brevetto unico europeo è importante: le aziende del Nord Europa saranno agevolate, risparmieranno i soldi che le piccole-medie imprese degli altri Paesi saranno costrette a pagare. Parliamo di costi di traduzione che vanno fino a 90.000 euro per una piccola impresa che, con la crisi, non riesce a far quadrare i conti già così.
A che serve allora parlare di poteri costituenti al Parlamento europeo che, peraltro, ha appena votato a favore del trilinguismo nei brevetti, quando manca la vera costituente, quella del cittadino europeo! Il Federalismo europeo va incarnato nel federalismo linguistico, è questa la Costituzione fondamentale che manca all’Europa.
Noi Radicali abbiamo il compito di promuovere la lingua federale nell’Unione Europea, per la tutela dei diritti linguistici, culturali e identitari di popoli e cittadini, ma anche per impedire che la disuguaglianza linguistica e, quindi, economica e occupazionale, diventi il tratto identitario di una democrazia antipopolare che, andando di questo passo, di democratico sarà solo fantasma.
Abbiamo questo compito perché nel mondo la monopolizzazione anglofona fa scomparire una lingua ogni due settimane, perché l’inglese va erodendo progressivamente persino le grandi lingue europee ma, soprattutto, perché l’Europa possa porsi al centro dell’innovazione globale tramite la democrazia linguistica, perché il Partito radicale sia il primo e unico partito al mondo che si batte per esportare democrazia non con la guerra, ma attraverso il dialogo nella lingua della nonviolenza.
Ecco perché bisogna rilanciare un’identità europea basata non sul divario, ma sulla condivisione.
L’iniziativa dell’E.R.A. per la quale tutti potete firmare al nostro tavolo nell’atrio e, chi ci ascolta, sul sito http://www.centopercentoeuropeo.eu, di batterci affinché gli atleti europei gareggino, alle Olimpiadi 2012, con la doppia bandiera, nazionale ed europea, nasce da questa idea d’Europa, in contrasto con quella che vorrebbe la legge del più forte applicata ovunque, dall’istruzione all’economia, attraverso il più antico e tuttora potente dei mezzi di sopraffazione, la lingua.
La scelta è fra questi due modelli: condivisione e sopraffazione, dialogo e imposizione, uguaglianza e disuguaglianza. Perciò ci rivolgiamo a tutti i Radicali, affinché s’impegnino attivamente per la tutela di tutti i diritti umani e non lasciando per strada quelli linguistici.




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