Interrogazione sul “solo inglese” al Politecnico

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Testo dell’Interrogazione Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta 4-16142 presentata da MARCO BELTRANDI giovedì 17 maggio 2012, seduta n.634

Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, al Ministro degli affari esteri.
– Per sapere – premesso che:

il Senato accademico e il consiglio di amministrazione del politecnico di Milano, rispettivamente nelle sedute del 15 dicembre 2011 e del 20 dicembre 2011, hanno approvato le linee strategiche di ateneo 2012-2014;
a seguito di tale approvazione, nella seduta del 23 gennaio 2012, il Senato accademico del politecnico di Milano ha deliberato le prime azioni sulla cosiddetta internazionalizzazione, predisponendo le risorse per farvi fronte, al fine di rendere obbligatorio – senza alternative – l’insegnamento nella lingua inglese di tutti i corsi di laurea magistrale a partire dall’A.A. 2014;
tali decisioni, per l’impatto che hanno sulle professioni, sul mercato, sull’economia, sul diritto del lavoro e sui diritti linguistici, travalicano i confini di competenza del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
tali provvedimenti, nella parte in cui impongono l’uso esclusivo della lingua inglese per l’erogazione dei corsi di laurea magistrali risultano di fatto una «inglesizzazione» e non un’internazionalizzazione che, comprimendo la libertà di scelta di docenti e studenti e il pluralismo dell’offerta formativa, sono, ad avviso degli interroganti, in contrasto con l’articolo 33 della Costituzione, che recita: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento»;
si lede, secondo gli interroganti, il fondamentale principio di uguaglianza, di cui all’articolo 3 della Costituzione, nella misura in cui introduce un criterio di discriminazione su base linguistica, con effetti sicuri, anche se non del tutto prevedibili e governabili, sulle carriere del personale docente e su quelle degli studenti;
ciò è in contrasto altresì con l’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione il 7 dicembre 2000 e resa giuridicamente vincolante per gli Stati membri dall’articolo 6 del TUE, come consolidato dal trattato di Lisbona, che prescrive in modo molto chiaro: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, (…) sulla lingua (…)»;
le delibere in questione paiono agli interroganti di dubbia legittimità perché non in linea con l’articolo 271 del regio decreto del 31 agosto 1933, n. 1592, il quale dispone che «la lingua italiana è lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari». Tale norma, pur dopo le tante riforme che hanno interessato l’università, non è mai stata abrogata ed è certamente ancora oggi vigente e rafforzata là dove si afferma che la conoscenza della lingua italiana è presupposto per accedere all’università e per ottenere qualsiasi titolo universitario (decreto ministeriale n. 270 del 2004);
le delibere contestate non sono aderenti al dettato dell’articolo 1 della legge n. 842 del 15 dicembre 1999, che recita che la lingua ufficiale della Repubblica e l’italiano;

le delibere contestate finirebbero per stravolgere il senso dell’articolo comma 2, lettera l) della legge n. 240 del 2010, il quale, nel promuovere l’internazionalizzazione dell’università, mira a promuovere l’integrazione fra le culture – e non a imporne una, neppure la propria, a scapito delle altre – e, non a comprimere ma ad ampliare l’offerta formativa;
non è condivisibile l’idea che ciò sia fatto in nome della qualità e dell’eccellenza, essendo, al contrario, evidente che l’insegnamento nella lingua madre sia di qualità superiore di quello impartito in una lingua diversa;
tra pochi anni ci sarà una forte carenza di figure professionali di alta formazione, in ingegneria, architettura e disegno industriale, in grado di conoscere il lessico professionale italiano e di comunicare con i connazionali e con le amministrazioni locali nella lingua madre. Si tratta di un danno enorme che risulterà prodotto dalle stesse università statali;
tra pochi anni mancheranno docenti liceali adeguatamente preparati per insegnare in lingua italiana materie tecniche e scientifiche alle giovani generazioni, strategiche per lo sviluppo del Paese;
la lingua madre è, per elezione, la lingua della formazione perché ad alta definizione, mentre il cosiddetto «inglese basico» usato nei corsi in lingua inglese al politecnico e altrove, è una lingua povera, a bassa definizione, ideologicamente propugnata da chi si prefigge di dislocare all’estero servizi e manifatture, non per introdurre i giovani alla cultura anglosassone più alta;
il Ministro interrogato ha dichiarato che la scelta delle autorità accademiche del politecnico di Milano «è un esempio per tutta l’Italia», invitando nella sostanza a imporre l’obbligo della lingua inglese a tutte le altre università;
circa 1/3 del personale docente del politecnico di Milano, in varie forme, si è espresso esplicitamente contro l’obbligo della lingua inglese e la rinuncia alla lingua madre;
la sostituzione della lingua italiana con quella inglese, oltre che un attentato ai diritti linguistici dei giovani italiani, prefigura ed agevola il disegno scissionista dell’Italia, facendo venire meno il cemento linguistico del Paese;
in Gran Bretagna non s’insegna alcuna lingua straniera dal 2004, consentendo risparmi sul fronte istruzione che ammontano a 18 miliardi di euro l’anno. Per contro, l’apprendimento della lingua inglese agli italiani costa 60 miliardi di euro l’anno e nell’Unione europea 350 miliardi di euro annui. Pertanto, oltre al risparmio in bilancio per le spese d’istruzione delle lingue straniere, il Regno Unito riceve circa 900 euro pro capite annui in modo indiretto dai cittadini italiani. Supponendo un periodo di vent’anni ad un tasso di interesse del 10 per cento si arriva ad un totale di 55.000 euro per persona;
i privilegi linguistici assicurati ai madre lingua inglese dall’università influenzano altresì la competitività negativamente e a danno dei cittadini italiani che vengono ostacolati anzitutto linguisticamente per entrare nel mercato europeo delle professioni che dovrebbe essere aperto e in libera competizione (articolo 4 consolidato dei Trattati UE);
l’«inglesizzazione» è un processo di occupazione globale da tempo messo in atto dalle principali potenze anglofone, perché, come esplicitamente ebbe a dire Churchill agli studenti di Harvard nel 1943, «dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente». Con l’ovvia conseguenza che la cessione unilaterale di sovranità linguistica equivale alla cessione di suolo italiano;
le università francesi non sono capitolate sotto la germanofonia nemmeno nella Repubblica di Vichy, con la Francia occupata dai nazisti, mentre si comincia a veder capitolare intere facoltà e, ora a Milano un’intera università, sotto quella che appare agli interroganti un’«occupazione linguistica» inglese;
per lo sviluppo, anche economico, dell’Europa vi è l’indubbia necessità di una lingua federale che rilanci gli scambi e la mobilità non discriminando tra cittadini europei di madrelingua inglese e non;
dal 1995 giace inattuato al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca uno studio particolareggiato (pubblicato sul Bollettino Ufficiale del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca n. 21-22/1995 insieme alla circolare ministeriale 126 che lo accompagnava) sulla positività di promuovere nel modo più rapido possibile la sperimentazione della lingua internazionale (detta Esperanto) nella prospettiva di avere una lingua federale europea alla portata di tutti, senza discriminazioni e patrimonio comune dell’umanità
si chiede
– se i fatti esposti in premessa corrispondano al vero e quali iniziative intenda assumere;
– se non reputi opportuno far sì che presso ogni scuola d’ordine e grado della Repubblica, si mantenga l’uso insostituibile della lingua nazionale;
– se il Governo, dopo 17 anni, e con il sistema d’insegnamento italiano alle soglie della completa colonizzazione anglofona intenda finalmente dar seguito alle promozioni, valorizzazioni e sperimentazioni della lingua internazionale (detta Esperanto) così come prefigurato nello studio summenzionato;
– se il Governo intenda valorizzare il summenzionato studio con i partner europei, avviando immediatamente le prove di lingua federale europea attraverso una sperimentazione comunitaria della lingua internazionale;
– se il Governo intenda avviare immediatamente uno studio economico che, oltre a dettagliare il risparmio per l’Italia e l’Europa dello «scenario Esperanto» stimato in 25 miliardi annui (Grin, «L’insegnamento delle lingue straniere come politica pubblica»), ne approfondisca altresì gli effetti e i guadagni per la crescita e lo sviluppo sia in chiave interna ed europea che mondiale, in considerazione del fatto che, così come molti Paesi avevano cominciato ad adottare l’euro sostituendolo al dollaro per le transazioni internazionali riconoscendogli il ruolo antinazionalista e sovranazionale, a maggior ragione essi adotteranno l’Esperanto in virtù non solo dell’economicità del suo studio ed insegnamento ma, anche della sua imparzialità originaria e storica, che rappresenta un patrimonio e un diritto dell’umanità. (4-16142)

 




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