Interesse generale una virtù perduta

Posted on in Politica e lingue 20 vedi

SEGNO DI DECLINO DEL NOSTRO PAESE

INTERESSE GENERALE UNA VIRTU’ PERDUTA

di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Certe cose non si possono misurare con alcun dato statistico, con nessun grafico. Ma si respirano nell’aria. È così che nell’Italia di oggi si avverte sempre più diffusa l’impressione che il nostro futuro è ormai un futuro di declino. Che stiamo diventando un Paese di serie B.
Non c’entrano (o sono solo sullo sfondo) le nostre pur difficili condizioni economiche, il debito pubblico stratosferico, la «manovra». C’entrano piuttosto il confronto con gli altri Paesi, da tempo sfavorevole all’Italia in tutti i campi, il senso d’inadeguatezza di ogni nostra infrastruttura,
ancor di più c’entra l’incapacità di chi dirige la cosa pubblica d’immaginare qualche rimedio, di dare l’impressione (almeno l’impressione) di capire che cosa è in gioco; la sua incapacità di avere un sussulto che rappresenti un segno di svolta rispetto al corso fatale degli eventi. ..
Ma quasi sempre è proprio nei dettagli che si annida la verità più significativa. Sono un dettaglio, ad esempio, o potrebbero passare per tale, anche i criteri di valutazione per i candidati ai concorsi universitari (in realtà non si tratta più di concorsi, ma per farmi capire continuo a chiamarli così) emanati di recente dalla neo istituita Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur). In particolare dove si stabilisce quale peso dare alle pubblicazioni dei candidati. Ebbene, d’ora in poi, ha stabilito l’Anvur, una monografia pubblicata presso quello che viene definito «un editore internazionale» avrà un peso 3, un articolo pubblicato su «una rivista internazionale» 1,5, mentre una monografia pubblicata presso quello che viene definito «un
editore nazionale» avrà solo un peso 1,2, e infine un peso di appena o,5 un articolo su una rivista italiana (ma l’aggettivo italiano è sempre pudicamente omesso; viene sempre scritto
«nazionale»: chissà perché).
Dal che sembra inevitabile trarre le seguenti conseguenze: a) che ai fini di un concorso per
insegnare in un’università della Repubblica un libro di 500 pagine pubblicato, mettiamo,
da Einaudi o dal Mulino vale meno di venti pagine pubblicate su una rivista americana, spagnola o tedesca che sia; b) che per definizione gli editori e le riviste «nazionali», cioè italiane, non possiedono né possono in alcun caso possedere un carattere «internazionale»:
questo appartenendo solo a ciò che si pubblica in lingue diverse dalla nostra; c) che tutti
gli studiosi nati nella Penisola sono invitati a cessare d’ora in poi dall’usare l’italiano nei loro
scritti e dall’avere come referenti culturali iniziative editoriali di qualunque tipo che adoperino
la lingua italiana; in sostanza la cosa più ragionevole che possono fare è di diventare
inglesi. Va subito precisato che naturalmente l’Anvur agisce in piena autonomia dal ministero
dell’Università e della Ricerca (e la sua delibera la dice lunga su che cosa pensi del proprio
Paese e della sua identità una parte degli intellettuali italiani: che lo vedrebbero volentieri diventare una regione del Canada). Ma che il ministro Gelmini non abbia trovato opportuno
esprimere al riguardo la propria libera opinione è singolare e significativo (e queste righe
sono un invito a farlo). Anche così, mi sembra, la destra segna la propria lontananza dal
più vero e drammatico interrogativo che la collettività nazionale ha di fronte (e tanto più vero
e drammatico in quanto è preliminare a tutti gli altri ma è il meno dicibile): che ci sta a fare
nel mondo l’Italia? Perché, e in vista di che cosa ha un senso che continui ad esserci?
(Dal Corriere della Sera, 17/7/2011).




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.