Gli attuali 27 accordi vincolanti tra i Paesi Ue e la Cina presentano caratteristiche fra loro differenti a seconda dello specifico periodo in cui sono stati siglati e del potere contrattuale esercitato dal singolo Stato.

A seguito dei numerosi cambiamenti economici e politici avvenuti nel corso delle ultime decadi la presenza di uno scenario così altamente frammentato all’interno degli accordi Europa-Cina appare insostenibile. Da un lato, l’incredibile sviluppo economico sostenuto dalla Cina nel corso degli ultimi anni ha drasticamente cambiato lo scenario di investimenti e commercio internazionale, dall’altro il rafforzamento dell’Ue ha portato alla centralizzazione a livello europeo di alcune importanti materie precedentemente di competenza delle singole nazioni.

Dal 2009, con il trattato di Lisbona, gli accordi di scambio e le politiche di investimento non sono più di competenza dei singoli Stati nazionali ma dell’Unione Europea

In particolare, a partire dall’approvazione del trattato di Lisbona del 2009, le politiche di investimento e le relative negoziazioni a livello internazionale sono diventate materie di competenza europea. L’effettivo interesse di sostituire i 27 singoli trattati con un unico pan-europeo accordo con la Cina si è successivamente manifestato nel XVI EU-Cina summit tenutosi nel novembre 2013.

In occasione di tale incontro è stato siglato un piano di cooperazione a lungo termine “EU-China 2020 Strategic Agenda for Cooperation” che include esplicitamente come iniziativa di primaria importanza la realizzazione di un unico trattato di investimento bilaterale. Considerando l’attuale dimensione degli scambi tra Europa e Cina ed il trend crescente degli ultimi anni, l’accordo tra le parti risulta di grande importanza. Infatti l’Ue rappresenta per la Cina un partner di maggior rilievo persino degli Stati Uniti d’America.

Stock Investimenti

Dal punto di vista degli scambi commerciali la Cina rappresenta per l’Europa il secondo partner più importante dopo gli Stati Uniti d’America, l’Europa invece risulta per la Cina il più rilevante partner commerciale. Per avere un’idea più concreta delle dimensioni, basti pensare che il volume degli scambi tra i due colossi economici supera 1 miliardo di euro al giorno.

L’elevato livello di import-export ancora non trova riscontro nello stock di investimenti diretti accumulatosi nel corso degli anni: la Cina conta solamente il 2%-3% degli Ide europei e parimenti gli investimenti cinesi in Ue benché in crescita restano arenati al 1,5% del totale. La realizzazione di un comprensivo trattato unico fornirebbe la giusta spinta alla crescita degli investimenti cross-border tra i due Paesi portando ad una graduale eliminazione delle restrizioni, una più ampia liberalizzazione dei mercati ed un più semplice e sicuro sistema legale di riferimento.

Avendo delineato il quadro generale della situazione corrente, risulta adesso interessante cercare di comprendere le finalità peculiari che ognuna delle due parti ripone nella negoziazione di un nuovo accordo.

Gli scambi commerciali fra Cina e Europa sono già intensi, ciò che manca sono gli investimenti diretti esteri fra le due macroaree

In particolare, la Cina avrebbe la possibilità di semplificare e razionalizzare gli attuali 27 diversi trattati con gli Stati europei, molti dei quali negoziati all’interno di un contesto passato molto diverso in cui la Cina veniva percepita esclusivamente come Paese recipiente degli investimenti esteri. Di conseguenza il contenuto di alcuni, ormai inadeguati, trattati non tutela a sufficienza gli investimenti cinesi diretti in Europa.

Secondo un recente studio della Camera di Commercio Europea in Cina, più dei due terzi delle imprese cinesi che hanno investito in Europa sono incorse in problematiche di varia natura relative non solo alle lungaggini burocratiche ma anche a difficoltà operative legate alla riscossione delle imposte indirette ed all’ottenimento dei permessi di lavoro per le risorse umane provenienti dalla Cina. Problemi che si accentuano n Italia a causa della normativa per il rilascio dei visti di lunga durata che penalizza e rende complessa la presenza di manager non provenienti dalla Eu.

La Cina ha iniziato a percepire il rischio di rimanere isolata dopo l’inizio delle negoziazioni di alcuni mega-trade agreements che la vedono esclusa, quali Ttp (Trans-Pacific Partnership), Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e Ee-Giappone Fta (Free Trade Agreement). Nello specifico il Ttp  è un accordo commerciale preferenziale attualmente in discussione fra numerosi Paesi che si affacciano sul Pacifico tra cui spiccano Stati Uniti, Messico, Canada, Giappone, Vietnam, Malesia e Australia.

Il Ttip invece riguarda una negoziazione bilaterale tra Europa e Stati Uniti che si propone di incrementare l’apertura reciproca dei mercati cooperando nello sviluppo di alcune particolari tematiche inerenti alla semplificazione del framework legale e dello sviluppo sostenibile congiunto. La ricerca di accordi di tale estensione incentiva ancor maggiormente la Cina nello sviluppo di un accordo unico più grande con l’Unione Europea che possa preservare il rapporto privilegiato fra i due partner commerciali senza perdere terreno rispetto a Giappone e Stati Uniti. La stipula di un nuovo e più completo trattato con l’Unione Europea aiuterebbe anche la Cina a ridurre il crescente sentimento di protezionismo che gli operatori economici del vecchio Continente iniziano a sentire verso gli investimenti esteri cinesi.

I cinesi hanno capito i rischi e economici e geopolitici del rimanere fuori da partite importanti come Ttp e Ttip. E stanno correndo ai ripari

D’altra parte l’Europa, ponendosi come interlocutore diretto di un trattato bilaterale, potrebbe avvalersi di un maggiore potere contrattuale rispetto a muoversi come singoli Paesi membri, ottenendo così condizioni migliori rispetto alle attuali vigenti in molti stand-alone agreement.

Un più ampio accesso al mercato è uno degli obiettivi principali che l’Ue si è prefissa di raggiungere mediante il nuovo accordo bilaterale. Finora la Cina ha modificato solo molto marginalmente nel 2012 il catalogo dei settori soggetti a restrizione; le industrie strategiche a livello nazionale (tra le quali spiccano i settori inerenti a materie prime, real estate, servizi bancari ed assicurativi) sono, di fatto, rimaste fortemente regolate o controllate da imprese Statali. Le stesse alte aspettative europee riposte nella Free Trade Zone realizzata a Shanghai sono state deluse; la creazione di una “negative list” riportante i soli settori sottoposti a limitazioni è risultata quasi interamente simile al summenzionato catalogo del 2012.

Una seconda tematica di grande interesse per l’Europa riguarda l’inserimento di specifiche clausole relative alle imprese statali cinesi che continuano ad avere un impatto molto rilevante negli investimenti esteri. Queste imprese attualmente hanno libero ingresso al mercato europeo e rischiano di falsare la competizione interna disponendo di un supporto e di un rapporto preferenziale con l’autorità centrale cinese che può garantire un accesso privilegiato agli ingenti finanziamenti statali.

Finora sono già stati tenuti tre principali incontri ufficiali tra Ue e Cina per la negoziazione del trattato bilaterale; la percezione attuale è che senza un’azione comune convinta, l’Europa non sarà in grado di persuadere i cinesi verso condizioni negoziali più favorevoli per il vecchio continente. Fino a questo momento paesi singoli come la Germania, la Francia e altri ancora si sono rivolti in modo autonomo verso la Cina cercando di far valere i loro interessi nazionali piuttosto che quelli comunitari.

Questo tipo di atteggiamento in passato non ha aiutato la discussione tra EU e Cina che ovviamente non disdegna di trattare da posizione forte con i singoli Paesi rispetto a dover gestire un rapporto bilaterale con un’entità unita più grande.

Bisogna risolvere i problemi di rappresentanza in Europa. In Italia addirittura sono i governatori delle regioni a compiere viaggi all’estero per difendere gli interessi locali

Il problema purtroppo risiede a monte: se le stesse istituzioni Europee non hanno poteri adeguati e non contano come dovrebbero persino in Europa, non sarà possibile farsi rispettare né Cina né altrove.

Istituzioni come la Camera di Commercio Europea in Cina non hanno ancora un ruolo effettivo ed incisivo se si continua in pratica ad agire da solisti. Sarà necessario risolvere dapprima i problemi di rappresentanza in Europa per muoversi esclusivamente attraverso queste istituzioni.

Purtroppo la forte frammentazione che caratterizza il nostro sistema, in cui spesso persino i governatori di singole regioni quali la Sicilia, la Lombardia, il Veneto e persino il Molise (!), si muovono all’estero a rappresentare i propri interessi locali, non solo genera uno sperpero di risorse pubbliche senza rinforzare il potere negoziale della Comunità, e crea sconcerto nelle nostre controparti che non sanno come interpretare quello che proponiamo: tutto ciò lede l’immagine stessa di Europa unita.
 | Linkiesta | 27 Luglio 2015