Insulti a Benigni? Abbiamo smarrito il senso delle parole.

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Insulti a Benigni? Abbiamo smarrito il senso delle parole.

di Rosario Coluccia.

Di mestiere faccio il linguista. In questa veste, vengo chiamato in causa (insieme a un collega sociologo, Luigi Spedicato) da un articolo di Ettore Bambi apparso ieri su Quotidiano. Bambi è stato comprensibilmente colpito dalla reazione che si è scatenata in rete contro Roberto Benigni, reo di aver dichiarato che voterà “sì” al referendum del 4 dicembre.
I dati sono impressionanti. Sui primi 100 commenti, 8 erano nella sostanza favorevoli alle opinioni di Benigni, 15 erano contrari: sin qui nulla di male, in un caso e nell’altro, la libertà di opinione è la conquista più importante che la società garantisce all’individuo (insieme alla libertà dal bisogno). Ma fa rabbrividire che 77 commenti (la grande maggioranza) erano brevissimi e contenevano solo insulti: pagliaccio, o buffone o giullare (12); venduto (13); misero (2); da prendere a calci…(3); da sputargli in faccia (1); verme (3); figlio di… (2); bastardo (2); squallido (4); schifoso (5); sieroso (1); virus toscano (1). È giusto chiedersi cosa succeda nella rete e perché tanta gente, invece di ragionare, preferisca insultare.

Chiariamolo subito. L’insulto è insulto, da chiunque venga e a chiunque sia rivolto, con qualsiasi mezzo. Generosamente Bambi chiama in causa le parolacce (pipì, cacca, ecc.) con cui i bambini piccoli si divertono quando scoprono certe funzioni del corpo. Ma poi, a 5 o 6 anni, la smettono e i loro divertimenti diventano più maturi. I bambini non c’entrano, siamo fatti male noi adulti (non tutti, per fortuna).
La volgarità dilaga nei film, negli spettacoli televisivi, penetra nel parlare (e nello scrivere) dei nostri tempi. Qualcuno si è divertito a contare le cosiddette parolacce presenti in un film americano che ha avuto molto successo anche da noi, Il lupo di Wall Street di Martin Scorsese (2013). Nell’originale inglese la parola fuck (che traduciamo “vaffa…”) è usata 506 volte: il film dura quasi tre ore, in media 3.16 “vaffa…” al minuto. Se aggiungiamo le altre parolacce del film (il lettore mi scuserà se rinunzio a elencarle) raggiungiamo 569 casi di male parole, record mondiale meritevole dell’Oscar (il primo così raggiunto da Leonardo di Caprio, protagonista del film…L’Oscar “vero” l’ha ottenuto solo nel 2016).

Qualcuno (a mio avviso troppo benevolo) sostiene che la volgarità nei film di Scorsese e di altri non è mai fine a sé stessa, anzi è funzionale al racconto. In Il lupo di Wall Street servirebbe a descrivere un mondo fatto di eccessi, di sesso e di droga che non potrebbe essere spiegato in altri modi o con altre parole. Parolacce e volgarità servirebbero a rafforzare una certa idea di realismo, servirebbero a descrivere. Ma la domanda è: perché altri registi raggiungono lo stesso scopo senza abusare di un certo lessico?
E poi. Dalla rappresentazione cinematografica quel modello entra nella vita quotidiana (non sempre per ottenere effetti di realismo); o forse la direzione è inversa, non so. Non mi rassegno a riconoscere a parole e locuzioni triviali la funzione di intercalare innocuo (come dire, una parola vale l’altra) o di moltiplicatori di espressività (vuoi mettere? è così bello usare le parolacce…).

Dalla volgarità si passa spesso agli insulti, il passo può essere breve. Tocchiamo per questo un altro settore della nostra vita, quello politico. Su Facebook Salvini definisce il presidente Mattarella «complice di scafisti, sfruttatori e schiavisti». Lo cito, facendogli involontariamente pubblicità, ma non è certo unico; succede troppo spesso nei dibattiti televisivi di oggi, che fanno rimpiangere le educate e argomentate (anche se un po’ soporifere) tribune televisive di un tempo. E non succede solo in Italia. Hillary Clinton e Donald Trump arrivano a scambiarsi offese sul piano personale, dimenticando che aspirano alla presidenza della nazione più potente del mondo e uno dei due avrà enormi responsabilità verso il mondo intero.
Poco male (forse) se la mancanza di educazione e la aggressività verbale fossero confinate in cerchie ristrette. Ma così non è: i cattivi modelli sono come le male erbe, proliferano. E la aggressività verbale spesso è accompagnata da comportamenti aggressivi.

Le prediche non servono. La domanda è: si può fare qualcosa di concreto? Avrei un’idea, per cominciare: chiamiamo le cose pessime con il loro nome, evitiamo i camuffamenti.
Sono numerosi i casi di «bullismo», con conseguenze tragiche; i soggetti deboli o vulnerabili non ce la fanno, soffrono e si suicidano. Molti giovani si sentono «bulli», spesso se ne vantano, mettono in rete le loro imprese. Chiamiamo quel comportamento «sopraffazione» e «prevaricazione», definiamo «sopraffattore» e «prevaricatore» chi si comporta in un certo modo. Le cose saranno più chiare.
A volte ricorriamo alla lingua inglese, usiamo le parole «stalking» e «stalker» estranee alla nostra lingua: le capiamo poco, involontariamente contribuiamo a mascherare la brutalità delle azioni. L’etimologia non ci aiuta, il verbo inglese «to stalk» significa “camminare con circospezione”, quasi il comportamento di uno che si muove discretamente per non disturbare. Usiamo invece «violenza» e «violentatore», capiremo tutti meglio.

E infine. Oggi molti parlano di «furbetti», «del quartierino», «del cartellino», ecc. Invece no: chi tenta una frode affaristica o immobiliare, chi invece di lavorare va in giro a passeggiare e ruba lo stipendio non è un «furbetto», è un «criminale» (nei casi più gravi) o uno «scansafatiche» o un «nullafacente», chiamiamoli così.
I mezzi di comunicazione possono dare l’esempio, cominciamo noi. Usare bene la lingua aiuta a capire cosa succede nella società, quindi contribuisce a migliorarla.
(Da quotidianodipuglia.it, 8/10/2016).

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